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Nella lotta ai terroristi dell’Isis si intensifica l’impegno degli Stati Uniti: la Casa Bianca non vuole allentare la morsa

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Nella lotta ai terroristi dell’Isis si intensifica l’impegno degli Stati Uniti: la Casa Bianca non vuole allentare la morsa

Alessandro Minestrini
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di Emanuele Rossi

Sabato 21 maggio il generale quattro stelle Joseph Votel si è recato in visita di cortesia al nord della Siria. È stata una presenza inusuale: non è normale, qualsiasi cosa significhi la normalità, che il più alto in grado del comando del Pentagono che copre il Medio Oriente vada su un terreno ostile, a visitare una manciata di soldati dei reparti speciali che stanno affiancando i miliziani curdi, arabi e siricai, in un’ambiziosa avanzata sulla capitale dello Stato islamico, Raqqa – che dal luogo della visita dista più o meno una quarantina di chilometri – il cui via è stato annunciato ufficialmente il giorno successivo all’improvvisata del comandante. Oltretutto, Votel non è volato sul campo di battaglia siriano in gran segreto, ma accompagnato da un gruppo di giornalisti (Cnn, Washington Post, per dirne alcuni): e allora, perché un papavero della Difesa americana si muove da Washington per una visita tanto rischiosa quanto assolutamente non necessaria? Spin.

La Casa Bianca in questo momento ci tiene a far sapere a tutti il proprio impegno nella lotta al Califfato. Quel “tutti” comprende: i baghdadisti, in un’attività di deterrenza; gli alleati, che Barack Obama nell’antologica intervista all’Atlantic di febbraio definì «free riders», scrocconi che sfruttavano l’impegno americano, e dunque chiede più presenza; i russi, che si stanno intestando questa lotta a suon di propaganda, nonostante contro l’Is combattano quasi per niente (ma la propaganda si sa, è come il vento); gli elettori americani, chiamati a scegliere tra Donald Trump, isolazionista sopra ogni cosa, e Hillary Clinton, che vorrebbe che l’America tornasse più peso d’equilibrio globale di quanto non è stata con Obama.

A supporto della tesi: giovedì hanno iniziato a circolare in rete le foto di quelle stesse forze speciali che Votel ha visitato sabato (sono circa 250, inviate in due tranche) che affiancano i ribelli siriani nella loro operazione anti-jihadisti. Dovrebbero avere regole di ingaggio «non combat», ma francamente è impossibile comprendere se vengano o meno rispettate: come mostrato in un video di France 24 gli operatori americani inquadrano i bersagli e lasciano ad un curdo l’onore di premere il grilletto dei Javelin con cui vengono colpite le tecniche dello Stato islamico, almeno così possono giustificare il fatto di non aver sparato, e dunque non aver combattuto – questo finora, ora che scendendo dal confine turco/siriano su Raqqa le difese dell’Is si faranno più spesse, chissà. A differenza del video dell’emittente francese, che era stato girato con uno zoom da parecchio lontano, le immagini uscite ieri riprendono i commandos americani come fossero modelli di Men’s Health, sono state scattate da un fotografo professionista che si chiama Delil Souleimani, e vendute dalla Getty a 600 euro l’una. È dunque quasi impossibile che gli esperti soldati statunitensi non si siano resi conto di essere inquadrati dall’obiettivo: hanno voluto farsi vedere perché Washington ha voluto mettere la firma sull’operazione.

Obama in persona ci tiene molto, perché questo genere di attività è conseguenza della strategia che negli ultimi sei/sette mesi ha contraddistinto la Casa Bianca. Una sorta di guerra ibrida, combattuta dall’alto, con bombe intelligenti che cadono su obiettivi scelti molto accuratamente (le vittime civili sono pochissime rispetto alle oltre 12mila sortite effettuate dagli aerei americani), e soldati dei reparti d’élite a terra, che hanno il compito di indirizzare i bombardamenti, fornire assistenza tattico/strategica ai combattenti delle milizie locali che gli Usa hanno scelto come partner, mescolarsi, infiltrarsi, raccogliere informazioni di intelligence. È grazie a queste attività che la campagna di decapitazione della linea di comando dello Stato islamico ha iniziato a funzionare: poi sui frutti futuri ci sarà da vedere, perché per loro struttura i gruppi jihadisti hanno facilità di reintegrare i leader eliminati.

Le operazioni di Washington battono adesso su due fronti, che stanno per diventare tre. Il primo è l’Iraq, dove è partita una campagna su Fallujah, città sunnita, la prima ad essere caduta (non senza collusione) sotto il controllo dello Stato islamico nel gennaio del 2014 (quando l’Is nessuno lo conosceva e Obama sottovalutava la minaccia), ma lì in questo caso l’operazione mediatica è stata anticipata dall’Iran, che ha molto ascendente sulle milizie sciite che difendono Baghdad, e ha già mandato l’eminenza grigia dei piani esteri degli Ayatollah, il generale Qassem Soleimani, a far visita alle truppe (Soleimani è l’equivalente di Votel, forse anche di più come peso politico). Poi c’è la Siria, e poi la Libia: sono una decina di giorni che si susseguono articoli dei più autorevoli quotidiani europei ed americani in cui «funzionari anonimi della Difesa» raccontano le attività clandestine dei commandos inviati dai rispettivi paesi sul suolo libico. Sono informazioni già passate da mesi dalle fonti libiche, ma adesso i governi occidentali (tra questi anche l’Italia) decidono di confermarle in via ufficiosa, segno che qualcosa sta per succedere. Dieci giorni fa, il capo di tutte le forze armate americane, Joseph Dunford, durante il volo di ritorno da un meeting a Bruxelles, ha detto ai giornalisti che un’azione americana in Libia potrebbe arrivare da un giorno all’altro. È un segnale che riguarda all’apertura del terzo fronte contro il Califfato, ed è un altro spin per sottolineare l’impegno americano. Ci si dovrà abituare a questo genere di messaggi lanciati dai generali: il disimpegno fatto mantra obamiano, non è niente a confronto dell’eccezionalismo nazionalista di Donald Trump, contro cui vari generali si volevano schierare proprio per contrastare quella che in molti considerano una deriva pericolosa: l’assenza americana sulla scacchiera internazionale.