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Rogo Ast, il memoriale di Moroni dal carcere: "Questa è la mia versione"

Cronaca e Attualità

Rogo Ast, il memoriale di Moroni dal carcere: "Questa è la mia versione"

Andrea Giuli
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TERNI – Dopo la lettera dal carcere, scritta subito dopo esservi entrato, a firma dell’ex ad di Ast, l’ingegnere Marco Pucci, recluso tuttora nel carcere di Terni per la condanna definitiva a 6 anni e 10 mesi (emessa dalla Cassazione sabauda lo scorso 13 maggio) nel processo per il rogo Ast di Torini, dove perirono sette operai, arriva un ponderoso e dolente memoriale, diffuso poche ore fa dalla famiglia su internet, ad opera dell’altro ternano condannato in questa vicenda, l’ex dirigente Ast Daniele Moroni che, nello stesso carcere del concittadino Pucci, sta scontando una condanna più pesante. Si tratta di un documento di circa 70 pagine, diviso in 16 capitoli. Ricostruzioni, domande, documenti, considerazioni. Insomma, la verità di Daniele Moroni, 68 anni. Offriamo solo degli stralci dagli ultimi due capitoli del memoriale.

 

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Daniele Moroni

L’epilogo. “La sentenza ha respinto i motivi di ricorso ed ha confermato nel mio caso la condanna a 7 anni di reclusione. Il cuore si è fermato. Mi è mancato il respiro. In quel momento mia moglie accanto a me è scoppiata in un pianto disperato. Quello che per tanti anni avevo temuto si stava verificando: dopo l’infamia della condanna, ora veniva anche la punizione: il carcere. Rapidamente tutta la famiglia si è stretta intorno a me e numerose testimonianze di solidarietà mi sono giunte per telefono. Poi ho deciso di isolarmi per stare solo con mia moglie le poche ore che restavano. Non eravamo pronti a questa evenienza, non avevamo mai voluto prepararci semplicemente perché questo pensiero era inaccettabile. Quelle ore resteranno per sempre nella nostra memoria: le più disperate, dolorose e intense della nostra vita insieme, con la consapevolezza di doverci separare per un lungo periodo di tempo, per mia moglie di dover affrontare le responsabilità della famiglia e della vita quotidiana senza di me e per me di dover entrare in un ambiente sconosciuto, considerato pericoloso e pieno di insidie. Tutto questo con l’intima e sincera convinzione di subire un’ingiustizia. Mi attendeva una punizione terribile per qualcosa che non riuscirò mai a comprendere. Il carcere non servirà a nulla: parlare di recupero, riabilitazione, integrazione non ha senso nel mio caso. Sarà solo una punizione tragica, mi verrà sottratto il tempo. Alla fine del periodo di detenzione, se ci arriverò, sarò solo più vecchio, più amareggiato, più confuso, più triste. Nulla sarà più come prima, la mia vita sarà rovinata. Mi sono sempre considerato una persona con un carattere forte e positivo, in grado di adattarsi alle diverse situazioni e di affrontare con coraggio le difficoltà. Per la prima volta, però, non sono sicuro di riuscire a superare questa prova, le privazioni fisiche e psichiche che mi attendono mi appaiono troppo grandi per essere sopportate.” 

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La mia verità   “Proprio questo è forse l’aspetto più incredibile della vicenda: alla base delle diverse condanne c’è una valutazione di prevedibilità dell’evento. Non è bastato argomentare che non esiste traccia documentale di incidenti simili in linee di trattamento dell’acciaio in generale e di quello inossidabile in particolare, da quando questo tipo di processo è stato adottato; non è stato sufficiente ricordare che nel solo gruppo della ThyssenKrupp esistevano 25 linee con le caratteristiche simili a quelle della Linea 5 di Torino e che, pur essendo universalmente noto l’incendio di Krefeld, in nessuno di questi impianti, al momento dell’incendio del dicembre 2007, erano stati adottati provvedimenti come quelli di spegnimento automatico. Il che significa che questa capacità di previsione dell’evento e delle sue drammatiche conseguenze, non è stata messa in campo da tanti altri dirigenti, tanti altri tecnici in diverse parti del mondo. Cosa avrei dovuto prevedere? Che l’impianto sarebbe stato sporco di carta e di olio. Che l’aspo non sarebbe stato centrato rispetto all’asse della linea. Che il controllo dell’avvolgimento della carta sarebbe stato effettuato in manuale anziché in automatico. Che tutto il personale di gestione della linea si sarebbe riunito contemporaneamente all’interno del pulpito principale. Che nessuno avrebbe sentito per circa 10 minuti il rumore assordante proveniente dallo sfregamento del nastro contro le carpenterie della linea. Che nessuno avrebbe visto per circa 10 minuti le scintille provenienti dallo sfregamento e lo svilupparsi dell’incendio. Che tutto il personale si sarebbe lanciato sull’incendio per cercare di spegnerlo, pur avendo questo raggiunto, dopo circa 10 minuti, una dimensione importante sicuramente più grave di quelli a cui erano abituati. Che a seguito dell’incendio, i flessibili si sarebbero rotti causando la proiezione di olio incandescente. Che nessuno avrebbe agito sui pulsanti di emergenza. Che nessuno avrebbe attivato la squadra di emergenza. Questo elenco di circostanze e comportamenti pone almeno il dubbio che sarebbe stato veramente difficile prevedere il loro svolgimento sia per la necessità che si realizzassero…………..

Sulla capacità di prevedere quanto accaduto mi sono già espresso, ma in questo tipo di reato sorge spontanea un’altra considerazione: come si può essere sicuri che una mia eventuale segnalazione avrebbe causato una conseguente reazione in grado di cambiare il corso degli eventi come si sono effettivamente svolti? Oppure il reato omissivo è tale a prescindere dal risultato dell’azione non attuata? Sembra una valutazione almeno miope ed esclusivamente formale quella basata sull’assenza di una segnalazione, come un verbale di riunione o una semplice mail, senza curarsi se l’efficacia di questa segnalazione sarebbe stata tale da evitare quanto accaduto quella tragica notte. Un’ultima considerazione sul reato omissivo: a chi avrei dovuto fare la segnalazione del potenziale rischio presente sulla Linea 5 di Torino? Evidentemente a chi avrebbe avuto la possibilità prima di tutto di capire il contenuto della segnalazione, poi di mettere in campo le azioni che quel tipo di segnalazione suggerivano…………

In conclusione,facendo una rapida sintesi, devo scontare una pena a sette anni e sei mesi di reclusione per non aver segnalato l’esigenza di eseguire dei lavori, che avrebbero impedito un evento non prevedibile ad un soggetto che ne era allo stesso modo già informato e senza la prova che tale segnalazione avrebbe cambiato il corso degli eventi; tali lavori, infine, non sarebbero stati realizzabili in tempi utili per evitare l’evento del dicembre 2007″. 

 

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Andrea Giuli
Andrea Giuli

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