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L’intervista, Raffaella Tatangelo: dalla Calabria a Perugia fino alla ‘conquista’ di Parigi

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L’intervista, Raffaella Tatangelo: dalla Calabria a Perugia fino alla ‘conquista’ di Parigi

Redazione cultura
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Raffaella Tatangelo

di Marcella Cecconi

PERUGIA – Raffaella Tatangelo è nata e cresciuta in Calabria. In seguito si è  trasferita a Perugia dove ha studiato Scienze della comunicazione. Attualmente vive e lavora a Parigi.

Calabrese di nascita e perugina d’adozione; ora come ti senti, una francese o un’immigrata?

«Nessuna delle due, né francese né immigrata. Sono una persona che ha coscienza dei propri tratti culturali e che, vivendo in una megalopoli, conosce la diversità umana. Quando abiti a Parigi diventi parte della città e questo è diverso dall’avere una precisa nazionalità. I parigini sono parigini, cioè un insieme di persone provenienti da tutto il mondo, e questo è diverso dall’essere francesi. Spesso torno in Calabria perché lì sono le mie radici, e a Perugia dove sono residente da più di vent’anni nel borgo d’Oro. Sono una persona che ama viaggiare e non escludo, in futuro, di vivere in altri paesi, conservando comunque la mia identità italiana.»

Di cosa ti occupi a Parigi?

«Sono esperta nella comunicazione pubblica e istituzionale legata alla tutela dei diritti umani. Nello specifico mi occupo di lotta contro la prostituzione minorile e la tratta di esseri umani. Ho gestito un polo giuridico, e ho partecipato a vari processi contro pedofili di vario genere, compresi clan mafiosi; nello stesso tempo ho coordinato un polo di sensibilizzazione e comunicazione. Ho messo a punto programmi di formazione in tutto il territorio della Repubblica Francese in partenariato con varie istituzioni politiche, e campagne d’interesse  per sensibilizzare la popolazione rispetto al fenomeno.  Attualmente sono indipendente e faccio interventi presso Ministeri e altre istituzioni. Sto svolgendo anche una ricerca in linguistica, sugli aspetti della retorica nelle campagne d’interesse generale e sul senso del reale nello spettatore.»

Sei anche tu uno dei cervelli in fuga dall’Italia?

«Non lo so. Sono semplicemente una persona che non ha mai trovato lavoro in Italia, o meglio, l’ho trovato ma non era retribuito. Dovendo fare affidamento solo sulle mie competenze e capacità, è stato più semplice partire, imparare un’altra lingua, e ricominciare all’estero.»

Parigi, per te, è stata madre o matrigna? Come sei stata accolta?

«Questa domanda mi fa sorridere… Un amico che si è trasferito a Marsiglia, dice che Parigi è come una donna bellissima di cui sei innamorato da tutta la vita ma che non ricambierà mai il tuo amore. Parti e pensi di averla dimenticata ma appena la rivedi ci ricadi… Parigi è matrigna di tutti i suoi abitanti, anche dei francesi. È una città che mette continuamente alla prova, che ti spinge oltre i tuoi limiti, senza tregua. Chi si ferma è perduto. È una città fotonica che promette e dà molto, ma in cambio vuole tutto; chi vive a Parigi è innanzi tutto sposato con Parigi, poi viene tutto il resto.»

Hai vissuto la Francia degli attacchi terroristici: Charlie Hebdo, il Bataclan, Nizza. Quali sono i tuoi ricordi di quei momenti?

«Terribili. È stato come un sogno che si frantumava. Io sono qui da sette anni e mezzo e in effetti gli attentati in questo paese sono sempre stati all’ordine del giorno. Ricordo, per esempio, che nel 2012 due fratelli di Toulouse cominciarono ad uccidere serialmente alcuni militari e civili:  ammazzarono sette persone, di cui quattro erano bambini che uscivano da scuola. Ci fu una gigantesca caccia all’uomo e quando furono trovati i responsabili, fu organizzata una diretta tv dell’assalto alla loro abitazione da parte dei corpi speciali. Noi eravamo a Parigi e guardavamo  la tv: sembrava un film americano. Ancora nel novembre 2013, un uomo entrò con un fucile nella sede di un quotidiano importante, Libération, facendo fuoco sulle persone. Iniziò un’impressionante caccia all’uomo mediatizzata per tutta la Francia, e anche in questo caso fu come vivere in un  poliziesco… In effetti episodi di questo genere accadono di continuo, e da molti anni hanno addirittura tolto i secchi della spazzatura dalle strade e messo dei sistemi che sorreggono buste di plastica trasparente per individuare immediatamente eventuali ordigni esplosivi nascosti fra i rifiuti. Ma qualcosa di importante è cambiato con Charlie. Charlie era intoccabile, è stato un danno terribile per tutta  la collettività, perché sono state colpite persone geniali, di quelle che vengono   al mondo raramente. È stato scioccante anche perché piccoli attentati si sono susseguiti nei giorni successivi e si è pensato che la  minaccia delle cellule dormienti si stesse avverando. Dopo Charlie, qualcosa di triste e pesante si è abbattuto sulla città, ma i parigini hanno reagito prontamente, coerenti con lo spirito della città. Quando c’è stato l’attentato del Bataclan, siamo rimasti pietrificati, non ci potevamo credere. Per giorni non siamo usciti di casa, i turisti se ne sono andati in massa, nessuno ha avuto il coraggio di prendere la Metro e il primo ministro ha annunciato la possibilità di un attacco chimico-batteriologico imminente. I teatri e i cinema si sono svuotati, la città è diventata improvvisamente deserta e fra la popolazione la tensione è divenuta palpabile. Poi è stato dichiarato lo stato d’emergenza, il divieto d’assembramento nelle piazze, e i computer e i telefoni sono stati messi sotto controllo. In Francia esiste una legge in virtù della quale, se viene indetto lo stato d’emergenza, i servizi segreti hanno il diritto di spiare tutti, di non rispettare più la proprietà privata, di arrestare chi ritengono essere pericoloso e di non fornire spiegazioni a nessuno.»

In seguito agli attentati, si sono incrementati i controlli e le misure di sicurezza messe in atto dai governi di tutto il mondo. Qual è la situazione attuale in Francia?

«In Francia siamo tutti sotto controllo. È ancora in vigore lo stato d’emergenza, e si viene perquisiti all’entrata di ogni locale pubblico, museo, scuola, università, ospedale… La città è militarizzata, ma, in effetti, lo era anche prima.»

Per quanto concerne la popolazione, si può parlare di “adattamento e convivenza con la paura”?

«Sì, mi sembra che si possa dire. Ma il caso di Parigi è strano, perché era una città violenta anche prima e non soltanto a causa della microcriminalità, ma anche della pazzia dilagante. Per esempio recentemente è stato lanciato l’allarme perché nella metropolitana si aggirava un tizio che accoltellava a caso le persone. Si trattava di un diciassettenne disadattato. A Parigi si sta sempre attenti, è d’obbligo; da quando sono qui, ho visto scene di degrado, violentissime, terribili. Adesso stiamo ancora più allerta.»

Parlando di economia, in quale misura la crisi ha investito la Francia e quali sono le reali ripercussioni nella vita di tutti i giorni?

«Questa domanda è complessa perché io, vivendo a Parigi, non ho la percezione della crisi. Probabilmente in provincia è diverso. Qui tutto è come prima, e soltanto di recente ho iniziato a sentire i politici raccomandarsi di consumare meno energia elettrica perché i reattori nucleari sono vecchi e non riescono a mantenere la produzione. Nella capitale il problema più grande rimane la sicurezza.»

Jobs act e proteste sociali: i francesi sono di nuovo scesi in piazza. Cos’è successo?

«Sì, i francesi sono scesi in piazza contro la Lois travail. È stata avviata una specie di manifestazione permanente che è durata molti mesi e che a volte è degenerata in guerriglia, con pallottole vaganti e manifestazioni continue, che hanno provocato diversi feriti. La CGT, il sindacato dei lavoratori, ha lottato strenuamente a fianco del popolo. Ricordo che un paio di volte hanno persino staccato la corrente elettrica mentre si svolgevano le riunioni dei rappresentanti del governo con le istituzioni locali. Durante le proteste, inoltre, sono state inventate le “notti in piedi”, manifestazioni pacifiche notturne. La città ha vissuto anche  momenti di forte tensione. In un’occasione la folla ha dato fuoco a un’automobile della polizia con dentro due poliziotti che si sono salvati per miracolo. Alla fine il primo ministro ha applicato l’equivalente francese della tagliola e ha fatto passare la legge in Assemblea Nazionale. Anche per questo Manuel Vals ha perso le primarie; durante la sua campagna elettorale un ragazzo di 18 anni gli si è avvicinato e lo ha schiaffeggiato pubblicamente.»

La questione dell’immigrazione è uno dei temi caldi dell’Europa unita. Qual è il termometro della situazione in Francia e a Parigi in particolare?

«Innanzitutto smettiamola di chiamarli “immigrati” perché il termine è inappropriato. Il termine “rifugiato” chiarisce definitivamente il fatto che queste persone hanno dei diritti inalienabili, come tutto il resto dell’umanità. D’altronde, all’inizio di questa intervista mi si dà dell’immigrata e giustamente perché di fatto io lo sono, ma la mia condizione è estremamente diversa da quella di queste persone. La situazione è grave. Questo per me è un tasto particolarmente dolente perché, a partire dal 2013, ho lavorato insieme ad altri all’interno di una commissione interministeriale per l’applicazione dei diritti umani in Francia. In quell’occasione sono stata testimone di come molte associazioni di territorio abbiano impedito che il governo stanziasse dei fondi per i rifugiati, nascondendo fino alla fine la realtà dei fatti. Posso dirti che a Parigi, nel marzo 2015, durante una riunione del collettivo contro la tratta degli esseri umani, la coordinatrice ha affermato che la priorità della Francia erano i minorenni bulgari e rumeni. Tutto il resto non esisteva, mentre in realtà i siriani erano già arrivati in città. La politica del governo è stata sempre quella di negare il fenomeno e di non raccogliere le cifre per non doverle renderle pubbliche. Quello che stupisce di più è che se si fosse organizzato tutto per tempo, non saremmo mai arrivati alla giungla di Calais. Non sarebbero spariti migliaia di minorenni, e non avremmo assistito a questo strazio terribile. Il fenomeno non è stato né organizzato né gestito in alcun modo, e questo vuoto ha creato una situazione d’emergenza e la conseguente disumanizzazione di milioni di persone. Ripeto, i fondi c’erano e tutto era evitabile.»

Parigi e integrazione culturale: possiamo parlare di un modello di successo?

«No, non mi sembra che questo si possa dire. Parigi ha una doppia anima e la metà della sua popolazione probabilmente lo ignora. Parigi, di fatto, è l’espressione perfetta dei concetti di “biopotere” e “biopolitica” dai quali ci metteva in guardia Foucault. È una città formata da cittadini di serie A, quelli che loro chiamano francesi di origine esagonale antica, e cittadini di serie B, quelli provenienti dalle ex-colonie. Questi ultimi sono oggetto di continue vessazioni, sgarbi quotidiani, insulti, violenze psicologiche e fisiche nemmeno troppo velate. Molte volte ho visto francesi di origine esagonale antica buttare curricula di persone che “non avevano il giusto colore della pelle”, o con un nome arabo o africano. Una volta una dirigente dell’organismo che coordinavo mi ha telefonato per scusarsi del fatto che lo stagista che aveva scelto era di colore, e mi ha detto di “non spaventarmi”. Sarebbe interessante approfondire la condizione delle persone provenienti dalle ex colonie, poiché accadono cose cose inenarrabili. Personalmente credo che l’Italia non abbia la più vaga idea di cosa sia veramente il razzismo, e di come questo possa entrare nella mente e nel corpo delle persone; essere trattati male solo perché il vostro interlocutore presuppone che siate arabi o africani, a lungo termine, diventa insopportabile. Ma talvolta può accadere anche di peggio. Ad esempio attualmente a Parigi è in atto l’ennesima rivolta delle banlieue. Quest’ultima è stata scatenata dal fatto che la polizia ha fermato un ventenne di colore (e mi dispiace dover fare questa precisazione), Theo, che è stato malmenato e violentato. È emerso il fatto che la polizia vessa regolarmente gli abitanti delle periferie, picchiando, violentando e talvolta uccidendo. In seguito all’affare “Theo” gli abitanti delle banlieue sono insorti, e ci sono state manifestazioni, guerriglia urbana, negozi devastati, e diversi feriti come al solito. Questo genere di politica sovrappone violenza ad altra  violenza, come nel caso dei due ragazzi ebrei che sono stato aggrediti nella banlieue nord-est di Parigi pochi giorni fa: minoranze contro minoranze, mentre molti parigini non immaginano nemmeno lontanamente il disagio che vive una parte della popolazione. Sinceramente trovo che l’Italia sia un esempio di convivenza e integrazione, e che i rari episodi di intolleranza, se ben analizzati, non rientrano nella fenomenologia del razzismo ma in quella più generica del disagio sociale.»

Le Pen e Franxit: ipotesi realistica o utopia? Cosa ne pensano i francesi?

«Da quando sono qui ho notato che la Le Pen accenna spesso ad una eventuale uscita dall’Europa. Di Franxit si parla da anni e non so perché in Italia questo tema sia in cima all’agenda setting  solo ora. In verità qui nessun tg ha passato questa notizia perché, effettivamente, è una non notizia. Tutti sanno come la pensa la signora Le Pen, e in Francia le si dà poco spazio mediatico. Comunque non ha ancora vinto niente e la campagna elettorale deve ancora cominciare. Allego il link di una edizione del Le Figaro del 20 febbraio 2016 in cui si parla di questa cosa: http://www.lefigaro.fr/politique/2016/02/20/01002-20160220ARTFIG00014-le-fn-promet-un-franxit-sur-le-modele-du-brexit.php

Come già accennato, alcuni giorni fa a Parigi sono stati aggrediti due giovani ebrei che indossavano la kippah. Marine Le Pen  ha affermato che la kippah non va portata. Quali sono state le reazioni a questa sua affermazione?

«In Francia tutti conoscono il pensiero della Le Pen e, come ho già detto, i media non danno molto  risalto a quello che dice, nel tentativo di togliere visibilità alla sua persona e alle sue idee politiche. Di rimando c’è molto interesse mediatico nei confronti dei suoi guai amministrativi, delle piccole e grandi truffe, dei suoi scandali e di quelli dei suoi sostenitori. Probabilmente Marine Le Pen è la persona più controllata di Francia, e spesso, sia lei che la sua famiglia, sono oggetto di accertamenti finanziari i cui esiti vengono pubblicizzati dai  media di tutto il paese. Per esempio ultimamente è stata accusata di “impiego fittizio di un assistente parlamentare” presso il parlamento europeo.»

I parigini si sentono più europei o più francesi?

«Entrambe le cose, ma come dicevo essere parigini è una nazionalità a sé. Siamo milioni di persone provenienti da tutto il mondo ma, trovandoci  qui, siamo tutti parigini allo stesso modo.»

Parigi è una delle maggiori capitali culturali del pianeta. Che arte si “respira” al momento?

«A Parigi c’è qualsiasi cosa e a qualunque livello, e fare una lista mi sembra davvero complicato. Si spazia dalla stagione dell’Opéra di Paris ai vari musei e alla street art, da John Zorn che sarà presto in città, a Noam Chomsky che ogni tanto passeggia per le vie del centro. La lista è veramente lunga. A volte penso che tutto quello che non è qui non è da nessuna parte.»

In ambito culinario la Francia rappresenta un’eccellenza a livello mondiale. Tu cosa preferisci, la cucina francese o quella italiana?

«Ovviamente quella italiana! Ricordiamoci  che mangiare bene in Italia è normale, mentre qui è veramente un lusso. Ad esempio, come dimenticare le tagliatelle al tartufo… qui sono solo un miraggio lontano.»

Dove ti vedi nel futuro?

«Nel mondo, ma c’è sempre una parte di me che sogna di tornare in Italia.»

Cosa ti ha regalato l’Umbria e cosa ti manca della nostra regione?

«Il senso della bellezza. Ho visto uno spot pubblicitario in cui Sgarbi diceva “andate in Umbria e ritroverete la vostra anima”: ecco io sono d’accordo con lui. Torno sempre in Umbria per riposarmi e ricaricarmi. Quando sono a Parigi e mi sembra che le cose si siano spinte troppo in là, torno a Perugia  e prendo rifugio nelle acque profonde dei pozzi etruschi disseminati per la città, in cui mi sembra che risieda ancora l’essenza di Veltha, una delle divinità del pantheon etrusco. L’Umbria, dove ogni stagione ha un suo odore preciso e il cielo, subito dopo il tramonto, diventa blu elettrico… Se potessi ci vivrei.»

Domanda secca, e forse paradossale: Parigi o Perugia?

«Entrambe e anche il resto del mondo!»