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L’Umbria finisce sullo spazio orbitale grazie alla scoperta dell’Università di Perugia

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L’Umbria finisce sullo spazio orbitale grazie alla scoperta dell’Università di Perugia

Redazione
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La stazione spaziale internazionale
La stazione spaziale internazionale

PERUGIA – La piccola Umbria finisce sullo spazio grazie alla scopetta di alcuni ricercatori dell’Università di Perugia. Lunedì, infatti, è stato acceso con successo oggi l’Uttps (Upgraded Tracker Thermal Pump system), il nuovo sistema di raffreddamento del tracciatore dell`Alpha Magnetic Spectrometer (Ams-02), il rivelatore di particelle, frutto di una collaborazione internazionale cui l’Italia partecipa con l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, che opera a bordo della Stazione spaziale internazionale da maggio 2011. Cinque anni di sviluppo e quattro passeggiate spaziali, la prima il 15 novembre 2019 e l’ultima lo scorso 25 gennaio, dell’astronauta Luca Parmitano e del suo collega Andrew Morgan hanno permesso il raggiungimento di questo fondamentale risultato.

Ateneo  “Quando, nel 2014, il sistema di raffreddamento del tracciatore ha iniziato a mostrare i primi segni di deterioramento è partita la progettazione del Uttps, un apparato in grado di interfacciarsi con quello esistente e sostituirne le funzioni», spiega Bruna Bertucci, ricercatrice dell’Infn e professore all’Università di Perugia, vice-responsabile della collaborazione internazionale che conduce l`esperimento. «In Italia – prosegue Bertucci – abbiamo verificato che il nuovo sistema fosse adeguato per operare in orbita e, sin dalla sua fase prototipale, un`accurata campagna di test è stata progettata e condotta nei laboratori dell’Infn e dell’Università di Perugia, in collaborazione con il Mit, il Politecnico di Aachen e la Nasa, per verificare la resistenza dell’Uttps agli stress del lancio verso la Iss, e la sua funzionalità in vuoto a condizioni estreme di temperatura. I risultati positivi della campagna di test sono stati confermati dal successo dell’accensione di oggi dopo l’installazione in orbita”.

Utilità Ams-02 è l’unico strumento attualmente in orbita in grado di distinguere i deboli segnali di antimateria tra i differenti tipi di particelle presenti nello spazio, indagando così sulla natura della materia oscura e ricercando possibili residui di antimateria dalle origini dell’universo. Ams-02 ha raccolto ad oggi il più completo campione di raggi cosmici mai registrato, con circa 150 miliardi di particelle registrate dalla sua prima accensione nel 2011. Ha misurato con straordinaria precisione il flusso delle diverse componenti di materia (nuclei atomici ed elettroni) e di antimateria, fornendo il più ricco campione di antiprotoni e antielettroni, anche ad energie precedentemente inesplorate. I prossimi anni saranno cruciali per accumulare ulteriore statistica e comprendere l’origine e la natura dei segnali osservati. I risultati scientifici di Ams-02 stanno infatti portando nuove informazioni, in gran parte inattese, che mostrano i limiti dell`attuale comprensione dei meccanismi che stanno dietro l’origine, l’accelerazione e la propagazione dei raggi cosmici. Sulla base di questi risultati la comunità scientifica internazionale sta sviluppando nuove teorie che possano descrivere in maniera esaustiva i nuovi risultati di Ams-02, e fornire quindi, in sinergia con le informazioni complementari fornite dagli altri messaggeri cosmici quali fotoni, neutrini e onde gravitazionali, risposte a molte domande aperte circa i meccanismi di funzionamento ed evoluzione del nostro universo.

Scenari Il successo nell’installazione e accensione dell’Uttps apre nuovi orizzonti nell’esplorazione dei complessi fenomeni che avvengono nella nostra galassia e nel nostro sistema solare. Il maggior tempo di osservazione, che si estenderà per più di un intero ciclo solare (11 anni), permetterà, infatti, ad Ams-02 di studiare l’influenza dell’attività solare sull’ambiente di radiazione attorno alla Terra fornendo per la prima volta informazioni sul comportamento delle differenti componenti della radiazione a energie non monitorate da altri strumenti in orbita. La conoscenza così acquisita potrà avere importanti ricadute, per esempio nella comprensione dei livelli di radiazione cui gli astronauti potranno essere esposti nell’esplorazione del nostro sistema solare.

 

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