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Volley, caso Zaytsev: “Contratto Federvolley-Mizuno avvolto nel mistero”

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Volley, caso Zaytsev: “Contratto Federvolley-Mizuno avvolto nel mistero”

Redazione
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di Raffaello Agea*

Alcuni giorni fa, da appassionato di sport giocato, ma soprattutto da amante della chiarezza e delle affermazioni basate su fatti ed atti riscontrabili, avevo espresso il mio pensiero in merito a quello che i media hanno definito shoesgate. Per i non addetti ai lavori, o semplicemente per coloro nei confronti dei quali l’espressione possa aver destato meno attenzione, si tratta della convocazione della nazionale italiana di pallavolo “revocata” ad Ivan Zaytsev. Una convocazione revocata, queste sono le parole della comunicazione ufficiale, perché «non è stata individuata una soluzione che possa contemperare le Sue esigenze personali con gli impegni assunti dalla FIPAV».

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Cosicché, premesso come il neologismo shoesgate sia mutuato dall’arcinoto scandalo Watergate, se di scandalo proprio si voglia parlare, sarà ancora una volta necessario approfondire alcuni aspetti della vicenda. Cosa che, come in precedenza, farò basandomi sui fatti e sugli atti. Nel mio intervento risalente alla settimana scorsa avevo avuto modo di evidenziare come non si trattasse non solo e non tanto del rispetto di regole, ma più che altro di capire quali fossero gli impegni assunti dalla Federvolley con lo sponsor tecnico che fornisce le scarpe alle varie nazionali italiane di pallavolo. Un contratto che, mi si perdoni la licenza, non è azzardato definire più crittografato dei messaggi codificati con Enigma nel corso della seconda guerra mondiale.
Già, perché al di là del fatto che la modifica del Regolamento delle squadre nazionali di pallavolo che impone ai convocati di utilizzare le scarpe dello sponsor tecnico sia intervenuta solo nel mese di aprile e che la cosa non sia stata resa nota se non a ridosso del raduno di preparazione tenutosi il mese scorso, la nota ufficiale che ha decretato l’esclusione di Zaytsev, parla espressamente di necessità di contemperamento delle esigenze di quest’ultimo con «gli impegni assunti dalla FIPAV».

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In primo luogo, quindi, ciò che emerge evidente è come le esigenze dell’atleta, vale a dire quelle di utilizzare scarpe a lui confacenti, ma più che altro che non gli provochino danni fisici, siano incompatibili con gli impegni in questione. In altre parole, a meno che del tutto incredibilmente Zaytsev sia tenuto a modificare il suo fisico e i suoi piedi, gli accordi con lo sponsor tecnico, ove anche le esigenze in questione siano comprovate, non obbligano il fornitore a predisporre, eventualmente modificandole, scarpe adatte al giocatore.
Cosa questa che è comprovata dal fatto che, non risultando in ogni caso l’intervento di un podologo e/o di esperti in fatto di materiali, i rimedi prospettati non hanno risolto il problema, risultando certificata dallo stesso staff della squadra nazionale, ma forse riduttivamente, la persistenza di «difficoltà funzionali».
A questo punto, dunque, risulterà ancor più chiaro come il vero nodo gordiano sia rappresentato dal fatto che sia necessario «utilizzare un prodotto Mizuno adatto alle esigenze del giocatore [ma] in linea con i regolamenti e i contratti siglati dalla FIPAV».
Come dire: se la Mizuno non riesce a fornire scarpe adatte alle esigenze di un atleta, ciò che deve prevalere è il contratto con il fornitore, peraltro stipulato ben prima (il 03/02/2017) della modifica del Regolamento delle squadre nazionali risalente all’aprile scorso, evidentemente adeguandosi al contratto stesso e prevedendo per la prima volta l’obbligo per gli atleti di calzare le scarpe dello sponsor tecnico.
Per la verità, come ho già osservato, gli obblighi e divieti che appaiono singolari nell’ambito di detto Regolamento sono anche altri, ma onde evitare divagazioni rispetto al tema odierno, non posso far altro che rinviare l’attenzione di coloro che vorranno approfondire questo aspetto a quanto ho già scritto in precedenza.

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Ulteriore singolarità è determinata dal fatto che il resto della divisa delle squadra nazionale di pallavolo, sia fornita da altro brand, sì che, dal punto di vista di Mizuno, potrebbe rientrare nella sua politica di marketing l’aver imposto incondizionatamente l’utilizzo dei propri prodotti. Diverso è, però, l’agire di una federazione sportiva, la quale dovrebbe perseguire in primo luogo una politica di raggiungimento dei risultati delle proprie squadre nazionali, consentendo ai tecnici di queste di poter disporre dei migliori giocatori. E sul fatto che Ivan Zaytsev appartenga a tale livello, non credo sia possibile discutere, tanto che, appunto, era stato convocato in vista degli imminenti impegni internazionali.
D’altronde è lo stesso Statuto del C.O.N.I. introdotto ai sensi del D. Lgs. n. 242/1999, che all’art. 23, comma 1 ter, ribadisce determinati obiettivi di carattere pubblicistico, ovvero non relegati nell’ambito degli interessi di una federazione, o peggio di un contratto, quali la «competitività delle squadre nazionali», la «salvaguardia del patrimonio sportivo nazionale e della sua specifica identità», oltre che l’«esigenza di assicurare l’efficiente gestione interna».
Si tratta, senza necessità di entrare nelle specificità del diritto amministrativo o di quello sportivo, di interessi che vanno ben al di là delle vicende contrattuali di carattere privatistico che pur possono perseguire le singole federazioni sportive; vicende contrattuali che, tuttavia, non possono porsi in contrasto con le esigenze in questione, prima fra tutte quella di assicurare la «competitività delle squadre nazionali».
Cosicché, pur essendo vero che le federazioni sportive, dopo la loro trasformazione in soggetti dotati di personalità giuridica privata ad opera delle modifiche al D. Lgs. n. 242/1999 introdotte con il D. Lgs. n. 15/2004, possono operare in qualità di associazioni di diritto privato, sono comunque da considerare organi del C.O.N.I. quanto alla realizzazione dei fini istituzionali di quest’ultimo (in questo senso, tra le tante pronunce, si veda T.A.R. Lazio, sez. III, 27/11/2012, n. 9498).
E non è chi non veda come, proprio in virtù di quanto prevede lo Statuto del C.O.N.I., la «competitività delle squadre nazionali», la «salvaguardia del patrimonio sportivo nazionale e della sua specifica identità» e l’«esigenza di assicurare l’efficiente gestione interna», proprio perché rientranti tra i fini istituzionali del primo, esulino dalla cd. gestione privatistica delle federazioni.
Da ciò consegue che anche le vicende contrattuali degli sponsors delle squadre nazionali di una federazione sportiva, dovendo rispondere ai ricordati criteri istituzionali e pubblicistici, possano e debbano trovare un ambito di trasparenza e di conoscibilità.
Trasparenza e conoscibilità che si attuano in primo luogo mediante una divulgazione preventiva, valendosi anche dei consueti canali di comunicazione istituzionale, segnatamente mediante la pubblicazione dei relativi contenuti nell’ambito dei siti delle federazioni.
Ma laddove questa comunicazione preventiva non fosse stata attuata, rientrando poi tra i fini istituzionali del C.O.N.I. anche quello del «regolare svolgimento delle competizioni» e di adeguamento degli indirizzi delle federazioni nazionali ai «principi di imparzialità e trasparenza» (art. 23, commi 1 e 1 bis, Statuto C.O.N.I.), la conoscenza di quegli atti e documenti contrattuali può e deve poter realizzarsi mediante adesione alle richieste indirizzate in tal senso da parte degli interessati ai sensi della L. n. 241/1990, primi fra tutti i tesserati, fossero anche “convocati revocati”.
Quanto alla funzione pubblica svolta dalle federazioni sportive allorquando le loro attività rientrano tra i fini istituzionali del C.O.N.I., proprio avendosi riguardo alla materia contrattuale, si è recentemente pronunciata l’Autorità Nazionale Anticorruzione, evidenziando all’uopo quanto segue: «ove, di contro, l’attività [delle federazioni] sia finalizzata alla realizzazione di interessi fondamentali ed istituzionali dell’attività sportiva, le stesse devono essere considerate organi del C.O.N.I. (cfr. Cass. civ., III sez., n. 4063/1993; Cass., SS. UU., n. 4399/1989; Cons. Stato, sez. VI, n. 1050/95)» (ANAC, Delibera n. 372 del 23/03/2016).
Ma vi è di più.
L’Autorità Nazionale Anticorruzione, ha altresì ribadito: «dello stesso tenore è il Consiglio di Stato con la sentenza 10 ottobre 2002, n. 5442 nella quale afferma che la scelta del “contraente di un contratto atipico di sponsorizzazione della squadra nazionale di calcio, non costituisce una fase della c.d. vita interna della Federazione, ma rappresenta il momento in cui questa, quale organo del C.O.N.I., disciplina interessi fondamentali, strettamente connessi con l’attività sportiva (promozione dell’attività sportiva tramite la raccolta di fondi, consistenti nei proventi della sponsorizzazione, da destinare alla realizzazione degli scopi statutari della Federazione stessa) …. Trattandosi quindi di attività finalizzata alla realizzazione di interessi fondamentali ed istituzionali dell’attività sportiva, deve ritenersi che in questo caso la FIGC abbia agito quale organo del CONI con la conseguenza di essere tenuta alla procedura ad evidenza pubblica per la scelta del contraente del menzionato contratto atipico di sponsorizzazione sulla base delle disposizioni relative alla stipula dei contratti da parte dei soggetti pubblici (vedi l’art. 53 del DPR n. 696/1979 per gli enti pubblici di cui alla legge n. 70/1975)”». (ANAC, Delibera n. 372 del 23/03/2016).
Ed ancora: «Le Federazioni sportive sono qualificabili come organismi di diritto pubblico ai sensi dell’art. 3, comma 26 del d.lgs. 163/2006, ai fini dell’applicazione alle stesse della disciplina contenuta nel Codice e, conseguentemente, anche della l. 136/2010 in tema di obblighi sulla tracciabilità dei flussi finanziari» (ANAC, Delibera n. 372 del 23/03/2016).
Le affermazioni dell’ANAC, quindi, oltre che confermare il diritto all’accesso dei documenti contrattuali con gli sponsors delle squadre nazionali di qualsiasi federazione sportiva nazionale nel senso sopra specificato, sono gravide di ulteriori conseguenze.
Vale a dire che sono tenute agli obblighi della L. n. 136/2010 in tema di obblighi sulla tracciabilità dei flussi finanziari, ma soprattutto che sono tenute ad operare secondo le procedure di evidenza pubblica previste dal cd. codice degli appalti, anche nella sua più recente versione.
Tirando le somme di questo discorso, chi avrà avuto la pazienza di leggere fin qui, non potrà non chiedersi quale sia il vero scandalo: un paio di scarpe … o altro?
Ma sono sicuro che i protagonisti di questa vicenda avranno certamente rispettato le norme ed i principi dei quali ho dato sommariamente conto; in caso contrario, però, potrò essere facilmente smentito, anche se, pur cercando e ricercando tra le fonti istituzionali, non ho trovato tracce sulle procedure in questione.
Sarebbe molto più semplice se la Federvolley, così mettendo in condizione chiunque di giudicare e di formarsi il proprio convincimento, mettesse a disposizione di tutti, senza necessità che qualcuno glielo chieda espressamente, la documentazione relativa alla conclusione del contratto con lo sponsor tecnico più volte ricordato, oltre che il contratto stesso.
Anche perché, se è pur vero che Parigi val bene una messa, la nazionale di pallavolo non può valere un paio di scarpe o poco più.

*Avvocato

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