Perugia, medico dell’Asl con il doppio lavoro: condannato

Per la Corte dei conti non aveva dichiarato le attività extra ospedaliere

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Ancora un caso di malasanità

PERUGIA – Il medico lavorava per l’Asl, ma era stato autorizzato a svolgere attività libero-professionale in due strutture nella vicina Toscana. Poi, però, si era allargato ed era arrivato a svolgere l’attività di medico intra moenia allargata fino in Puglia. E per questo la procura della Corte dei conti aveva chiesto la condanna al risarcimento di 240mila euro a favore dell’azienda sanitaria.

Al medico, all’epoca in servizio presso il presidio ospedaliero “Alto Tevere” di Città di Castello, viene contestato un danno «nelle somme percepite dal medico nel periodo 2002 – 2008, a titolo di indennità di esclusività ed indennità di struttura complessa». Secondo la procura penale il medico avrebbe commesso «i reati di truffa e peculato, per avere lo stesso, nel periodo ottobre-dicembre 2008, esercitato indebitamente un’attività libero-professionale presso una clinica privata in Toscana e, dal 1° aprile 2002 al 31 dicembre 2008, presso un ambulatorio privato in Puglia, senza essere a ciò autorizzato e violando, pertanto, il rapporto di esclusività con l’Azienda Sanitaria Umbria n. 1 di Città di Castello». Dagli approfondimenti svolti dalla procura contabile era emerso che il dottore era stato autorizzato a svolgere attività in regime di intra-moenia allargata in due comuni toscani. I Nas avevano appurato che aveva «eseguito visite specialistiche (un sabato al mese) presso lo studio professionale» a Foggia e «da ottobre a dicembre 2008, ha effettuato degli interventi chirurgici presso la casa di cura» di Firenze.

Nei procedimenti penali che ne sono derivati l’Azienda sanitaria locale ha rinunciato a costituirsi parte civile e ha accettato di ricevere dal dottore 16.000 euro a titolo di danno emergente di danno morale; per le i fatti pugliesi sempre l’Asl ha accettato un accordo risarcitorio di 20mila euro. La procura contabile, invece, ha quantificato un danno pari ad 239.810,93 euro: nel periodo 2002-2008, sia a titolo di indennità di esclusività (pari ad € 164.761,39) e sia a titolo di indennità di Struttura Complessa (pari ad € 94.049,54), per un totale di € 258.810,93, e le somme versate a titolo di danno patrimoniale per i fatti toscani (€ 9.000,00) nonché la metà di quanto versato dal sanitario in esecuzione della transazione relativa alla vicenda in Puglia (€ 10.000,00).

I difensori del medico, gli avvocati Marco Panzarasa e Laura Modena, hanno eccepito «la prescrizione dell’azione amministrativo-contabile e, nel merito, in via principale, la mancanza di antigiuridicità della condotta nonchè di grave colpevolezza e, in via subordinata, la riduzione dell’addebito» anche in virtù della cessazioni dalle funzioni presso l’Asl. I legali hanno sostenuto che l’Asl era a conoscenza dell’attività del medico, tanto che «per il tramite delle visite effettuate in …, il dottore acquisiva nuovi pazienti che poi operava proprio presso il Presidio Ospedaliero di Città di Castello, determinando così, in favore della stessa ASL, un incremento esponenziale del suo fatturato che, non certo a caso, in soli quattro anni è lievitato di quasi 5 milioni di euro». La targa posta all’ingresso degli studi medici, inoltre, recava la posizione ricoperta a Città di Castello.

Secondo i giudici contabili, invece, solo la somma richiesta dalla Procura deve essere ridotta della «titolarità di una struttura complessa (€ 94.049,54)», in quanto «non viene pagata al dipendente in ragione della esclusività del rapporto e, quindi, non risulta indebitamente percepita a seguito della illegittimità della condotta del sanitario». Da qui la condanna al pagamento di 145.761,39 euro.