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Omicidio Presta, le Pari opportunità sono parte civile nel processo al marito

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Omicidio Presta, le Pari opportunità sono parte civile nel processo al marito

Redazione
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L'ingresso del tribunale di Perugia

PERUGIA – Delitto d’impeto o premeditazione? Uno scatto d’ira per la gelosia che annebbia il cuore e la vista o un freddo calcolo? Spesso si parla di delitto annunciato da botte, soprusi e violenze in casa. Con la vittima che non lascia tutto e fugge perché spesso ci sono i figli da tutelare o perché si spera che l’uomo possa cambiare. Tutto questo è avvenuto anche nel delitto del Bellocchio, nell’omicidio di Raffaella Presta, avvocato, per mano del marito Francesco Rosi. Per quel delitto la procura di Perugia ha chiuso le indagini e notificato la richiesta di giudizio all’imputato e ai suoi legali. La prima udienza si è svolta oggi.
Un delitto annunciato da tante prove ed elementi che, però, sono emersi dopo l’omicidio. Le foto della giovane avvocata con i lividi di un pestaggio. I racconti delle amiche, della sua paura e della certezza che l’avrebbe uccisa. Tanto da assicurarsi che il figlio fosse affidato ai nonni materni. Le pressioni affinché lasciasse il lavoro e non uscisse di casa. La violenza ogni volta che l’uomo veniva corroso dalla gelosia di una possibile relazione extraconiugale della donna. Tutti elementi che sonno stati portati al pubblico ministero, ma che non avevano fatto scattare l’allarme in precedenza.
Sentito dal giudice per le indagini preliminari l’uomo aveva parlato per tre ore e mezzo, cercando di difendersi dall’accusa di omicidio premeditato dopo aver esploso due colpi di fucile contro la moglie, Raffaella Presta, uccidendola. Aveva spiegato di tenere il fucile carico in casa, nascosto sotto il letto, perché aveva paura dei ladri e voleva un’arma per difendersi. Rosi aveva negato di essere andato nella stanza dopo il litigio con la moglie, di aver caricato il fucile e fatto fuoco. Rosi aveva anche parlato di problemi familiari che avrebbero pesato sul rapporto con la moglie.

Nell’ambito dell’udienza per il femminicidio di Raffaella Presta, avvenuto il 25 novembre dello scorso anno, per mano del marito Francesco Rosi – il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Perugia, Alberto Avenoso, ha accolto la richiesta di costituzione di parte civile avanzata dal Centro pari Opportunità della Regione Umbria: lo rende noto la presidente del Centro, Chiara Pucciarini.

“Il Centro regionale pari opportunità è stato riconosciuto nel suo ruolo pluriennale di soggetto a tutela delle donne vittime di violenza di genere, in particolare attraverso il proprio servizio Telefono Donna. Il barbaro femminicidio di Raffaella Presta, avvenuto tragicamente proprio nel giorno della ricorrenza della giornata mondiale contro la violenza sulle donne – ha detto la presidente Pucciarini – ha inflitto una ferita profonda anche a tutta la comunità, al contempo rafforzando la volontà di chi, istituzioni e associazioni di donne, quotidianamente rinnova il proprio impegno nella prevenzione e nel contrasto alla violenza di genere”.
L’autopsia sul corpo di Raffaella Presta da parte del medico legale Laura Paglicci Reattelli ha stabilito che ad uccidere la donna sono stati due colpi di fucile, calibro 12, uno all’inguine e un altro alla scapola. Dagli accertamenti sarebbe emersa anche la conferma della lesione al timpano, provocata dalle percosse dell’uomo ai danni della vittima. Tra i motivi che avrebbero scatenato la violenza omicida ci sarebbe proprio la paura di perdere il figlio di sei anni, di non vederlo più nel caso in cui la donna avesse lasciato la casa coniugale. Poi quelle quattro parole che avrebbero fatto precipitare nell’incubo e nella tragedia tutta la famiglia: «Non è tuo figlio». Sarebbero le quattro parole che Raffaella Presta, giovane avvocata uccisa dal marito Francesco Rosi, avrebbe pronunciato al culmine di una lite (sicuramente l’ennesima raccontano gli amici) con l’uomo. Un esame del dna, fatto al di fuori della legge e costato la sospensione per il difensore dell’uomo, ha confermato che le cose stanno così. Una rivelazione che avrebbe bloccato Rosi mentre stava portando il figlio piccolo a fare il bagno, lasciare la mano, prendere il fucile e sparare alla moglie. Un chiarimento al quale il giudice non aveva creduto, ritenendo improbabile sia che Raffaella Presta possa aver pronunciato la frase pur ammettendo che l’ipotizzare l’eventuale tradimento della moglie possa aver scatenato la violenza dell’uomo.
Francesco Rosi era geloso della moglie Raffaella Presta. Era convinto che avesse un altro. La faceva seguire da un investigatore privato. L’aveva picchiata in più occasioni. Ed è altamente improbabile che lei, al culmine di una lite, l’ennesima, abbia potuto dire al marito che il figlio non era il suo. Una frase che avrebbe scatenato la rabbia di Rosi e che avrebbe portato a scaricare la doppietta contro la donna. È questo il ragionamento fatto dal gip Andrea Claudiani al termine dell’interrogatorio di garanzia. La vittima, d’altronde, per parlare con il fratello e i genitori usava una sim card sconosciuta al marito, proprio perché questi controllava il telefono della moglie.
I giudici del Riesame, nel respingere l’esame del dna e la richiesta di misure alternative al carcere, scrivono che Rosi è «eccezionalmente pericoloso e può tornare ad uccidere, ammazzando persone che lo oltraggiano pesantemente o lo feriscono verbalmente. L’indagato considera le persone a lui vicine come oggetti di sua proprietà, oggetti di cui servirsi ed abusare e infine, se del caso, sbarazzarsi».
I familiari della vittima si sono affidati agli avvocati Marco Brusco, Carlo Federico Grosso del foro di Torino e Galasso di Lecce.