CARICAMENTO

Scrivi per cercare

Perugia: omicidio Maranini, le motivazioni della condanna per lo scippo mortale

Perugia Cronaca e Attualità Extra EVIDENZA2

Perugia: omicidio Maranini, le motivazioni della condanna per lo scippo mortale

Redazione
Condividi

L'ingresso del tribunale di Perugia

PERUGIA – Nove anni di reclusione per aver scippato e colpito un uomo, causandone la caduta a terra e la morte per trauma cranico. Adesso il gip Alberto Avenoso spiega come si è arrivati a questa condanna per il marocchino Abdallah Ardouni, difeso dall’avvocato Laura Feraboschi, responsabile di aver provocato la morte dell’anziano Loredano Maranini durante lo scippo avvenuto in via della Pallotta il 4 ottobre 2015. Il giudice ha disposto anche un risarcimento di 375mila euro per i familiari della vittima, assistiti dagli avvocati Giusy Mazziotta e Elena Cristofari, e 50mila al Comune di Perugia.

La prova video

Secondo il gip Avenoso «la telecamera posta in prossimità della rotatoria in precedenza indicata riprendeva Maranini Loredano, alle ore 15.49, provenire dalla via Santucci, attraversare via Tuderte e dirigersi verso via della Pallotta. Alle 15.51(dopo ciraca due minuti e mezzo). La medesima telecamera riprendeva un altro soggetto compiere il medesimo percorso. L’uomo di corporatura medio/robusta indossava un cappellino bianco, pantaloni jeans colore scure e un giacchetto di colore scuro con bordi sottili chiari sul punto vita e sulle maniche». Un elemento sul quale concordavano tutte le testimonianze.

Il passaggio di Maranini davanti alla telecamere della profumeria Limoni si compiva «in 34 secondi» mentre quello del soggetto in «15, a passo sostenuto», inoltre «l’uomo in questione era stato l’unico soggetto ripreso dalla telecamera di via Assisana a breve intervallo» dal passaggio di Maranini e la «distanza si era notevolmente ridotta» in prossimità del luogo dell’aggressione «ciò consente di ipotizzare, più che verosimilmente, che l’uomo con il cappellino bianco potesse essere l’aggressore, ovvero un passante che avesse assistito all’intera azione criminosa da brevissima distanza» scrive il gip nelle motivazioni. Tutte le testimonianze, inoltre, pur con qualche diversità, si conformano nella descrizione fisica e dell’abbigliamento dell’aggressore, concordante con il soggetto processato.

Dieci minuti dopo l’aggressione la telecamera di via Assisisana riprendeva il presunto aggressore allontanarsi lungo un percorso diverso rispetto all’andata. Proprio il percorso indicato dai testimoni, lungo «via della Pallotta per poi imboccare le scalette poste sulla sinistra della via, all’altezza del supermercato Conad, che portano a via Boccaccio». Personale della polizia giudiziaria «in sede investigativa percorreva detto tragitto” nell’arco “approssimativo di 10/11 minuti, del tutto compatibile con il lasso di tempo del tempo intercorso fra l’aggressione e l’orario della ripresa dell’uomo di ritorno in via Assisana».

Cappellino e giubbotto

L’11 novembre, nel corso di un appostamento, gli agenti della polizia giudiziaria notavano «un uomo provenire a piedi da via Santucci verso via della Pallotta. Questi indossava un cappellino bianco, jeans e un giubbotto blu scuro con bordature bianche sul punto vita e sulle maniche». Fermato e sentito dagli agenti, l’uomo affermava che quello ripreso dalle varie telecamere era «lo stesso soggetto» e che «era evidente la somiglianza con il suo cappellino e il suo giubbotto» tanto da affermare che «potrei essere io». La camminata e il particolare della sigaretta, però,non lo convincono. Tanto che gli agenti avanzano un’ipotesi: c’è qualcuno che potrebbe aver preso cappello e giubbotto? L’uomo ricorda che quel giorno, il 4 ottobre, in casa oltre alla moglie e ai figli, c’era suo fratello: «alto 1.75, corporatura robusta, nessun segno particolare» e fumatore. Nei filmati l’uomo è ripreso sempre con la sigaretta in bocca.

Dagli accertamenti della polizia giudiziaria emergeva che il soggetto in questione si era allontanato da Perugia il 10 ottobre, cioè il giorno dopo la scarcerazione del primo sospettato. Da un’intercettazione gli investigatori venivano a conoscenza che il ricercato sarebbe rientrato presto in Italia: «Salgo in Italia… il bancomat si è bloccato… penso di arrivare questa settimana». Il 17 febbraio del 2016 l’uomo arrivava a Bologna in aereo e seguito fino a Perugia nel suo viaggio in autobus. Gli investigatori recuperavano anche dei mozziconi di sigaretta gettati sulla banchina dei. Il dna trovato era compatibile su quello ritrovato «sul mozzicone di sigaretta» trovato sul luogo dell’aggressione e riferibile anche «alle componenti genetiche costituenti la mistura estrapolata dalle tracce biologiche evidenziate sulla superficie della cinta della tracolla» della vittima.

Le intercettazioni

Un altro elemento che ha portato alla condanna emerge da una telefonata intercorsa tra la moglie dell’arrestato e il cognato, «dallo scambio di battute emerge chiaramente che i familiari erano ben consapevoli della responsabilità» dell’uomo «per i fatti di cui è procedimento, ancor prima che intervenisse il fermo». La donna, in Marocco, chiama il cognato per sapere come mai il marito non abbia chiamato e sentendo dalla voce qualcosa di strano, domanda cosa abbia e il cognato si dice preoccupato per il fratello «accusato per una storia». La donna risponde prontamente «per l’incidente?», e il cognato replica «sì». La moglie domanda se «è stato preso? Oh dio Unico! Quando è stato preso?». Ormai è in carcere da alcuni giorni.

La sentenza

Il gip conclude per la congruità della pena, concedendo le attenuanti generiche «da ritenersi equivalenti alle contestate aggravanti, tenuto conto della collaborazione processuale offerta, della condizione personale del prevenuto, dell’incensuratezza del medesimo. Di qui pena base anni dieci di reclusione, aumentata ad anni dodici e mesi sei, definitivamente ridotta per il rito ad anni nove di reclusione».

Il risarcimento è stato calcolato tenendo conto «della gravità dei fatti, dell’età relativamente avanzata delle vittima, della non comune sofferenza da perdita subita rispettivamente dal figlio e dalla sorella della vittima». Quanto al Comune di Perugia il giudice, richiamando i casi dell’omicidio di Luca Rosi a Ramazzano e di Sergio Scoscia e Maria Raffaelli a Cenerente, ha ritenuto che i fatti di cronaca abbiano fornito alla «Nazione intera una, distorta, immagine di Perugia, piccola cittadina, quale territorio insicuro e flagellato di violenza alle persone in esito a reati contro il patrimonio», decidendo per un risarcimento dei danni.