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Terni, omicidio Raggi: confermata in Appello la condanna a 30 anni per Aassoul

Pochi minuti fa il verdetto di secondo grado a Perugia. La procura aveva chiesto la riduzione a 18 anni per assenza dell'aggravante dei futili motivi.

PERUGIA – Poco fa la Corte di Appello di Perugia, dopo un paio d’ore di Camera di consiglio, ha confermato la condanna a 30 anni per Amine ‘Aziz’ Aassaoul, il marocchino che un anno e mezzo fa uccise a Terni, in piazza dell’Olmo il ventisettenne ternano, David Raggi. I giudici non hanno dunque accolto la richiesta formulata stamani dal sostituto procuratore generale Giancarlo Costagliola di ridurre la pena inflitta in primo grado da 30 a 18 anni, negando l’aggravante per futili motivi. Viceversa, l’avvocato di parte civile Massimo Proietti e il Comune di Terni avevano chiesto la conferma della condanna. L’imputato, giudicato con rito abbreviato, è presente in aula.

La vicenda. Raggi fu ucciso la notte fra il 12 e il 13 maggio 2015 mentre si trovava fuori da un noto pub in piazza dell’Olmo, in pieno centro a Terni, sgozzato con una bottiglietta rotta da colui che poi ha confessato l’omicidio, Amine Aassoul. Un omicidio senza alcun motivo scatenante: i due infatti non si conoscevano, nè avevano litigato.

David Raggi
David Raggi

L’omicida, secondo le ricostruzioni, era ubriaco ed aveva litigato col personale del pub che lo aveva allontanato. Ancora in stato di escandescenza, “Aziz” (questo il soprannome dell’uomo), si denudò e colpì la prima persona che si trovò davanti, appunto Raggi. Giudicato con rito abbreviato, fu condannato lo scorso settembre dal Gip Simona Tordelli a 30 anni, ovvero il massimo della pena (il rito abbreviato prevede il salto della fase dibattimentale e lo sconto di un terzo sul totale), considerando l’aggravante dei futili motivi, che oggi era stata rimessa in discussione. La vicenda generò una ondata xenofoba in tutta Italia soprattutto per il fatto che Aassoul non avrebbe dovuto in quel momento essere in Italia in quanto espulso,  ma fu la stessa famiglia di Raggi però a spegnere, sull’onda dell’impegno sociale e per l’integrazione della stessa vittima e la comunità marocchina prese parte alla fiaccolata in sua memoria. Attualmente è in corso il procedimento per l’intitolazione della piazza dove è stato ucciso allo stesso Raggi.

Causa allo stato. La famiglia Raggi aveva poi fatto causa allo stato citando in giudizio il Ministero dell’Interno, quello della Giustizia e la presidenza del Consiglio. Il tutto per una richiesta di risarcimento complessivo di circa due milioni di euro. Il Viminale era stato chiamato in giudizio per la mancata espulsione dall’Italia del marocchino. Al ministero della Giustizia veniva invece contestata la mancata esecuzione di un provvedimento di cumulo di pene a carico del marocchino.

Recentemente però l’incredibile scoperta: la famiglia di David Raggi non potrà accedere all’equo indennizzo, il fondo per le vittime dei reati internazionali violenti perché il giovane guadagnava una cifra superiore a quella prevista dalla Legge: 13500 euro contro gli 11500 che rappresentano il tetto massimo entro il quale si può usufruire del gratuito patrocinio per la difesa nei processi. Si tratta di una nuova legge, la 122 del 7 Luglio 2016, che recepisce alcune normative europee. Fra queste appunto, anche quella del reddito. La famiglia, tramite il legale si scaglia contro la legge anche per  il fatto che il fondo è stato fatto rientrare dal Governo nel fondo già esistente per le vittime di reati di mafia “che già è insufficiente di suo e quindi ora lo diventerà ancora di più”, spiega l’avvocato Proietti.

(Servizio in aggiornamento)

 

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Emanuele Lombardini
Emanuele Lombardini
Giornalista, cittadino d'Europa

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