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Perugia, al ‘Morlacchi’ il Grieg di Brunello e Lucchesini

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Perugia, al ‘Morlacchi’ il Grieg di Brunello e Lucchesini

Redazione cultura
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Mario Brunello in concerto

di Stefano Ragni

PERUGIA – C’è una certa callosità nel modo in cui Mario Brunello maneggia il suo preziosissimo Maggini,già appartenuto al Franco Rossi dell’indimenticabile Quartetto Italiano, uno dei miti fondanti degli Amici della musica. Questo avviene nella pagina centrale del concerto con cui Brunello e il formidabile partner, Andrea Lucchesini si presentano ai soci del sodalizio perugino  ancora viziati dall’ospitalità che l’amministrazione comunale concede nel teatro Morlacchi.  Ora Brunello è solo e risolve l’avventura della “Folia” di Giovanni Sollima con la fisicità che la pagina richiede, addentrandosi in questa specie di percorso nel mondo degli inferi che l’autore siciliano ha scritto nel 2007. Musica contemporanea, ma non “moderna”, come oggi accade a molte produzioni che, vergate nell’immediatezza dei tempi, risultano prive di quella problematicità e di quella complessità che induce al vero “moderno”. Pur suggestiva, nel carico di quella ancestrale  mediterraneità che le conferisce il titolo, la linea di galleggiamento di questa Folia non tocca acque profonde e rimane sospesa nella indeterminatezza di un percorso piacevolmente coinvolgente, non estraneo a veri tocchi di classe strumentale come la scordatura del sol e i pizzicati di mano sinistra, peraltro magistralmente dominati da Brunello. Insomma un grande violoncellista esecutore che si sovrappone e una violoncellista creatore, con un effetto duplicato dalla riverberazione del prestigio.

Il motivo per cui Brunello inserisce nella serata la brutta Sonata di Grieg lo si scoprirà solo alla fine del concerto. In duo col formidabile Lucchesini, riproporre questa lunga e complessa partitura è un’impresa quasi cavalleresca, un ingaggio di  ostinazione a voler trarre da questa specie di “Cavalleria rusticana” boreale quella poca musica che c’è e quei molti strepiti che la sovrastano. Che lo stesso Grieg la amasse e se la suonasse perfino col giovane Casals è questione di cronaca: quel che interessa comunque di questo turbolento mugghiare è quell’enigmatico recitativo che il violoncello solo propone prima di impennarsi nel finale. E’ qualcosa di molto raffinato,  ha il mistero di una piccola scrittura runica, ma rimane lì, come un frammento meteorico a farci interrogare sulla sua allusiva episodicità.

Il Grieg autentico fa da preambolo al Grieg rielaborato da Alfred Snittke  che chiude il concerto. L’Epilogue tratto dal balletto Peer Gynt è un pezzo del 1992 approntato per l’arco regale di Rostropovich nel ’92. Efficace nella stesura coreografica questa musica, nella versione del cello pianoforte, viene supportata da un tenuissimo live-elctronic che diffonde le voci di un lontano coro celestiale, di quelli che sarebbero piaciuti al Liszt dantesco. Niente di male, ma l’atmosfera creata dal pianoforte di Lucchesini, solidamente percosso, crea una notevole drammaticità sulla quale la voce del Maggini di Brunello, sonoro e plastico come non mai, si inserisce con una sorta di narrazione. Peer Gynt è un mascalzone che ne combina di tutti i colori, prima di tornare a casa per morire tra le braccia della belle abbandonata, ma fedele. Ibsen ne fece un dramma in piena età dannunziana, dando origine alla famosissime musiche di scena di Grieg.  Questa rimeditazione di Schnittke ha di notevole l’apporto di una stesura violoncellista impareggiabile, che consente a Brunello di  prodursi in  grandi balzi virtuosistici, per poi chiudere in bellezza coi vitrei suoni sovracuti, una sorta di “ultimo respiro” di grande efficacia.

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