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San Pellegrino, fare finta che sia normale: così la vita ricomincia nella tendopoli

Cronaca e Attualità

San Pellegrino, fare finta che sia normale: così la vita ricomincia nella tendopoli

Redazione
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di Marcella Cecconi

SAN PELLEGRINO – “Immagina… Vieni svegliato nel cuore della notte da un forte boato. Il letto trema, la casa trema e tu stesso inizi a tremare dall’eccitazione e dal terrore. La mente, all’inizio, è confusa e non riesce a comprendere cosa sta accadendo: avverti solo paura e, istintivamente, scappi. Scendi le scale di corsa, frenetico e cieco, e ti ritrovi in strada in mezzo ad altra gente disperata che piange e urla. Scivoli, cadi, ti rialzi, e ti guardi intorno attonito e perso, cercando un volto amico e una parola di conforto. È buio, la luce è saltata ovunque, e ti muovi incerto fra intonaci e polvere. Il paese è ferito per sempre e la tua vita, così come la conoscevi, non esiste più” (dal racconto di un Vigile del Fuoco).

San Pellegrino è una piccola frazione di circa 140 anime, situata a pochi chilometri da Norcia, all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. D’inverno vi si celebra la nascita del Cristo con un suggestivo Presepe Vivente, e d’estate il paese si riempie di vacanzieri che invadono le trattorie e i sentieri di montagna, incrementando il numero dei residenti di diverse decine di unità. Ma forse è più giusto dire “San Pellegrino era”… Nel corso del sisma del 24 agosto, infatti,  il 70% delle abitazioni ha subito danni più o meno gravi che hanno reso inagibile l’intero borgo, trasformandolo in un paese fantasma.

Attualmente la popolazione vive in un campo della Protezione Civile allestito all’ingresso del centro abitato e costituito da 27 tende, 20 delle quali a disposizione dei civili e 7 dei volontari. La sicurezza della tendopoli è affidata all’Associazione Nazionale Carabinieri 142° Nucleo di Perugia: sono loro che ci accolgono e ci guidano in un giro perlustrativo.

“Ecco, questa è la zona centrale. Potremmo definirla ‘ricreativa’ poiché c’è una televisione, un paio di biliardini e una tenda piena di giochi per i più piccoli. È uno spazio comune e condiviso, che ha la funzione di favorire la coesione tra gli ospiti e preservare un minimo di ‘normalità’. Più in là c’è la segreteria, una sorta di centro direttivo con mansioni logistiche e di raccordo, coordinata da un funzionario regionale. È lì che, per mezzo di un computer, si gestiscono il magazzino, le tende, la turnazione del personale e tutto quello che concerne il campo. Proseguendo incontriamo la tenda ambulatorio e i vari alloggiamenti dei volontari e degli ospiti. Infine, laggiù, ci sono i bagni e le docce, mentre la mensa è esterna”.

Ci incamminiamo lentamente e con discrezione, consapevoli di essere ospiti a casa d’altri. Il campo è un ‘campo’ a tutti gli effetti, con un fondo di terra che con la pioggia diventa fango, e sul quale è poggiata una passerella di plastica che congiunge le singole sezioni. Fuori dalle tende fanno bella mostra di sé alcuni vasi di fiori, un rigurgito di vita contro la distruzione che si è abbattuta sul paese; per il resto tutto è ordine e silenzio.

Il volontario che ci guida ci racconta la vita nel campo: “Il nostro compito non è semplicemente quello di soddisfare i bisogni primari degli sfollati, riguardanti la sopravvivenza e le necessità quotidiane; dobbiamo prenderci cura delle ferite emotive e infondere speranza, prospettando un futuro migliore. Il terremoto c’è stato, c’è ancora, e sicuramente ci sarà anche in futuro, ed è importante imparare a convivere con tale fenomeno, facendo in modo che non provochi più danni. Come? La risposta può venire dalle nazioni a elevato rischio sismico: analizziamo le loro costruzioni e prendiamo esempio da loro. Io ne discuto sempre con gli ospiti, il sisma va esorcizzato e la parola è un ottimo strumento”. E ancora: “A volte le dinamiche di una tendopoli sono delicate e complesse; la vicinanza forzata in uno spazio ristretto fa emergere tensioni e dissapori, spesso legate a vecchie storie di paese. Il personale – volontari, psicologi, forze dell’ordine – diviene allora una sorta di scarico a terra, un parafulmine che raccoglie sfoghi e lamentele, e che ricompone contrasti”.

Mentre camminiamo alcuni ospiti si affacciano timidamente dal buio delle loro tende: sono anziani, con i volti segnati dalle rughe e dalla vita. Ci salutano cordialmente e ci invitano a parlare: “Sin dal primo momento abbiamo avuto un’assistenza eccellente! La Protezione Civile ha subito provveduto a montare le tende e tanta gente ha iniziato a occuparsi di noi: volontari, Vigili del Fuoco, Polizia, Carabinieri, Finanza, Ordine di Malta… La gentilezza e la disponibilità di queste persone sono state massime e si è instaurato un profondo rapporto di stima e affetto. Qui ci sentiamo sicuri, viviamo sicuri, e siamo assistiti al meglio sotto ogni punto di vista: io, ad esempio, sono celiaca e posso contare su di un’alimentazione adeguata, e come me tutti coloro che hanno delle necessità particolari”.

Una signora si inserisce nel discorso e mi mostra una medaglietta:”Vede questa? È un’immagine di Padre Pio, io la tengo sempre al collo, non la lascio mai. È lui che mi ha protetta durante il terremoto e che continua a farlo anche ora”. Un’altra, con la passione per la tecnologia, mi spiega l’importanza di essere ‘connessi’: “Io, qui al campo, ho l’i-pad e il cellulare. Uso Facebook, l’e-mail e guardo i film in streaming e su Youtube: per me è fondamentale comunicare con amici e parenti, e rimanere informata su quello che accade nel mondo. Inoltre è un ottimo modo per passare il tempo”.

Già, il tempo… Un giorno al campo sembra un anno se non si ha nulla da fare, e la prospettiva temporale, che inquadra e definisce una vita, sembra mancare del tutto: “Per quanto dovremmo restare qui? Cosa ci riserva il futuro?”.

Un signore mi mostra le sue tartarughe d’acqua: “Oggi le ho lavate ben bene! Lei ci capisce di tartarughe? Dicono che il maschio e la femmina hanno il guscio diverso… Mi faccia il favore, controlli”. Mi metto ad analizzare le bestiole insieme ad un volontario: “Guardi dovrebbero essere due femmine…”. Ride: “Ah ecco perché stanno sempre vicine, perché vogliono chiacchierare come le donne!”. Iniziamo a scherzare, il ghiaccio è rotto, e le parole vengono da sé: “Vede la mia casa? È quella lassù, dietro al traliccio dell’Enel. Ci vado tutti i giorni coi Vigili del Fuoco: c’è un recinto con i cani e gli portiamo da mangiare, povere bestie. Tutti gli animali domestici e da cortile sono ospitati in ambienti sicuri, e vengono accuditi dai rispettivi proprietari e dai volontari.”. E prosegue: “Staremo in tenda ancora un altro mese, poi farà troppo freddo e la neve e la pioggia ci costringeranno a trovare un’altra sistemazione. Quale? Bella domanda: o in albergo oppure dovremmo farci ospitare da qualcuno. Io pensavo di trasferirmi al mare, di cercare una casa lì. È da tanto che ci rifletto…  Lo farei soprattutto per i figli: il paese è piccolo e non c’è lavoro, non c’è futuro. La femmina è parrucchiera e il maschio è ragioniere, magari nella costa potrebbero trovare qualcosa da fare. Chissà…”.

I terremotati hanno molta voglia di parlare: la narrazione delle storie personali è un modo per ricostruire la memoria del paese, e ciascun racconto diviene il frammento di una quadro più complesso che fotografa la situazione presente e quella passata.

Una signora mi spiega il ruolo degli psicologi: prima si raccolgono le macerie delle abitazioni e poi, di seguito, i pezzi di una vita andata distrutta. “Gli psicologi hanno una funzione fondamentale: all’inizio mi hanno aiutata ad elaborare il trauma di quanto accaduto quella maledetta notte, mentre ora le loro parole mi servono per costruire una visione del futuro e per trovare la forza di andare avanti”.

All’esterno del campo veniamo presi in ‘custodia’ dai Vigili del Fuoco: sono loro che regolano l’accesso alla ‘zona rossa’ e che accompagnano i visitatori per le vie del borgo. “Indossate il caschetto e camminate con cautela: state lontani dalle mura e dai cornicioni”.

Partiamo. Nelle strade giacciono cumuli di macerie, testimoni silenziosi di un paese ferito: “Per fortuna le strutture portanti hanno retto evitando crolli rilevanti, ma la maggioranza delle abitazioni ha subito lesioni e necessita di importanti interventi. Venite, vi facciamo vedere le case più danneggiate in modo che possiate documentare la situazione in cui versa San Pellegrino: la popolazione vuole che si continui a parlare di questo luogo, onde evitare di cadere nell’oblio”.

I Vigili ci guidano per le vie del paese e ci mostrano rovine e ritagli di vita: biciclette abbandonate, piante seccate e intere stanze messe a nudo dal crollo di un muro. Nel loro procedere c’è il rispetto e il pudore di chi entra in uno spazio privato e fa un lavoro delicato e difficile: “Le persone non hanno perduto solo una casa fatta di mattoni e di calce; gli abitanti hanno perso la quotidianità, la sicurezza, e l’intimità che contraddistinguono la vita di ciascuno. Le faccio un esempio. Un giorno ho accompagnato un signore a prendere dei vestiti nell’abitazione resa inagibile dal sisma: improvvisamente mi ha chiesto se poteva andare al bagno, nel suo bagno, perché aveva difficoltà ad usare quello comune presente nel campo… Ecco, è questo a cui mi riferisco quando parlo di perdite”. E prosegue: “Talvolta mi immedesimo in loro. Infondo tutto questo potrebbe capitare a chiunque e in qualsiasi momento, e mi chiedo ‘come reagirei? cosa farei? quali sarebbero i miei sentimenti?”.

Il suo collega interviene parlando di ricostruzione e futuro: “I politici vengono a San Pellegrino esponendo progetti di ristrutturazione in fase di studio e di approfondimento. Gli abitanti, d’altra parte, vogliono sicurezze e interventi immediati, sì che il pensiero di uno cozza con quello dell’altro, generando una discrepanza fra ipotesi e realtà, fra promesse e aspettative. Purtroppo è come se parlassero linguaggi diversi: i primi fanno supposizioni e si rivolgono al futuro, mentre i secondi hanno bisogno di certezze e vivono il presente”.

La politica la ritroviamo nei discorsi che precedono il pranzo, urlata e contestata dal lungo serpentone umano che attraversa la mensa del campo.

Una signora è stanca e manifesta apertamente tutto il suo dissenso: “Odio il campeggio sin da giovane, figuriamoci se mi metto a vivere in tenda ora che sono vecchia! Quando si decideranno a fornirci degli alloggi più dignitosi? I politici vengono, fanno la loro bella passerella dinnanzi ad una stampa compiacente, e promettono cose che sistematicamente non mantengono. Non possono trattarci così! Siamo cittadini, paghiamo le tesse: il giorno prima del sisma avevo pagato luce e tv. Per cosa, dal momento che non ho più una casa e tantomeno un televisore?”.

Un signore ce l’ha coi giornalisti: “Sono venuti appena hanno saputo del terremoto e ci hanno fatto delle domande davvero cretine del tipo ‘come ha dormito questa prima notte?’, oppure ‘che si prova a perdere tutto?’. Altri si sono messi a fotografare gente mezza svestita, in pigiama, violando totalmente la nostra intimità. Ci vuole rispetto nell’avvicinare le persone, occorrono sensibilità e attenzione, soprattutto in una tragedia come questa!”.

Io ascolto e annuisco: sono d’accordo su tutto. Ma non sono né una politica né una giornalista: racconto solo storie.

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