CARICAMENTO

Scrivi per cercare

Todi Festival, Matteo Tarasco ci racconta il suo intenso Jacopo Ortis

Eventi Cultura e Spettacolo Extra Città

Todi Festival, Matteo Tarasco ci racconta il suo intenso Jacopo Ortis

Francesca Cecchini
Condividi

foto di Matteo Nardone

SIPARIO UMBRIA – Il romanzo epistolare di Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, trasformato dal regista Matteo Tarasco in un monologo interpretato da Brenno Placido, un interessante giovane talento del panorama teatrale italiano. La pièce debutterà il prossimo 30 agosto alle ore 21 al teatro Comunale di Todi, nell’ambito del cartellone in programma per la trentunesima edizione del Todi Festival. Accanto a Placido, ci sarà l’attrice performer Martina Massa e, se si riuscirà nell’intento, anche le note del pianoforte dal vivo di Edoardo Fani.

La scelta di portare in scena l’opera del poeta e scrittore di Zante nasce in Matteo Tarasco già dai primi anni che inizia a dedicarsi a teatro. Oltre ad essere un autore “che amo da quando ero molto giovane – ci racconta il regista – ho sempre pensato che la storia di Jacopo Ortis fosse una storia fortemente teatrale. La figura di Jacopo mi ricorda quella di Amleto e la sua incapacità di scegliere la strada da percorrere. Inoltre, mi sembra un personaggio di grande attualità, nonostante i nostri retaggi scolastici lo facciano sembrare noioso e lontano da noi. In realtà è un giovane uomo che ama profondamente la propria patria, ama profondamente una donna che non può avere e, in qualche modo, rappresenta anche una sorta di “rivoluzionario senza rivoluzione” nella sua condizione di disagio politico-sociale: dopo il trattato di Campoformio si ritrova straniero nella sua terra patria”.

Jacopo Ortis rappresenta un personaggio di grande attualità. Lo troveremo, quindi, collocato ai nostri giorni? 

“No, è nel suo tempo. Quello che stiamo facendo con Brenno è un lavoro di grande aderenza al linguaggio. Siamo nella drammaturgia di appartenenza di quella lingua alta e bellissima che Foscolo usa nelle lettere di Jacopo Ortis. Non c’è un’attualizzazione dal punto di vista linguistico”. Non per questo la drammaturgia risulterà ostica alla platea: “Ci stiamo rendendo conto, durante le prove, che la lingua può apparire complessa solo ad una prima lettura, poi, quando diventa linguaggio dell’azione, è altamente comprensibile. Ad un certo punto dello spettacolo, vedrai, ci sarà un elemento che lo porta ai nostri giorni, ci sarà un risvolto contemporaneo ma senza che ci sia un’alterazione della lingua”.

Un tema attuale.  “Jacopo è un uomo costretto all’esilio da una condizione di invasione dalla propria terra. È , quindi, costretto a un’emigrazione forzata”. Condizione che ci porta a percepire un tema molto attuale. “Attraversa lande, le campagne del Veneto con vento, pioggia e quant’altro. Ora è molto comodo andare da Venezia ai Colli Euganei, ma pensiamo a cosa comportasse nel 1800… Come attraversare il Mediterraneo oggi”.

Ci viene spontaneo fare un parallelo con il viaggio compiuto da molti giovani per arrivare alle nostre coste…

“Assolutamente sì. Immigrare non per un motivo economico, ma per un disagio politico, per evitare la morte. Noi dei migranti vediamo solo il punto d’arrivo sulle coste. Non sappiamo nulla della storia di questi giovani ragazzi che probabilmente si sono opposti a qualche regime, invasione, sopruso politico  e che compiono un viaggio per non morire. La cosa interessante è che dopo il trattato di Campoformio a Venezia gli italiani sono diventati stranieri da un giorno all’altro. È inquietante. Racconta di un rapporto tra identità e autorità. Chi è il diverso veramente?”.

Non semplice scrivere note di regia in vista di un debutto perché, fino al giorno della prima (se non oltre) il lavoro è sempre in costruzione e i tre piani iniziali, di cui si accenna nella prima stesura della sinossi – gesto, suono, immagine – sono già cambiati. Non c’è più l’immagine ad accompagnare suono e gesto: “Lavorando e studiando il testo abbiamo riscontrato che dobbiamo rifuggire l’estetismo o il rischio dell’estetizzazione del mettere in scena qualcosa. Raccontare ‘solo’ una verità è molto più complicato, ovviamente. Ad un certo punto, però, l’arte della regia è sottrazione e, quindi, sottraendo tutti gli orpelli che il regista stesso crede di necessitare, si arriva all’umano. Brenno sta facendo un lavoro molto, molto intenso, profondo e complesso. Da regista, vedo un giovane uomo con grande talento che si immerge completamente in Jacopo. C’è il congiungersi con l’identità del personaggio ad un certo punto, quando lavori per mesi. L’effetto speciale è, dunque, l’essere umano. C’è una sorta di nudità del corpo che è una nudità dell’anima”.

Le musiche sono di Edoardo Favi che “scrive per la prima volta musiche per il teatro ed è un compositore di sedici anni, che conosco da quando ne ha cinque”. Una sera Edoardo disse a Tarasco di aver iniziato a suonare il pianoforte e che avrebbe voluto fargli ascoltare qualcosa. Convinto di dover ascoltare un’esecuzione di brani classici delle prime lezioni di piano, il regista rimase invece molto colpito dall’esecuzione dalla personale composizione di un bambino di soli cinque anni.  “Ed è andato avanti tutta la sera”. “Ha composto queste musiche originali e inedite per lo spettacolo e stiamo cercando, almeno per l’introduzione e per il finale, di fare in modo che vengano suonate dal vivo. La musica, il suono è importante perché Jacopo Ortis racconta la storia di un ragazzo. Ascoltare il piano suonato sul palco dal vivo da un giovane musicista, all’inizio del percorso della sua vita, è suggestivo e intenso”.

In scena c’è anche Martina Massa. Interpreterà l’amata Teresa o, piuttosto, rappresenterà un’immagine evocativa della patria?

“Rappresenta Teresa, ma l’idea che abbiamo avuto è quella di evocare il suo ricordo o, se preferisci, il suo fantasma. Un’immagine portata dalla mente malata, mal distorta di Jacopo con cui egli non avrà dialoghi. Martina Massa è un’attrice e anche performer. Non ha battute, lavorerà intorno a Jacopo ma è, appunto, una figura evanescente, il ricordo di un amore impossibile e non vissuto. Rappresenta tutti i nostri amori impossibili”.

Il viaggio in platea. Lo spettatore che riesce ad entrare in un viaggio onirico molto personale, anche questo è il teatro. Sedersi in platea e leggere una visione propria e surreale fra le righe dello spettacolo in scena, ognuno chiuso nella sua intimità, contaminata (forse e non necessariamente) dal pubblico intorno. “Ogni spettatore vede il suo proprio spettacolo. E, come ripeto sempre, lo spettacolo migliore è quello che non si fa vedere. Quando ti siedi in teatro è davanti a te ma ti perdi nei tuoi pensieri. Questo vuol dire che lo spettacolo sta lavorando”.

Per concludere, immagino sul palco una scenografia scarna…

“Ci sarà un ‘quadrato’ di normale terra dei campi, come una pedana della commedia dell’arte. Una terra che può diventare un luogo in cui si nascondono delle cose, una sorta di isola, la sua anima. Sul fondale solo una striscia di tessuto rosso attorno cui lavorerà Martina”.

Jacopo Ortis regia, spazio scenico, costumi e luci di Matteo Tarasco, con Brenno Placido e Martina Massa, musiche originali e inedite di Edoardo Favi, assistente alla regia Marta Selvaggio, fotografia di scena Pino Le Pera, produzione esecutiva Marilia Chimenti.

Tags:

Ti Potrebbe anche Piacere