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Perugia, il Quartetto Elias incanta il teatro Morlacchi

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Perugia, il Quartetto Elias incanta il teatro Morlacchi

Redazione cultura
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di Stefano Ragni

PERUGIA – Indubbiamente non è stato facile averli, ma quando i componenti del quartetto Elias hanno cominciato ad accarezzare l’opera  64 n. 6 di Haydn, il teatro Morlacchi ha risposto compiaciuto, con la sua acustica cordiale e affettuosa. Difficilmente gli archi britannici avrebbero potuto trovare una  concavità migliore di quella che l’altra sera ha accolto un complesso vezzeggiato dal Borletti-Buitoni Trust sin dal 2010, al punto di guadagnarsi anche un sostegno personalizzato per la proposta dell’integrale beethoveniana in Gran Bretagna e negli USA.

Fiducia meritatissima che gli Amici della musica, quasi increduli di godersi un quartetto del genere in un vero teatro d’opera, hanno festeggiato con furore, non prostrati dagli oltre cinquanta minuti dell’integrale dell’opera 130, quella con la Fuga op. 133 suonata senza soluzione di continuità. Un impegno arduo, per chi suona e per chi ascolta, ma un momento necessario per la crescita continua di gusto e di competenze a cui gli Amici della musica sottopongono il loro pubblico. Un esame per chi suona, indubbiamente, ma un viatico per chi ascolta e ne esce migliorato. Tanto che, all’ingresso,  c’era autentica ressa per acquistare il cd dell’Elias.

A conti fatti questa formazione  ancora giovanile sembra poter ereditare lo scettro di quel mitico Quartetto Amadeus che lustri fa ci  deliziava in Pinacoteca coi suoi Mozart e Beethoven. Ma qui, in questa opera 130-133 c’è ancora più informazione esecutiva: il suono è pulito, terso, vibrante, ma la polpa scaturisce da una meditazione sulla modernità a cui è stata sottoposta anche la silloge delle ultime opere beethoveniane. Che saranno una porta spalancata sul  futuro, ma sono anche il portato di una stellare riflessione sull’umanità, su quel senso tutto giudaico-cristiano di  assolvere la colpa dell’esistenza col viatico della bellezza. E qui i giovani Elias, due sorelle violinista e violoncellista,  Sara e Marie Bitlloch, Donald Grant e Martin Saving si prendono sulle spalle l’incarico di dialogare con il firmamento, con la dolcezza di un suono che scava i righi del pentagramma per distillarne un liquore zuccherino che inebria sensi e intelletto. Non ci sono smagliature quando Sara affronta la declamazione della Cavatina, non si producono sussulti quando anche il tumultuare della Fuga si impenna  su scansioni ritmiche vorticose, ma sempre condotte a una condivisibile persuasività .

Prima del Beethoven “umano più che umano” c’era stato un altro notevole momento interpretativo, quello del terzo quartetto di Britten. Un britannico innamorato dell’Italia al punto di approdare a Venezia per concludere questa sua opera 94,  un romanzo personalizzato alla ricerca della apollinea trascendenza. Una scheggia di romanticismo nei ribollenti anni Settanta, uno stop al tumultuare della vita sulle onde  della contemplazione della Serenissima. Compositore “assolto” ed Elias sul tappeto di velluto.

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