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Perugia, dare del ‘cane’ non è reato, al femminile diventa un’offesa

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Perugia, dare del ‘cane’ non è reato, al femminile diventa un’offesa

Redazione
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Avvocato in tribunale

PERUGIA – La hit parade delle offese e delle ingiurie in tribunale è lunga, spaziando dagli appellativi che richiamano il mondo animale al mestiere più antico del mondo, dalle incapacità cognitive alle mancanze fisiche. In alcuni casi è una sentenza che sancisce se l’epiteto pronunciato sia offensivo, in altri è sempre una decisione del giudice che giustifica l’uso del termine.

Ciuccio o asino. Ad esempio a Palermo nel 2007 un maestro è stato condannato per avere definito «ciuccio» un suo alunno mentre a Milano nel 2010 un altro insegnante è stato assolto per avere chiamato «asino» un ragazzo durante la lezione. Ancora. Come spiegare il fatto che dare della «scrofa» ad una donna diventa reato (sentenza del Tribunale di Campobasso nel 2007) mentre dare del «porco» al vicino di casa non merita condanna (Tribunale di Napoli 1999). Sempre restando nel mondo animale: dare del «cane» ad un uomo non è reato, ma definire «cagna» una donna fa scattare la pena (Tribunale di Perugia 1991). La differenza in questi casi è dovuta «al tono e al contesto in cui un determinato termine viene adoperato».

Handicap. Dare dell’handicappato ad un disabile è reato. Lo sa bene un tassista che ha inseguito e insultato un automobilista perché occupava la corsia riservata. Al primo semaforo è sceso e ha iniziato ad urlare contro il conducente. Senza scomporsi l’automobilista ha mostrato il tagliando che attestava la propria disabilità, cosa che gli consente di usare la corsia stradale riservata. Il tassista ha continuato ad irridere l’uomo, apostrofandolo come handicappato di «nome e di fatto». Condannato (Tribunale di Perugia, 2003).

Magistrati. Sempre in tema di magistrati. Dire al giudice che è pazzo dopo la lettura della sentenza è reato. Gli avevano appena comminato 6 anni di reclusione per una rapina, ma non contento ha pronunciato parole offensive nei confronti del magistrato. L’uomo era sotto processo a Roma, un procedimento per rapina. Al sentire la condanna all’imputato è scappato un: «questo qui è pazzo». Il giudice ha sentito benissimo. Ha chiuso il fascicolo e ha chiesto al pubblico ministero di inviare gli atti in Procura per oltraggio a magistrato in udienza. Nuovo processo e altri sei mesi di reclusione (Tribunale di Perugia, 2004).

Razzismo. Le offese a sfondo razziale sono reato e dare dell’ebrea alla vicina che non restituisce un prestito equivale a condanna (Tribunale di Perugia, 2005). Un vicinato scomodo e rumoroso e questioni di denaro aperte. È la miscela esplosiva che ha portato due donne in tribunale, con l’accusa di lesioni, minacce e ingiurie per una lite al supermercato. Le due erano amiche, fino a quando una delle signore non ha chiesto all’amica un prestito, una somma non ingente per un bisogno urgente. Il tempo passa e dei soldi non si vede neanche l’ombra. Un giorno la donna che ha prestato il denaro va a fare la spesa. Quando arriva il momento di avviarsi alle casse, nota che in fila c’è proprio la debitrice. Si avvicina e chiede indietro il denaro. Ne nasce un battibecco e alla fine l’offesa: «Sei un’ebrea».

Sessualità. Rinfacciare una certa libertà sessuale con i ragazzi (cioè dare della «puttanella») è reato (Tribunale di Perugia, 2006). Lo ha stabilito il giudice condannando una gruppo di ragazze che aveva insultato e poi picchiato una coetanea perché «era troppo bella per far parte del gruppo, con tutti i ragazzi (anche quelli fidanzati) che le giravano intorno». Così le altre ragazze, una volta amiche e divenute poi rivali, avevano deciso di punirla: insulti, minacce, schiaffi, botte, graffi e capelli strappati.

Sempre in tema di offese a sfondo sessuale, invece, dare della «mignotta» ad una prostituta che ha occupato il posto sulla strada ad un’altra meretrice, non costituisce reato (Tribunale di Perugia, 2007). L’offesa non costituisce reato, però, perché le due donne stavano litigando furiosamente e il giudice ha considerato le ingiurie reciproche e prodotte da uno «stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui».

La politica. Offendere qualcuno per le sue origini o per il colore politico è reato (Tribunale di Perugia, 2010). La lite era nata nasce nel piazzale del PalaEvangelisti. All’interno si teneva un comizio di Berlusconi. Fuori l’autista di un bus che aveva trasportato i simpatizzanti di Forza Italia del ternano era intento a lavare i vetri del mezzo. Si avvicina un’auto e parte l’offesa: «Oltre che ternano sei anche berlusconiano». Il giudice ha stabilito che si tratta di un’offesa gratuita e punibile.

Insetti e affini. Nelle aule di giustizia anche gli «scarafaggi» non sono uguali per tutti. Tolleranti i tribunali di Ancona, Gubbio, Pescara e Piacenza con chi fa un uso troppo disinvolto del termine «bacarozzo»; molto più severi invece, in tema di «insetti», i giudici di Campobasso, Salerno e Reggio Calabria. In conclusione, quindi, se scappa un «cane» alla volta del vicino durante una riunione di condominio, ma con il sorriso sulle labbra c’è la speranza di cavarsela; mentre al contrario utilizzare lo stesso appellativo urlandolo con gli occhi pieni rabbia all’automobilista che ha commesso una violazione può costare molto caro e, quindi, conviene rivolgersi ad un avvocato.

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