CARICAMENTO

Scrivi per cercare

Perugia, la fragilità di Sylvia Plath nel progetto teatrale di Floriana La Rocca

Eventi Perugia Cultura e Spettacolo Interviste Extra Città

Perugia, la fragilità di Sylvia Plath nel progetto teatrale di Floriana La Rocca

Francesca Cecchini
Condividi

fotografia di Cristina Cipiccia

“Feci un respiro profondo e ascoltai il mio vecchio cuore: sono io, sono io, sono io”. (‘La campana di vetro’)

PERUGIA – Sylvia Plath, simbolo della fragilità umana, rivive nella percezione di Floriana La Rocca, eclettica artista originaria di Taranto, da anni residente a Perugia, che domenica 15 gennaio sarà in scena alla Sala Cutu di Perugia con Oltre le parentesi non sono Sylvia Plath (stagione Indizi a cura di Teatro di Sacco). Nella performance, La Rocca incarna la scrittrice statunitense raccontandone, in breve, la vita, il disagio psicologico permeato dalla frustrazione di una solitudine partita da un’importante perdita in giovane età ed interpretandone alcune poesie.

Come si avvicina a Sylvia Plath tanto da arrivare a volerla portare con sé sul palcoscenico? 

La spinta è tutta nella voglia di capire più approfonditamente il picco di Bellezza prodotto dal Male Oscuro in cui Ella finì. Perché si inflisse la morte. Come un’anima riesca a tradurre in emozioni condivisibili e universali le sue difficoltà interiori, nate da una difesa personale. Sylvia Plath è una poetessa venuta in luce dopo la sua morte e, imbattendomi nelle sue poesie e conosciuta la tragica fine, ho fatto mio il suo “mood”  tanto da desiderare di rappresentarlo. Il suo “sentire” è anche il mio, nell’esaltazione estrema del dolore. Ho deciso quindi di impostare il progetto teatrale sull’interpretazione di una decina delle sue poesie più significative e di incarnarla nella sua breve esistenza, cogliendo i punti più vitali ed espressivi del suo disagio.

Come si confronterà in scena con Sylvia Plath? 

Il confronto è con me medesima; sfido me stessa a diventare Lei, con le sue percezioni, con l’inadeguata sensibilità che esplode nel cancellarsi, ma che non riuscirà mai a coprire le straordinarie, spirituali e carnali percezioni della Grandezza di una Donna che fa i conti con un’infanzia e un’adolescenza durante le quali la morte del padre la devasterà. Una sorta di “complesso di Elettra” enfatizzato da un’impossibile risoluzione.

Immaginiamo una scenografia minimalista, un gioco di luce e un’attrice ‘vestita solo di parole’…  

Sì, la scenografia è scarna, non ridondante, con oggetti di riferimento che ne aiutino il racconto. Domina il palcoscenico una grande finestra, significativo ’tormento’ di  tutto il percorso, fino agli ultimi istanti di vita durante i quali le fessure saranno sigillate da un lenzuolo, proprio com’Ella ebbe a fare.

Sarà accompagnata da un percussionista. La sua voce sarà scandita dal ritmo o avremo un dialogo tra musica e parola?

Ho preferito fare a meno della musica. Ho scelto suoni d’effetto prodotti da Al Fonzo, percussionista che userà in performance anche un contrabbasso da cui usciranno dolcezza  e stridore, suoni e colori paradossali, proprio come quelli di Sylvia Plath. Sarò quindi accompagnata ed enfatizzata nel mio ‘dire’.

Come mai questa scelta?   

Il  concept teatrale non necessitava di musica di sottofondo, ma di effetti sonori contestuali all’azione performativa, a parte il momento in cui la poetessa,  grazie ad una borsa di studio vinta, si trasferirà a Londra.

Quale opera della Plath sente a lei più affine? 

Ariel è un concentrato di stupore, bellezza e scarnificazione del dolore, che mi tocca nel profondo e mi racconta dell’inusitata dimensione umana, oltre che poetico-letteraria, di Sylvia Plath.  Dove coraggio e codardia sono la stessa cosa, come per Il mestiere di vivere, diario di Cesare Pavese.

(fotografia di Cristina Cipiccia)

Tags:

Ti Potrebbe anche Piacere