CARICAMENTO

Scrivi per cercare



Rashmi Bhatt, ambasciatore della musica indiana, con Perugia nel cuore

Perugia Cultura e Spettacolo Varie Extra

Rashmi Bhatt, ambasciatore della musica indiana, con Perugia nel cuore

Redazione cultura
Condividi

di Marcella Cecconi

Rashmi Bhatt è un percussionista indiano nato a Rajpipla (stato del Gujarat) e cresciuto a Pondicherry, nell’India del sud, in un ambiente ricco di musica, danza e teatro. Nel periodo della sua formazione artistica è stato allievo del maestro Sree Torun Banerjee, da cui ha appreso l’arte del Tabla, un tipico strumento tradizionale di antichissima origine. Ha compiuto studi universitari seguendo un indirizzo letterario-teatrale, ed ha recitato in molteplici teatri indiani. Dopo aver vinto una borsa di studio in Storia dell’Arte, si è trasferito in Italia dove è vissuto in diverse città, fra le quali Perugia. La sua lunga carriera di musicista è costellata di prestigiose collaborazioni con famosi artisti internazionali, fra cui Markus Stockhausen, Jan Garbarek, Nusrat Fateh Ali Khan, le pop star Sting e Shakira, ed i nostri Tony Esposito e Tullio De Piscopo, solo per citarne alcuni. Da molti anni alterna l’attività concertistica con quella didattica, attuando numerosi progetti ed interventi educativi in scuole e conservatori musicali sparsi in tutto il mondo.

Lo abbiamo raggiunto al telefono, in una pausa fra un concerto e l’altro.

Rashmi la musica indiana è molto diversa da quella occidentale, in quanto frutto di una cultura complessa e peculiare. Illustraci brevemente le sue caratteristiche e la sua funzione sociale.

Nella storia dell’India, la musica nasce con una funzione devozionale. Circa 4000 anni fa, gli antichi testi vedici venivano cantati in forma molto semplice: erano invocazioni alle divinità, paragonabili, per lo meno negli intenti, ai vostri canti liturgici. Successivamente la musica indiana è passata a testimoniare la complessità dell’animo umano e, più propriamente, è diventata una ricerca sull’espressività dei sentimenti, i Rasa. Nel III secolo a.C. il musicologo Bharata Muni scrive il testo Natya Shastra, in cui elenca i nove sentimenti principali dell’uomo – i Nava Rasa – e la loro espressione artistica; a quel tempo, la forma d’arte principale era il teatro e, di fatto, Natya Shastra significa proprio Scienza del Teatro. In questo contesto la musica si lega indissolubilmente allo studio dell’essenza umana, una parte della quale è permeata di spiritualità. Attualmente la musica indiana è composita, ed è formata da tante ‘musiche’ e stili diversi, quale la folk, la classica o la rituale. In particolare la musica classica indiana – quella di cui io mi occupo – è viva e gode di ottima salute, e questo malgrado il bombardamento dei mass media e della cultura pop; ne sono testimonianza i  numerosi festival che periodicamente animano l’intera Nazione.

In cosa si distingue la musica classica indiana da quella occidentale? Quali sono le somiglianze (se ci sono) e quali le differenze sostanziali?

La musica classica indiana si fonda essenzialmente sulla melodia e si sviluppa attraverso un motivo particolare denominato Raga, termine sanscrito traducibile come “ciò che colora lo spirito”. Il Raga è l’espressione di un sentimento (amore, gioia, tristezza), ovvero rappresenta il legame dell’uomo con la natura e pertanto si identifica con una stagione o con uno specifico momento della giornata (primavera, autunno, alba, notte, vento, eccetera). Ogni Raga ha una sua scala musicale formata da note ascendenti e discendenti che vengono adoperate in un determinato ordine, pur lasciando un certo margine di libertà all’interprete medesimo. L’esecuzione si articola nel modo seguente: preludio lento e meditativo chiamato Alap; melodia ripetitiva incorniciata da un esatto ciclo ritmico, esaltata dall’improvvisazione dei musicisti e strutturata in un progressivo e costante crescendo, detta Gat; ultimo movimento, indicato col termine Jhata, una sorta di ‘estasi’ finale che coinvolge suonatori e pubblico. La musica classica indiana non contempla né armonie né contrappunti, e ha pochissime cose in comune con quella occidentale. Persino la strumentazione è molto differente e si avvale solo di antichissimi strumenti indiani; l’unica eccezione è costituita dal violino, che è arrivato con i colonizzatori francesi, ma è stato subito assorbito e modificato in funzione delle nostre esigenze musicali. Purtroppo la nostra musica, pur vantando una tradizione millenaria, è pressoché sconosciuta nei vostri conservatori occidentali.

Diversi anni fa hai deciso di trasferirti in Europa e hai vissuto diversi anni a Perugia. Come mai questa scelta così radicale? Che ricordi conservi della nostra città?

Quando ero uno studente, in India, sognavo l’Occidente, i grattacieli, la modernità, tutte cose che da noi mancavano. Una volta finita l’università ho vinto una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri con destinazione Italia. Sono giunto quindi a Perugia, all’Università per Stranieri, per studiare Storia dell’Arte, e mi sono ritrovato a camminare nelle viuzze medievali della vostra città: altro che grattacieli! All’inizio ho provato una grande delusione, perché non era quello il luogo che avevo immaginato; poi i miei gusti sono cambiati, e ho iniziato ad amare profondamente il capoluogo umbro ed i suoi abitanti. La musica, a quel tempo, mi ha accompagnato fra un esame e l’altro, e quando non studiavo facevo concerti. La Storia dell’Arte, inoltre, mi ha fatto conoscere ed apprezzare la vostra cultura e la vostra religione, a cui essa è intimamente legata; rammento ancora con molto affetto i miei professori, come Claudio Burra che mi ha insegnato l’Italiano, Mario Olivieri il professore di Storia, l’antropologo Tullio Seppilli e lo Storico dell’Arte  Pietro Scarpellini. Ho tanti cari ricordi della vostra regione… In quel periodo frequentavo la mensa universitaria di Elce e il mio compagno di tavolo era un africano, di nome Richard; lui era molto ambizioso e sognava di diventare una persona importante, un diplomatico, mentre noi amici lo prendevamo in giro e gli dicevamo di andare a zappare la terra! Quando l’Università per Stranieri ha celebrato gli ottant’anni, è stato organizzato un grande raduno dei suoi studenti più celebri, tutte persone che hanno avuto successo nella vita, ed io sono stato invitato a suonare; è stato proprio allora che ho scoperto che Richard era diventato l’ambasciatore della Costa d’Avorio in Italia! Ritrovarci in quell’occasione è stato molto emozionante! In seguito lui è diventato ambasciatore in India e io gli ho fatto conoscere tutta la mia famiglia, che l’ha accolto come fosse uno di casa. Durante il mio percorso universitario ho vinto altre borse di studio che mi hanno permesso di girare l’Italia e conoscere altre magnifiche città d’arte, fra cui Venezia, Firenze, Roma, ma il mio cuore è rimasto sempre in Umbria! Quando abitavo a Firenze sono stato il direttore artistico di Percussionistica – World Rhythm Festival, una prestigiosa manifestazione con sede a Umbertide e che organizzava concerti in tutta l’Umbria: è stato proprio questo l’ultimo contatto lavorativo con la vostra regione.

Nella tua lunga carriera hai collaborato con musicisti di fama mondiale. Vuoi condividere qualche ricordo con noi?

Un caro ricordo risale al mio periodo perugino, quando ho avuto il piacere di suonare con il trombettista Marcus Stockhausen, figlio del celebre Karlheinz Stockhausen, il padre della musica contemporanea. Lui doveva esibirsi ad Assisi e cercava un percussionista, e qualcuno gli fece il mio nome. Ci incontrammo e parlando venne fuori che era appena tornato dall’India, per la precisione da Pondicherry la città in cui ero cresciuto, e lì, guarda caso, aveva suonato proprio con il mio maestro! Queste fortuite circostanze crearono una profonda sintonia fra di noi e insieme facemmo un bellissimo concerto di Musica Intuitiva, la mia prima esperienza di musica non indiana. In seguito ho avuto modo di suonare ancora questo genere, esibendomi con diversi artisti fra i quali i vostri conterranei Andrea Ceccomori, Gabriele Mirabassi, Ramberto Ciammarughi e Marco Sarti. Un altro ricordo divertente concerne il tour con la pop star Shakira. In quell’occasione è accaduta una cosa molto particolare: quando la produzione (la Sony International) ha scoperto che io suonavo seduto a terra, voleva annullare il mio contratto. Dopo una lunga discussione, Shakira è entrata nel mio camerino e mi ha comunicato la sua intenzione di esibirsi a terra insieme a me; la produzione dapprima si è mostrata scandalizzata, ma alla fine non ha potuto che accettare!

Gli spettatori sono uno dei soggetti attivi e partecipanti della performance artistica. Qual è il tuo rapporto con il pubblico?

Hai una visione molto idilliaca del pubblico! In realtà gli spettatori non sono sempre così attivi e partecipanti, perlomeno quelli italiani. Da voi c’è poca curiosità nei confronti della musica asiatica, e in genere si tende a prediligere quella africana o sud americana. Nel resto d’Europa invece, soprattutto in Germania e in Francia, c’è più interesse e il pubblico dimostra un’educazione musicale molto più profonda.

Parlaci della tua attività di insegnante.

Nel corso degli anni, ho attuato alcuni progetti interculturali nelle scuole statali di Umbria e Lazio, raccontando storie mitologiche indiane accompagnate da musica e danza. Inoltre collaboro con diversi conservatori italiani, insegnando musica classica indiana ed enfatizzando particolarmente il concetto di improvvisazione, un elemento pressoché assente nelle vostre scuole di musica ma molto presente nella nostra tradizione. A tale proposito il mio maestro, Sree Torun Banerjee, amava ripetermi: “Vai lontano, scopri nuovi orizzonti, ma non scordare mai da dove vieni”.

La cultura indiana è molto diversa da quella occidentale: cosa ti manca di più del tuo paese di origine?

Mi manca il cibo indiano, le spezie, le verdure e la frutta tropicale, che qui sono pressoché introvabili. Inoltre provo nostalgia per la mia famiglia, il mio maestro e per gli amici d’infanzia… Per il resto sono molto integrato nella società italiana, che è diventata “la mia piccola India”.

Stiamo vivendo un’epoca di accesi contrasti razziali ed etnici. Come straniero che vive in Italia da tanti anni, qual è il tuo pensiero a riguardo?

L’Italia ha una scarsa tradizione coloniale e, storicamente, è sempre stata poco esposta all’incontro/scontro con culture diverse; in questo contesto lo straniero è rimasto tale ed è stato spesso percepito come un ‘diverso’. L’italiano, in un primo momento, si dimostra diffidente e timoroso, ma successivamente, quando stringe un rapporto di amicizia, rivela tutto il calore ed l’affetto di cui è capace! Io mi trovo molto bene da voi e mi sento completamente integrato: amo la cultura, il cibo, il vostro humor ed il clima. Altrettanto non posso dire dell’ambiente lavorativo, che spesso è poco onesto e scarsamente professionale: sapessi quanti soldi devo ancora incassare in giro per l’Italia!

L’India, storicamente, è sempre stata una Nazione molto complessa, un crogiolo di “anime” eterogenee in grado di produrre realtà fortemente contraddittorie: basti pensare al divario esistente fra alcune città come Varanasi e Mumbai, ad esempio. Qual è la situazione attuale e come, invece, immagini l’India del futuro?

L’India è la più grande democrazia del mondo, un mosaico di culti, razze e lingue che coesistono da secoli, un esempio di tolleranza e multiculturalismo. Da questo punto vista potrebbe essere un modello di riferimento futuro per tutte le altre Nazioni, una grande democrazia religiosa ed emblema di ospitalità ed accoglienza: basti pensare che da noi convivono tibetani, farsi, musulmani e cristiani. Ma l’India è anche il paese delle forti contraddizioni, dove la povertà e l’analfabetismo permeano la società, e in cui l’abnorme sviluppo industriale ostacola la creazione di una coscienza ecologica. Per tutti questi motivi il suo futuro appare molto incerto…

Rashmi se ti dovessi descrivere attraverso una canzone che brano sceglieresti e perché?

Sicuramente ‘We are the world’ perché mi sento un cittadino del mondo.

Tags:

Ti Potrebbe anche Piacere