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Pari opportunità, si dimettono otto consigliere: “Bando contro i principi del centro e soldi fuori dall’Umbria”

Sotto accusa l'affidamento ad una sconosciuta associazione di Varese un progetto scolastico contro la violenza ma non "di genere"

PERUGIA – Mentre impazza ancora la polemica dopo la presa di posizione sul ddl Zan della garante per i minori Maria Rita Castellani, che ha associato alcuni articoli dello stesso al sesso con bambini ed animali, con l’opposizione che ne chiede le dimissioni, c’è chi si è intanto già dimesso davvero.

Si tratta di otto consiglieri del centro pari opportunità che hanno lasciato l’incarico in polemica contro un bando dello stesso centro – emanazione della Regione – in contrasto con le finalità della struttura: non la lotta alla violenza “in genere” ma “di genere”.

Chi ha lasciato. Si sono dimesse la vicepresidente Morena Bigini, la consigliera di parità della Provincia di Terni Maria Teresa di Lernia, Luisella Leonetti, Ursula Masciarri, Sara Pasquino, Irene Piccionne, Patrizia Tabacchini e Angelica Trenta, quest’ultima già consigliere comunale del M5S a Terni.

“La nostra decisione – scrivono – presa con enorme rammarico, ma ponderata, fa seguito al ripetersi di “incidenti” che evidenziano non soltanto come la nostra appartenenza ai gruppi di lavoro sia ritenuta irrilevante, nonostante competenze verificabili, ma anche pratiche politiche e culturali distanti dal mondo delle pari opportunità. Il nostro approccio è sempre stato leale e diretto e proprio per questo riteniamo inaccettabile proseguire in quella che ormai è una vera e propria farsa”.

Le preposizioni sono importanti. Sotto accusa, come detto un bando nel quale la preposizione cambia molte cose. Le consigliere si riferiscono alla richiesta di approvazione, presentata in assemblea, di un progetto per la partecipazione a un bando della Fondazione Cassa di risparmio di Perugia da parte di tre consigliere. Al centro del progetto i temi della formazione scolastica collegati sia all’Istruzione che alla violenza “in genere”. Una definizione, secondo le dimissionarie, non concordata, anche perchè il centro, fanno notare, ha come propria mission quella della lotta alla violenza “di” genere e dunque “la genericità e l’incongruenza del progetto stesso rispetto ai compiti del Cpo è evidente”.

Inoltre, denunciano le consigliere “il progetto, sul quale in assemblea c’è stato il voto contrario delle opposizioni, prevede un incarico a un’associazione di Varese, sconosciuta al Cpo e al territorio umbro, che non specifica alcun curriculum e garanzia qualitativa, della quale non si conoscono i nomi dei formatori e delle formatrici e le relative competenze su temi così delicati e che sarebbe beneficiaria dell’intero eventuale importo finanziato; un pacchetto preconfezionato che tende a legittimare e avvantaggiare una sola associazione, senza neanche poterne verificare l’attendibilità e confrontarne la convenienza rispetto ad altre”. Infine, l’accusa: “Si tratta di una una modalità di lavoro che non solo appare lesiva della dignità delle persone presenti e del loro tempo, ma che ha trasformato i gruppi di lavoro in una vera e propria farsa il cui scopo è unicamente quello di far sembrare che dialogo e confronto ci siano”

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