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Perugia, gli Amici della musica ‘sfollati’ alla Giò Jazz area per il Quartetto Kelemen

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Perugia, gli Amici della musica ‘sfollati’ alla Giò Jazz area per il Quartetto Kelemen

Redazione cultura
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Un concerto del Quartetto Kelemen

di Stefano Ragni

PERUGIA – Tutti alla sala jazz dell’hotel Giò, una necessità che si trasforma in virtù. Gli Amici della Musica rompono gli indugi dell’amministrazione comunale e, per evitare eventuali momenti di panico di un pubblico spaventato da una imprevedibile scossa di terremoto, lasciano la Sala dei Notari e si raccolgono in questo importante spazio acustico che ha caratteristiche di ampiezza, di capienza, di comodità. E’ un momento di crisi che ricorda molto l’esodo dalla Pinacoteca dopo il rogo di Todi: sono ricorsi storici che si ripresentano e richiedono soluzioni prudenti e ben meditate. Oltretutto il Giò ospita sfollati della Valnerina, e il direttore Batisti conferma la disponibilità dell’associazione ad accoglierli come graditissimi ospiti, ammesso che abbiano voglia di musica classica.

Ma la memoria non può non andare a un terremoto di una ventina d’anni fa, quando i soci si raccolsero impavidi in un teatro Morlacchi che ospitava, se non andiamo errati, Murray Perahia. La terra aveva brontolato al mattino, ma in pieno pomeriggio eravamo lì, a onorare un impegno con la cultura. Unica precauzione, se non ricordiamo male, fu il vuoto delle poltrone nel raggio di caduta del lampadario: coraggiosi, ma non stupidi.

Nel tempio del jazz internazionale si propone la non facile sfida di un quartetto d’archi, la formazione da camera più rarefatta, bisognosa di raccoglimento e di rifrazione acustica ottimale. La sala del Giò, con la sua elegante e crepitante secchezza, risponde perfettamente agli archi del Quartetto Kelemen, che non è ancora una formazione di grido, ma che comunque ha una sostanza esecutiva di rilievo.

Le caratteristiche peculiari di questa quadra che opera dal 2009 sono il suono impeccabile e penetrante del Guarnieri del Gesù e del Testore imbracciati dalla spalla e dal concertino e la intercambiabilità tra viola e secondo violino, cosa che forse rende attraente la narrazione strumentale, ma che può creare qualche distonia in un pezzo di enorme stesura come l’op 59 n. 1 di Beethoven. Mai come in quest’opera il maestro di Bonn aveva intrecciato sfrontato cinismo ed egoistico senso dell’humor, tipico di quelli che amano fare gli scherzi, ma non vogliono subirli. Lo sperimentalismo di questo quartetto che si protrae per quaranta minuti non lascia dubbi sulla capacità di Beethoven di usare temi trovati per la strada (l’espressione è di Schumann) per trasformarli in aggregati sonori che sono un portale aperto verso il futuro. Emblematici, a questo riguardo, il tema dello Scherzo, su una nota sola, e il trillo lunghissimo dell’Adagio, un ponte sospeso verso un “indicibile” che sarà la caratteristica della maturità beethoveniana.

Accostare a questo capolavoro in divenire il terzo Quartetto di Bartok è stata operazione estremamente idonea, dato l’alto tasso di ricerca di una pagina breve, ma importante. Col suo lacerante e arcaico do diesis minore di impianto il quartetto parla la lingua “alta” di un romanzo Canetti, ma intride le mani nel fango dei Balcani, di cui accetta il selvaggio afrore. Musica emblematica di un Novecento di crisi e di sinistre profezie che i Kelemen svolgono con un incredibile vigore, cogliendo nella partitura tutti i barlumi della lacerante brutalità

Chiusura con il Quartetto op. 30 di Čaikovskij, elegante, perfido, malizioso nel suo finto dolore, con una lugubre marcia funebre che non vede l’ora di erompere in una selvatica e vorticosa danza paesana. Musica non problematica che svela il suo legame col mondo dell’opera, quasi un sipario pronto per l’erompere di una romanza di Tatiana o un lamento di Onegin. Kelemen sinceri, appassionati e vorticosi. E così vorremmo riascoltarli.

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