CARICAMENTO

Scrivi per cercare

Terni, Teatro Verdi, Armillei: “Rigenerare, non ricostruire, per il bene della città”

Cronaca e Attualità Terni

Terni, Teatro Verdi, Armillei: “Rigenerare, non ricostruire, per il bene della città”

Redazione
Condividi

TERNI- Nel dibattito sul Teatro Verdi, in particolare sul progetto di riqualificazione, interviene  dal suo profilo facebook il sempre volentieri esternante ex assessore alla cultura, Giorgio Armillei, oggi semplice cittadino ma comunque parere autorevole visto che ha avuto a che fare con l’argomento nel periodo in cui ha ricoperto incarichi amministrativi.

“È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo largamente provvisto di beni di fortuna debba sentire il bisogno di prendere moglie”- scrive – Una pennellata e un mondo è in un istante descritto e distrutto. Si potrebbe parafrasare: è verità universalmente riconosciuta che una città di provincia provvista di velleità identitarie debba sentire il bisogno di un teatro. Se Terni continua ad annaspare nel dibattito confuso e soprattutto arretrato di questi giorni, nonostante qualche saggia incursione collettiva, il piccolo gioco letterario ha tutte le ragioni per essere giocato. (…) Manca una diversa visione del potere e del rapporto, tra rigenerazione urbana, politiche per la cultura e le politiche per lo sviluppo della città”.

Armilei prende spunto da alcuni esempi pubblicati sui quotidiani cartacei: mercato Coperto e fontana di Piazza Tacito su tutti e dal dibattito che definisce “flebile” sull’area di crisi complessa “un’azione che rischia sempre di più di trasformarsi in una distribuzione di risorse preda di comportamenti opportunistici di breve periodo, governata da Perugia e con Roma e Bruxelles che (forse) pagano e stanno a guardare, un film già visto nelle precedenti stagioni di programmazione negoziata. O il silenzio sulla prospettiva industria 4.0 in una città la cui classe dirigente si continua a cimentare con appelli e richiami alla centralità dell’innovazione nella manifattura. Sui tavoli che contano Terni come città appare non come imprenditore, e neppure come prenditore. Appare sempre di più solo come beneficiario di aiuti”

Linguaggio sbagliato. “E sul Verdi -prosegue – le cose sembrano essere allo stesso punto Gli assessorati alla cultura e all’urbanistica avevano disegnato una linea chiara nella seconda metà del 2014, e la Giunta comunale aveva validato quella linea. Impregiudicato il dibattito Poletti si – Poletti no, la ricostruzione del Verdi doveva assumere il linguaggio della rigenerazione e non quello asfittico della ristrutturazione o della ricostruzione. E quindi disporre di una visione strategia del ruolo delle politiche per la cultura nello sviluppo della città. Così non era stato nella fase immediatamente precedente. Ecco perché occorreva azzerare la progettazione avviata e già configurata secondo la logica della ristrutturazione; salvare il salvabile di quanto da fare perché a rischio di definanziamento regionale; sgomberare il campo da una visione della cultura come coltivazione dello spirito e intrattenimento, (…) porre sul tavolo in modo dirimente il tema della gestione imprenditoriale fino ad allora ignorato; finanziare un concorso internazionale di progettazione che tenesse conto delle ineludibili esigenze di “efficacia simbolica” degli oggetti di architettura in una città che vuole guardare avanti e non indietro, che vuole innovare e non conservare, che vuole fabbricare nuove icone del proprio futuro e non trascinarsi dietro quelle del suo passato a beneficio di qualche godimento estetico o ideologico di corto respiro; impostare e attuare un processo di coprogettazione da condurre con rigore metodologico e chiaro impegno preliminare dell’amministrazione comunale, anche allo scopo di rafforzare tutte le tecniche innovative di fundraising”.

Conservazione dell’esistente. “Diciamolo francamente, si è creata una “strana” alleanza per la conservazione. Gli interessi ideali organizzati si sono mossi sull’asse Poletti si – Poletti no, spendendo risorse, tempo ed energie per riscrivere una storia di cui conosciamo ogni dettaglio, inclusi quelli dei teatri parenti prossimi di Fano e Rimini, con l’effetto di zavorrare il dibattito. La Fondazione Carit che pure era stata opportunamente rimessa in gioco dai due Assessorati dopo il plateale accantonamento della precedente fase, ha pensato bene di stare alla finestra. La parte di Pd ternano – e di maggioranza di governo – che ha seguito la cosa si è ritrovata a suo agio prima nel balbettare e poi nell’affondare la linea del 2014, a cominciare dalla sua componente di riprogettazione urbanistica. Per certi versi il dibattito sul Verdi è speculare a quello sull’Uovo di Ridolfi. Ed eccoci nella condizione di incertezza di questi giorni che fa sorridere, una volta tanto giustamente, la burocrazia regionale che invita la città a sospendere la guerriglia e a tirare su nel frattempo le infrastrutture di servizio, ispirandosi – forse per nobilitare l’appello – al medesimo splittaggio realizzato da Botta a Milano”

“La questione del Verdi – prosegue ancora – non sta però solo nella soluzione del rompicapo progettuale fatto di forma, tecnologia e funzione. (…) Affrontare oggi il tema Verdi significa sciogliere i nodi isolati nel disegno del 2014 e ancora tutti intatti. La dimensione simbolica degli oggetti di architettura nella città contemporanea: si deve progettare per riconoscersi e per farsi riconoscere, come nella tradizione dell’architettura contemporanea a Terni, e anche il Verdi deve seguire questo spartito se vogliamo una nuova Terni. La strategia imprenditoriale di sviluppo della cultura come settore produttivo: la cultura è impresa e innovazione industriale e non solo consumo e spettacolo, una parte della città se lo dice da almeno 30 anni, una parte fa finta di averlo capito, un’altra parte non ci sta e si racconta che non siamo come Bilbao. La sostenibilità gestionale del nuovo teatro: in tutto il mondo si va verso forme di gestione innovativa che fanno sintesi tra le esigenze del profitto, quelle della produzione di beni collettivi per la crescita della comunità e l’uso di risorse dei bilanci pubblici nel settore della cultura, un settore a fallimento di mercato, per attuare strategie di sviluppo. Della serie la cultura  non è un lusso cui rinunciare in tempi di crisi ma una priorità da coltivare proprio per vincere la crisi. E infine la coprogettazione e l’engagement civico: non si tratta di raccogliere pareri in improvvisate assemblee istituzionali ma di far crescere competenze e capacità di azione delle persone, spingerle (la spinta gentile) a collaborare innanzi tutto tra loro per gestire e risolvere i problemi collettivi. Il tema non è più (solo) il Verdi ma la città e il suo futuro. Se il Verdi non riapre muore la città”.

Tags:

Ti Potrebbe anche Piacere