CARICAMENTO

Scrivi per cercare



Simona Faraone, la regina della consolle: “Stare in un ambiente prevalentemente maschile non mi ha mai scoraggiata”

Cultura e Spettacolo Varie Interviste Extra

Simona Faraone, la regina della consolle: “Stare in un ambiente prevalentemente maschile non mi ha mai scoraggiata”

Redazione cultura
Condividi

di Marcella Cecconi

PERUGIA– Simona Faraone è una delle prime dj d’Italia e d’Europa, ed è considerata una delle migliori professioniste del nostro paese. Romana di nascita, ha iniziato la sua carriera negli anni ’80 lavorando nei club e nelle radio nazionali. È fondatrice e produttrice esecutiva del progetto New Interplanetary Melodies – Phonographic Editions From Tomorrow’s World, e produttrice esecutiva per l’etichetta Roots Underground Records.

Simona sei stata una delle prime donne DJ d’Italia e d’Europa; come nasce la tua passione?

“Sì, storicamente sono stata tra le prime donne ad intraprendere questo mestiere, che ho sempre considerato una passione più che una professione. Il mio rapporto con la musica è iniziato molto presto ed è legato alla mia famiglia: mio papà conduceva uno show radiofonico serale in una radio libera fondata da alcuni amici, alla fine degli anni 70, e mio zio era un collezionista di vinili, molto eclettico. Diciamo che la mia passione nasce da lì. Negli anni della mia adolescenza la scena “disco” internazionale era molto affascinante, e fu quasi automatico farmi coinvolgere nel mondo del djing. La particolarità di essere donna in una ambiente prevalentemente maschile, non mi ha mai scoraggiata, né allora né oggi.”

Le tue selezioni musicali sono estremamente eterogenee e raffinate. Qual è stato il tuo percorso sonoro a partire dagli esordi, negli anni ’80, ad oggi?

“Da qualche anno ho scelto di seguire una strada diversa rispetto alle esperienze del passato. Le mie selezioni musicali, spesso più selecta che mixate, nascono da un’esigenza nuova, non diretta necessariamente al dancefloor, ma legata all’ascolto libero da condizionamenti. Pharaoh’s World sono delle session che registro periodicamente e che condivido sul mio soundcloud (https://soundcloud.com/faraonica_underground/sets/pharaohs-world), e mi rappresentano molto. In questo senso il mezzo “internet” è interessante, perché è un modo diretto per far arrivare agli altri il concetto che si ha della musica e di come si vuole proporla. Diversamente in un club c’è bisogno di filtrare l’esigenza personale con quella di un dancefloor o con l’impostazione musicale del club, e le due cose spesso non si identificano. Fare una selezione per un sito o un blog che propone Podcast con un approccio diverso rispetto al solito mix fatto per il clubbing, mi entusiasma molto. Naturalmente una serata in un club che rientra nei miei canoni è sempre molto apprezzata; sono stata una clubber per tantissimo tempo e non rinnego i miei trascorsi. Sintetizzare il mio percorso sonoro in poche righe mi riesce difficile. Ho iniziato a suonare nei club alla fine degli anni ’80 e ho vissuto sia il periodo della trasformazione delle discoteche da disco-club in house-club, sia la scena hip-hop la quale, da moda passeggera, è diventata una genere musicale solido e tuttora seguitissimo. La musica afroamericana mi è sempre piaciuta e ho iniziato a collezionare Mix ed LP da quando ero solamente una speaker radiofonica: dal soul al funk fino all’hip-hop.  In seguito la musica house ci ha travolti e io ho scelto di seguire il filone techno, soprattutto quello proveniente da Detroit. Chiaramente nel corso degli anni anche i miei gusti sono cambiati, e alcune cose che suonavo un tempo difficilmente le riproporrei oggi.”

Negli anni ’90 hai avuto diverse esperienze radiofoniche. Ce le puoi raccontare?

“Il mio rapporto con la radiofonia è sempre stato “episodico”, anche se effettivamente ho iniziato come speaker  in una piccola emittente della provincia di Roma, nel 1987. Nel periodo “house” dei primi anni ’90 c’era una radio che supportava la scena techno-house della capitale, e io conducevo uno show radiofonico il sabato sera con lo speaker di Radio Centro Suono, Andrea Torre; si trattava di un programma nato per supportare il clubbing, quindi non uno show impostato secondo i canoni classici della radiofonia. Era molto divertente perché davamo indicazioni sui party e sui club più interessanti di Roma e d’Italia, e spesso intervistavamo produttori, organizzatori di serate e djs. In seguito ho fatto un’esperienza simile con T.R.S The Radio Station fondata da Claudio Imperatori, con la supervisione del visionario dj italo-inglese Leo Young; era un’emittente “sperimentale” nata con il movimento underground delle serate house del Uonna Wood, storico club sulla via Cassia a Roma. Successivamente ho partecipato ad alcuni programmi radiofonici mixati a Radio Italia Network, la “colonna sonora” portante del periodo d’oro dei dj italiani (anni ’90); ero una guest periodica e i miei dj set andavano in onda nel programma “Underland” curato dal dj Steeve. In seguito il mio rapporto con la radio è diventato sporadico, anche se ritengo che sia uno degli strumenti più importanti per la fruizione della musica. Alcune Web Radio, ad esempio NTS| Don’t  assume (UK), dettano i trend musicali del momento e sono molto seguite; il dj inglese Gilles Peterson (BBC Radio) è una specie di icona radiofonica, e le sue selezioni musicali sono di altissimo livello. Mi piace molto meno la radiofonia generalista, come i grandi network radiofonici, che per esigenze di ascolti e di target presenta una scarsa qualità musicale: l’eccessiva presenza di musica EDM (Electronic Dance Music) in questi network, mi infastidisce parecchio. Lo stesso dicasi per tutti i mega eventi e pseudo festival che cavalcano la moda dell’EDM, invitando dj-star dai nomi improbabili e noti soprattutto per i cachet esosi e l’immagine patinata sui social.”

Qual è il tuo ruolo all’interno dell’etichetta discografica Roots Underground Records?

“Roots Underground Records è una label fondata nel 2012 dal mio attuale compagno, Marco Celeri. Ho iniziato a condividerne la direzione artistica lo scorso anno, quando abbiamo deciso di dare una svolta “in vinile” ad un catalogo che prima era solo in digitale. Produciamo giovani artisti italiani e dj stranieri di grande talento, e abbiamo avuto diverse collaborazioni interessanti come i remixer Kai Alcé, Lady Blacktronica, Legendary 1979 Orchestra, Life Recorder e Jesus Gonsev. La prima Compilation Various Artists della label “United Republic Of Music”, pubblicata su CD nel settembre scorso, vanta la partecipazioni di nomi importanti come Cottam, Anaxander, Nicuri e Tom Mc Connell, unitamente alla presenza di artisti italiani già affermati come Abyssy e Robotalco e talenti emergenti quali Reekee, Feel Fly e Cosmic Twirl (lo stesso Marco Celeri). Il nostro catalogo è disponibile sia in digitale sia in vinile su http://rootsundergroundrecords.bigcartel.com/https://rootsundergroundrecords.bandcamp.com/ o nei negozi di dischi. Dopo la prima uscita ufficiale in vinile (SofaTalk- Fairy Dust EP feat. Kris Tidjan) è imminente la seconda release “Chase Down”, un EP di quattro tracce con sonorità soulful, influenze funk ’70 e  fusion jazz, del dj producer giapponese Fuminori Kagajo, in cui spicca “The Tropics” un afro latin con un ottimo groove, realizzato in collaborazione con alcuni musicisti di talento come il mago delle tastiere Takuto Kudo, il bassista Sei Takeuchi e la sezione fiati formata da Kengo Ono (sax contralto), Mutsumi Takeuchi (sax tenore), Kogo Takeuchi (sax baritono), Yasunori Sugo (tromba). La sua uscita è prevista per il 24 ottobre.”

Cos’è il progetto New Interplanetary Melodies?

 “New Interplanetary Melodies è un progetto che mi rappresenta totalmente: è la mia prima etichetta discografica, un’idea che avevo in mente da alcuni anni e che finalmente sono riuscita a realizzare. Il concept grafico e i contenuti sono nati da una mia precisa visione iniziale, sviluppata in seguito con il grafico Andrea Crisi aka Zen Su e la writer Valeria Javarone. Il logo è ispirato all’immaginario cosmico e visionario del musicista jazz  Sun Ra, e il nome della label è una sorta di tributo/citazione alla sua figura artistica, e spiega chiaramente la vocazione della label: le nuove melodie interplanetarie…. La costellazione dello Scorpione, raffigurata al centro del logo, è il mio segno zodiacale, e il primo artista che ho prodotto è Mayo Soulomon, anche lui nato sotto il segno dello Scorpione: una sorta di predestinato! Di Soulomon ammiro moltissimo lo stile originale e coerente, e ritengo che sia un talento di grande rilevanza nel panorama elettronico italiano e internazionale, finora poco valorizzato. Mi ha fatto un grande regalo rilasciandomi la pubblicazione di “Magnetic Archive”, un disco che ha avuto recensioni importanti come quella di Dr Rob su Test Pressing e di Christian Zingales su Blow Up che ha definito Sin (FM) “…il più grande pianale di beats di Derrick May non prodotto da Derrick May…”. Posso anticiparvi che la collaborazione con Mayo Soulomon proseguirà anche nella seconda release; si tratta di un EP di 4 tracce inedite che Mayo pubblicherà con il suo moniker ABYSSY e che uscirà all’inizio del 2017. Il titolo del disco è Two Scorpios”.

(https://soundcloud.com/newinterplanetarymelodies)

Cosa fai quando non lavori?

“Ascolto musica, naturalmente!”

La passione per l’Egitto e la sua simbologia è frutto di una casualità dovuta solamente al tuo cognome o ha radici più profonde?

“Diciamo che forse non è un caso che il mio cognome sia proprio Faraone… Il mistero della civiltà egiziana mi ha sempre incuriosita, anche se devo ammettere di non essere un’esperta egittologa.Nel lavoro l’Antico Egitto è stato fonte di ispirazione per alcuni progetti artistici del passato, come ad esempio un EP che produssi nel 1996 per la Tomahawk Records e che si chiamava Hieroglyphic Project: la mia traccia preferita era “Nile Fury”, una personale visione techno acidissima della furia del Nilo. L’Antico Egitto è presente anche nel progetto grafico di New Interplanetary Melodies: nell’artwork del NIM001/Soulomon, io e il grafico Zen Su abbiamo rielaborato una raffigurazione del mitico Re Scorpione, giocando con la costellazione ritratta al centro del logo. Tra questo art work e quello della release successiva “Two Scorpios” di Abyssy ci sarà un filo conduttore, e un rimando al NIM001 con la traccia Young Soulomon. Una figura dell’Antico Egitto che mi ha sempre affascinata, è la regina Hatshepsut, una sovrana potente e illuminata, unica figura femminile ad aver detenuto il titolo di Faraone. Per difendersi dall’ottusità maschilista di alcuni suoi detrattori, si faceva ritrarre con sembianze da uomo: una donna forte e anticonformista ante litteram! Recentemente mi sono ispirata al suo personaggio, utilizzando il suo nome in una selezione mixata per Jinn Radio, la nuova radio series di Jinn Records del dj producer italiano Giorgio Bacchin.”

Recentemente sei stata ospite della nostra regione e hai partecipato all’evento ‘432 hertz re\evoluzione musicale .02’, organizzato nell’ambito di Assisi Suono Sacro 2016. Che ricordo conservi di questa esperienza?

 “Sono stata molto onorata di aver partecipato all’evento, sia per l’argomento trattato e poco conosciuto dell’accordatura musicale a 432 Hertz, sia per l’alto livello culturale della manifestazione. Conservo un bel ricordo della serata, anche perché ho diviso la consolle con l’amico e collega Claudio Casalini che non vedevo da alcuni anni. La location, inoltre, è stata eccezionale: il Giardino degli Incanti della Rocca Maggiore, con un panorama mozzafiato e un cielo astro-magico. Ringrazio molto il dj Vincenzo Viceversa per avermi coinvolta nel progetto.”

(https://soundcloud.com/faraonica_underground/432-hertz-re-evoluzione-musicale-02-simona-faraone_umbros_claudio-casalini)

Come ti immagini la musica del futuro?

“Sarà la missione di New Interplanetary Melodies, le edizioni fonografiche dal mondo di domani!  Spazio-tempo-futuro… il passato che era già nel futuro e il cerchio che, magicamente, si chiuderà.”

Se dovessi descriverti attraverso una canzone, quale brano sceglieresti e perché?

“Beh, non ho dubbi, Pharaoh’s Dance di Joe Zawinul, la lunga suite contenuta nell’album “Bitches Brew” di Miles Davis. Naturalmente per via del titolo, ma non solo per quello: tutto l’album è bellissimo. Il lavoro è nato da una scommessa di Miles Davis che voleva sconvolgere i canoni del jazz con un disco totalmente improvvisato e molto complesso. L’artwork e la musica di Bitches Brew sono ispirati alla cultura africana, a cui mi sento molto vicina. La cover è stata realizzato da Mati Klarwein, un artista surrealista e psichedelico che ammiro molto, e che ha un cuore africano come il mio. Le sfide musicali mi sono sempre piaciute!”