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L’intervista. Alessandro Paolucci, alias Dio: “In fondo, il web è come un cane”

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L’intervista. Alessandro Paolucci, alias Dio: “In fondo, il web è come un cane”

Redazione cultura
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Alessandro Paolucci, alias 'Dio' (foto Elena Datrino)

di Marcella Cecconi

PERUGIA – Alessandro Paolucci è nato a Foligno 35 anni or sono. Dopo aver conseguito una laurea in filosofia, ha deciso di dedicarsi al mondo virtuale assumendo l’identità di Dio nei maggiori social network. Nella sua carriera ha vinto diversi premi: Tweet Awards nel 2012 e nel 2013, Twittero più carismatico nel 2011, Miglior fake nel 2014. Vive fra Milano e Foligno, ed è “l’attuale CEO dell’Universo”. Se volete diventare suoi seguaci, lo trovate qui (Twitter, Facebook).

Alessandro sei una star del web, pluripremiato e seguito da centinaia di migliaia di “fedeli”. Quando hai deciso di diventare Dio?

«I potenti mezzi del web mi hanno permesso di ricostruire il momento esatto: 5 maggio 2011 alle 12:50. Capitai per caso su Twitter, trovai il profilo fake del Papa, il profilo fake di Gesù e nessun profilo di Dio. Ci pensai su qualche momento, e decisi che potevo essere Dio.»

E quando hai capito di esserci riuscito?

«Qualche anno dopo venni retwittato da Gasparri, che come è noto blocca tutti. Lì capii di aver fatto il miracolo, e che quindi ero davvero Dio.»

“In origine era il verbo, il verbo era presso Dio e il verbo era Dio”: una frase che ti calza benissimo! Partendo dal presupposto che la parola produce effetti sulla realtà, quali sono le responsabilità di un influencer?

«Devi stare attento a quello che dici e a come lo dici. Con due parole sbagliate puoi mettere in moto un flame infinito, deviare l’attenzione, disinformare, perché la gente ti prende sul serio, quindi l’unica cosa da fare è buttarla a ridere. Ma spesso ti prendono sul serio comunque.»

Sei laureato in filosofia e volevi fare l’insegnante ma sei nato in un tempo sbagliato: retrospettivamente puoi considerarla una fortuna?

«Mi sono scelto una di quelle lauree che generano automaticamente disoccupazione, e non posso nemmeno pentirmi di averla scelta, perché sapevo benissimo in quali guai mi stavo cacciando. Nonostante tutto, però, gli eventi che mi hanno portato ad aprire quel profilo dipendono da quella scelta: se avessi trovato un lavoro come tutti, a quest’ora non sarei Dio, quindi evviva le lauree non professionalizzanti.»

Nel tuo lavoro qual è l’arma vincente: l’originalità e l’ironia, oppure la conoscenza dei meccanismi che regolano i social media?

«Per evitare di darmi dell’originale da solo, ti dico come ho impostato la faccenda di Dio. Il profilo è nato per caso, quando ho visto che funzionava l’ho usato per divertirmi, e nel mentre ho imparato a conoscere i social. Dopo un po’ ho notato (mi hanno fatto notare) che c’era del potenziale per farne un lavoro, cosa che non avevo preso in considerazione, così ho cominciato a esplorare l’impatto di Dio sulla mia vita professionale, ma senza esagerare. Ancora adesso penso poco alla carriera o alle cose serie: lavoro molto, cambio città, non trovo pace, ma in fondo sono solo curioso di vedere fin dove mi porta questo gioco.» 

I tuoi post trattano temi d’attualità, cultura, politica, e implicano una profonda conoscenza del reale. Passi più tempo a scrivere o a leggere?

«Mi informo meno di quello che sembra. Niente giornali, quasi niente tv, leggo il sito dell’Ansa per avere un’infarinata dei fatti salienti senza troppe interpretazioni politiche. Uso Facebook per avere un rifornimento continuo di articoli interessanti che linkano i miei amici (dopo anni di pulizia contatti, posso dire che ora funziona bene). Di sera leggo libri, scrivo, faccio cose. Sarà anche ora di pubblicare libri, ora che ci penso.»

C’è follower e follower. Fra i tuoi seguaci ci sono diversi personaggi celebri; in una “conta virtuale” quanto “pesano” i loro like e i loro commenti?

«Il batticuore dell’interazione con un vip c’è ancora, ma poi sul social mi sforzo sempre di essere ecumenico. Tratto tutti alla stessa maniera, sono tutti uguali al cospetto dell’Onnipotente.»

Qual è il tuo rapporto con la Chiesa e la religione?

«La religione è ineliminabile, come la fame o la sete: ha a che fare con le debolezze umane, il bisogno di sapere che le cose del mondo vanno in un modo “confortante”, piuttosto che a caso (funziona anche per gli atei, per i quali sapere che le cose vanno a caso è confortante). Il mio chiodo fisso però è l’istituzione, la casta religiosa: loro sono i primi influencer della storia e devono stare molto più attenti di me a quello che dicono, perché la gente sfortunatamente li prende sul serio. Tanto per intenderci: non è un problema se qualcuno crede che il Creatore dell’Universo stia lì a controllare se sei gay o se usi la pillola del giorno dopo, però se poi ti ritrovi a vivere in un paese omofobo perché tutti sono abituati ad assecondare l’istituzione, o se stranamente al consultorio trovi solo medici obiettori, ecco, questo è un bel problema.»

Consigli per giovani disoccupati che vogliono intraprendere la tua stessa carriera.

«Eh, sfortunatamente non possono farlo, siamo in un regime monoteistico: di Dio ce n’è solo uno.»

Un (tipico) giorno da Dio.

«Mi alzo, scrivo cose al pc, leggo cose al pc, scrivo cose al telefono, leggo cose al telefono, vado a dormire. Nel mentre a volte mangio.»

Sei sempre connesso o anche tu stacchi?

«Per ora non posso permettermi di staccare, ma ci sto lavorando.»

Come immagini il futuro: c’è vita fuori dal web?

«C’è, ma dura poco. Puoi sforzarti di lasciare il web in un angolo, ma poi ti ritrova, vuole la tua attenzione, e se non te ne occupi poi comincerà ad accumularsi la cacca e la dovrai pulire. Sì, il web in fondo è un cane.»

Sei nato a Foligno. Che rapporto hai con la città?

«Discreto. Ci ignoriamo a vicenda, quindi andiamo d’accordo.»

Come ci saluterebbe Dio?

«Siete ancora qui? Andate a lavorare, non state producendo. Dai, che dovete versare l’8×1000.»

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