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Trasfusioni di sangue infetto, il Tar impone al ministero di pagare

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Trasfusioni di sangue infetto, il Tar impone al ministero di pagare

Redazione
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PERUGIA – Trasfusioni con il sangue infetto, arrivano i risarcimenti. Anche se deve intervenire il Tribunale amministrativo regionale per dare corso ad una sentenza emessa dal Tribunale di Perugia.

È la storia di uno dei quasi 300 umbri che negli anni ‘90 contrassero malattie come l’epatite C o l’Aids a seguito di una trasfusione di sangue infetto (gli ospedali umbri non avevano alcuna responsabilità) frutto di un grosso traffico di plasma proveniente da zone a rischio (come le carceri dell’Arkansas, le bidonvilles sudamericane, Romania, Polonia e Africa). Il sangue veniva venduto a prezzi bassi e senza controlli, ma le aziende ospedaliere lo ricevevano sicure che i controlli li facesse il Ministero. Così non era.

L’uomo si è rivolto al Tar per chiedere l’ottemperanza di una sentenza che condannava il ministero della salute e quello dell’economia con la quale era stato stabilito «un risarcimento danni di 143.261,28 euro, unitamente al rimborso delle spese di lite, liquidate in complessivi 389,00 euro oltre agli accessori di legge ed infine alle spese relative alla consulenza tecnica liquidate in 300,00 euro».

Sentenza della Corte d’appello notificata l’8 luglio 2015 e passata in giudicato, non essendo stata appellata nei termini di legge dai ministeri. Il pagamento, però, a distanza di quasi due anni non arriva. Da qui il ricorso al Tar «domandando per l’effetto il pagamento della complessiva somma di 143.950,00 euro comprensiva di tutte le spese di lite oltre accessori di legge» nonché la condanna del ministero al pagamento della penalità di mora. Il ministero della salute si è costituito chiedendo il rigetto del ricorso.

Per i giudici amministrativi «il ricorso è fondato e va accolto» riconoscendo il diritto del cittadino di fronte ad «una sentenza passata in giudicato del giudice ordinario al fine di ottenere l’adempimento dell’obbligo della pubblica amministrazione di conformarsi, per quanto riguarda il caso deciso, al giudicato». Il ministero risulta inadempiente e non solo «la domanda deve essere accolta», ma si deve riconoscere anche la condanna alla penalità di mora «da determinare nella misura degli interessi legali su quanto complessivamente risultante dal giudicato» a partire dalla notifica della sentenza. Se il ministero tardasse ancora il pagamento «è nominato quale commissario ad acta il capo del dipartimento dell’amministrazione generale, del personale e dei servizi del ministero dell’economia e delle finanze, o suo delegato, il quale, decorso il suddetto termine, provvederà all’integrale esecuzione della menzionata sentenza in luogo e vece dell’Amministrazione inadempiente, entro l’ulteriore termine di trenta giorni, avvalendosi degli uffici e dei funzionari della Amministrazione intimata».

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