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Spoleto, Uto Ughi al ‘Menotti’ per ‘Omaggio all’Umbria’

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Spoleto, Uto Ughi al ‘Menotti’ per ‘Omaggio all’Umbria’

Redazione cultura
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Uto Ughi

di Stefano Ragni

SPOLETO – Uto Ughi al teatro Menotti più di dieci anni dopo. Ritorna Omaggio all’Umbria nella città dei duchi, per riportare nell’oscurità del terremoto  il sorriso della fiorita di Castelluccio. Quella che il grande violinista lombardo esaltò nei suoi profumi e nei suoi colori quando, per primo, portò un concerto classico al Pian Grande. Indimenticabile, in quel tripudio di vento e di sole, e oggi preziosissimo per le riprese Rai di un ambiente paesaggistico e ambientale che ora è spoglio come un cratere lunare. Forse anche in questa prospettiva va visto il ritorno del più prezioso  dei violinisti italiani, scrigno di risorse artistiche e umane che sollecitano la parte migliore di noi con il suo suono caldo, sensuale, umorale e coinvolgente che  ti trascina  dentro un gorgo di bellezza.

L’emozione si è ricreata ancora una volta, infallibile, con un pubblico che era lì per applaudire una serata di Omaggio all’Umbria ed è uscito dal teatro con la luce abbagliante di un ricordo da custodire con cura. Perché di musicisti umani come Uto Ughi non se ne stampano più, e tutta quella sua fragilità, quella freschezza, quel dubbio che riversa sulle corde del suo Guarnieri è qualcosa che ci appartiene come italiani, depositari, spesso inconsapevoli, di una eredità culturale umanistica che non ha eguali. Non sorride mai Uto, quando è sul palcoscenico, perché sa di rivestire un ruolo ormai unico di profeta e di sciamano, incantatore di suoni, maestro di acustica interiore. Quando ha agguantato rabbiosamente l’Allegro di Pugnani-Kreisler, peraltro una delle pagine più brutte del repertorio, è iniziata la lotta fra Ughi e la musica, costretta questa, sotto il pungolo dell’arco  virtuoso a rivelare tutta la sua pulsante umanità  E come un assorto cerimoniere Ughi, a occhi chiusi, come sempre, si è raccolto nel suo isolamento per forzare le porte di pagine ardue come la Ciaccona di Vitali e il giovanile Concerto in re minore di Mendelsshon,  incurante se i suoi bravi Filarmonici di Roma la seguissero o meno.  Quel suo suono particolare che ti fa sentire anche l’aria che vibra tra polpastrello e corda ha forzato anche la scabrosità della Carmen  di Bizet volgarizzata da Sarasate. Il “principe” dei violinisti solo alla fine ha mollato la sua tensione, stampandosi sul viso una piega di soddisfazione. Ed è cominciata allora la ridda dei bis favoriti. Dal Bazzini degli gnoni che si rincorrono, – una delle cose più ardue del virtuosismo stupefacente – al languoroso Oblivion, all’Umoresque di Dvorak, ripescata dal baule dei ricordi giovanili, quando ancora Enerscu, il mitico maestro di Ughi, gli raccontava di Bramhs.

Pronuba del successo della serata, patrocinata come sempre dall’Unicef, Laura Musella, all’inizio del concerto, aveva preso il microfono per ricordare al pubblico  di aver scoperto   proprio in questo teatro, da bambina, la magia dell’opera. Da adulta vi vinse  il concorso del Lirico sperimentale, debuttando in Bohème. Oggi, col suo festival  fa mondanità e cultura, promuovendo la bellezza di un’Umbria ferita, impaurita, ma consapevole custode di un porzione di  storia  che è patrimonio dell’umanità.

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