CARICAMENTO

Scrivi per cercare

Perugia, la giustizia umbra raccontata da vicino in ‘Pillole dal tribunale’

Cultura e Spettacolo Varie

Perugia, la giustizia umbra raccontata da vicino in ‘Pillole dal tribunale’

Redazione cultura
Condividi

PERUGIA – Coccodrilli trasportati nel bagagliaio dell’auto, amori nati nei club per scambisti, una signora beccata con una busta di ciliegie rubate e tante altre storie. Venti anni passati nelle aule del Tribunale penale di Perugia e negli studi di centinaia di avvocati. I 41 racconti che compongono il volume “Pillole dal tribunale” (Futura edizioni, 175 pagine, 12 euro) sono il frutto di quelle “passeggiate” mattutine per conto de ‘Il Messaggero’ prima e de ‘Il Giornale dell’Umbria’ poi fatte da Umberto Maiorca, giornalista di cronaca giudiziaria.

Alcuni racconti sono così assurdi e paradossali che possono solo essere inventati.

«I racconti sono tutti tratti da procedimenti penali, e alcuni civili, reali. Nel raccontarli li ho romanzati, accentuando il linguaggio burocratico delle forze dell’ordine o del diritto, oppure eliminando dei particolari e sottolineandone altri. Ho cercato di nascondere il più possibile l’identità dei protagonisti, ma sono tutti episodi veri. Tutti realmente avvenuti nelle aule di tribunale».

Come è nato questo libro?

«L’idea del libro in sé è nata nel corso del tempo, come un’esigenza personale di rielaborare quello che scrivevo per il giornale, cercando di recuperare alcuni aspetti che non potevano trovare spazio nella scrittura sintetica del giornalismo. Avevo già in mente di farne un libro, che allora avrebbe dovuto chiamarsi ‘Racconti dal tribunale’, ma poi l’innovazione tecnologica dei social network mi ha portato a rivedere il progetto. Da un lato portavo avanti la scrittura dei racconti sulla base del materiale del passato e di nuovi casi. Dall’altro ho iniziato a sfruttare Twitter e Facebook raccontando in pochi caratteri episodi in cui mi imbattevo quotidianamente: tipo lo scambio di notifiche, come se fossero figurine Panini, tra cancelliere e pubblico ministero, verbali assurdi delle forze dell’ordine, testimoni che preoccupati non ricordavano assolutamente nulla, giustamente, di quanto dichiarato dieci anni prima. E così è nato l’hashtag #pilloledaltribunale. Il successo di “like” mi ha convinto a proseguire su questa strada».

Le storie che narri scorrono tra il filo dell’ironia e dell’assurdo, quanto è fantasia dell’autore e quanto è realtà?

«Le vicende sono tutte vere, l’ironia e l’assurdo sono due strumenti per raccontare quello che ho visto e percepito. La Giustizia ha ancora un carattere sacro, che mette paura, ma solo per le persone normali, per quei cittadini che si trovano catapultati in un luogo che ritengono sacro e, invece, si trovano davanti ad un burocratico ufficio che tratta tutti come numeri. Nel corso degli anni che ho passato in tribunale ho sempre cercato, anche nello scrivere per i giornali, di non dimenticare mai che al centro di tutto ci sono le persone. I criminali si siedono sul banco dei testimoni e raccontano bugie con molta naturalezza. Le persone normali, spesso parti offese di reati, perdono la testa, si confondono, hanno paura del giudice e del pm. Il tribunale è un grande teatro e c’è posto per tutto: il dolore, la paura, la spavalderia, l’assurdo, l’incredibile. L’ironia era uno dei modi per raccontare tutto ciò. Come fai a raccontare un luogo in cui campeggia la scritta “La Legge e uguale per tutti”? L’accento è caduto pochi giorni dopo l’inaugurazione dello stabile. E nessuno ha mai pensato di aggiustare il cartello».

Il libro raccoglie 41 storie, ma nella tua carriera di giudiziarista ne avrai ascoltate migliaia. Come ti sei orientato sulla scelta di quelle da raccontare?

«Potrei dire che ho scritto quelle che mi ricordavo meglio e chissà quante ne ho lasciate nel mio archivio. All’inizio, in effetti, non mi ero dato un ordine, scrivevo quelle che mi ispiravano di più. In seguito ho pensato a racchiudere i racconti in aree di riferimento. Sono nati così i paragrafi ‘Artifizi e raggiri’ o ‘Uomini e bestie’ e tutti gli altri nei quali è diviso il libro. Ad ogni tema del paragrafo fa riferimento un certo numero di racconti: quelli delle truffe, degli amori molesti o delle visioni mistiche. Elemento fondamentale è stato quello di escludere i reati violenti. Non si prestavano al tipo di libro che avevo in mente».

Ultima domanda. La dedica del libro a tua moglie, ai figli e ai genitori e, infine, a sorpresa, ai colleghi del “fu Giornale dell’Umbria”, perché?

«Come ho avuto modo di scrivere su Facebook in precedenza, si tratta di un ringraziamento dovuto ai colleghi che hanno condiviso una parte di questi racconti. Hanno letto e vissuto i miei tweet in tempo reale. È anche un modo per ricordare la squallida operazione a tavolino che ha portato a chiudere il giornale senza pagare un centesimo di quanto dovuto per legge ai dipendenti. Con la chiusura del Giornale dell’Umbria sono state messe sulla strada 27 persone dipendenti e almeno altrettanti collaboratori, fotografi e professionisti. Le aziende chiudono, purtroppo, ma il caso del Giornale dell’Umbria ha dell’assurdo. C’è un’inchiesta penale aperta, un procedimento fallimentare in corso e un giudizio di lavoro da discutere. La speranza è che si riesca a far luce e giustizia su quanto avvenuto. E non è detto che non ne possa nascere un altro libro da tutto ciò».

Tags:

Ti Potrebbe anche Piacere