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Terni, Legality Days Ast: Rizzo, Stella e Gaia Tortora: “Ecco perchè l’Italia non funziona”

Cronaca e Attualità Terni

Terni, Legality Days Ast: Rizzo, Stella e Gaia Tortora: “Ecco perchè l’Italia non funziona”

Emanuele Lombardini
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Gaia Tortora, Sergio Rizzo e Gianantonio Stella

TERNI – Reati impuniti, il ‘sistema paese’ che non funziona e un’Italia cattiva maestra per le giovani generazioni. Il secondo incontro dei Legality Days di Ast presso Palazzo Gazzoli ha visto protagonisti Sergio Rizzo e Gianantonio Stella, cronisti del Corriere della Sera e autori dei celebri “La casta”  e “La deriva” intervistati da Gaia Tortora, capo della redazione politica del Tg La 7. Ad introdurre l’incontro, l’amministratore delegato dell’Ast Massimiliano Burelli.

Platea gremita e attenta, di comuni cittadini, addetti ai lavori ma anche tanti esponenti di quella ‘casta’ che i due hanno messo sotto accusa. Ne esce una conversazione a ruota libera, nella quale i due giornalisti del quotidiano milanese non lesinano aneddoti e ovviamente non risparmiano il proprio punto di vista: “Il problema non è solo la corruzione – dice Stella – perchè quella c’è dappertutto – ma quello che ci differenzia dal resto del mondo e cioè il fatto che altrove chi commette i reati va in galera e ci resta per anni, da noi invece succede raramente e quando pure succede, prima si patteggia la pena e poi si patteggia il patteggiamento, come sta facendo Galan. Questo ovviamente incoraggia a commettere i reati”. Un paese dove più che l’impunità, a fare la differenza è l’assuefazione: “C’è un sistema – dice Gaia Tortora – dove non ci impressiona più niente. Prendiamo il caso dei ‘furbetti’ del cartellino: noi ne parliamo, li documentiamo ma cambia il comune e il fatto succede ancora, come se ormai passasse l’idea che ‘tanto non succede niente’.

Gaia Tortora, Sergio Rizzo e Gianantonio Stella e in piedi l'ad di Ast burelli

Gaia Tortora, Sergio Rizzo e Gianantonio Stella e in piedi l’ad di Ast burelli

Esempi umbri. Certezza della pena, ruota tutto attorno a questo concetto. E  alla necessità di ritornare ad un paese non ‘virtuoso’ ma semplicemente giusto. Come succede in altri posti d’Europa e del Mondo, ma anche solo come succedeva da noi mezzo secolo fa. Rizzo e Stella a proposito citano una celebre vicenda ternana nota come “Caso Mastrella‘: “Cesare Mastrella nel 1962 era il capo della Dogana di Terni. Fu accusato di aver rubato un milione di lire e venne processato. Fu condannato a 20 anni in primo grado e 25 in secondo, se li è fatti tutti. Perchè adesso non succede più?”. Stella snocciola poi tutta una serie di casi di alti funzionari e dirigenti, anche vicini a personalità importanti a livello mondiale, che hanno scontato tutti le pene a cui erano stati condannati: “Altrove è normale che chi ha sbagliato paghi”.

Altro concetto sul quale i due insistono è quello di un un paese dove gli enti, le istituzioni e le strutture non servono alla gente ma a chi ci lavora. Qui l’esempio arriva da Perugia, una vicenda a suo tempo riportata dai tutti i media nazionali: “Un celebre avvocato del comune di Perugia è andato in pensione con 651 mila euro l’anno, 24 mila euro al mese,il triplo del suo ultimo stipendio e il doppio abbondante della busta paga di Obama. Com’è stato possibile? Grazie certi spropositati ‘diritti acquisiti’ concessi in base a leggi e  leggine nel corso degli anni”, dicono.

Equitalia, appalti e altre storie. E poi tutta una serie di storie italiane, come appalti riassegnati alle stesse aziende incriminate dopo la semplice rimozione di una due persone ‘incriminate’, la burocrazia che strozza ‘ma che fa comodo ad alcuni, in certi casi’, una scuola dove tutti sono bravi perchè si autovalutano, docenti che attraverso ferie e permessi allungano le ferie a dismisura e il paradosso di una Equitalia che strozza i piccoli e lascia liberi i grandi: “Questo avviene – dicono-  perchè è stata progettata e pensata così, una società che deve andare in pari con gli ‘aggi’ (la percentuale sulle somme riscosse per conto dello stato e degli enti locali in genere ndr) ed è più facile riscuoterli da chi deve meno piuttosto che da chi deve di più”.  Poi spiegano: “Il nostro sistema, quello che dovrebbe punire i reati economici, mette sullo stesso piano i furti – intesi come somme dovute – di piccola entità con quelli di grande entità: non è così che si combatte l’evasione fiscale”. E a tal proposito ecco il dato agghiacciante: “L’anno scorso in Italia ci sono state 230 condanne per reati di natura economica. In Germania 7986, ovvero 35 volte di più”.

Paura di denunciare. E l’Italia buona? C’è anche quella. Rizzo e Stella ne parlano volentieri, ma denunciano anche come spesso chi agisce in maniera corretta venga penalizzato: “Ci sono persone che hanno aiutato a far venir fuori il malaffare che sono state costrette ad andare a vivere all’estero – spiegano – altre, come una sindaca in  Calabria, processata dopo aver riportato ad uso agricolo un terreno che era ingiustamente stato trasformato in edificabile ‘per aver danneggiato chi ha effettuato la lottizzazione’ e ancora un’altra funzionaria in Calabria che ha svelato come tutti gli appalti assegnati fossero truccati e lo ha fatto a rischio della vita. Ecco, il fatto è che questo: che spesso si ha paura di denunciare per paura di pagarne le conseguenze o di dare fastidio ‘a chi non vuole che si sappia’. Anche da qui bisognerebbe ripartire”.

 E fra un concetto e l’altro, la domanda, quasi raggelante, di Gaia Tortora, che ha risuonato forte: “Se oggi in questa sala ci fossero dei quindicenni ad ascoltare ciò che stiamo raccontando, quale messaggio lasceremmo loro, quali esempi per le giovani generazioni?”

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Emanuele Lombardini
Emanuele Lombardini

Giornalista, cittadino d'Europa

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