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Libri, ‘Totentanz’: Gianluca Ricci presenta la sua ultima opera

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Libri, ‘Totentanz’: Gianluca Ricci presenta la sua ultima opera

Redazione cultura
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Parlaci della tua opera, come nasce?

La mia opera, e non solo questa ultima raccolta, nasce dall’esigenza di interloquire con la complessità ed il fascino contraddittorio del mondo, dei rapporti intersoggettivi, del peso della condizione naturale, come quella sociale, dell’obbligo di uno sguardo universale se non religioso e della criticità di una ricomposizione in esso.

Quali sono le tematiche principali di Totentanz?

Narcisisticamente potrei dire che sono io la tematica della mia opera poetica, cioè sono le mie acquisizioni emotive, estetiche, razionali, teoriche e teoretiche, linguistiche e formali e che in queste, alla rilettura di ogni singolo testo dopo la composizione, io vado ricercando la densità, la probabilità di un significato. Ma se mi chiede quali sono gli oggetti sui quali si fissa il mio spirito vagabondo devo rispondere la consapevolezza dell’individuo rispetto a se stesso e alle proprie vicende, soprattutto private, l’affettività e l’eros come croce e risurrezione, la natura sia nel transeunte che come organizzazione di ulteriori significati (troppo simbolismo?), la fragilità esistenziale e la consapevolezza di essa come unica arma di difesa e quindi la pericolosità del mondo sia interno che esterno, sia passato che futuro (il presente non esiste, essendo la poesia stessa). Non trascurerei un vagheggiamento per quanto è altro: qualcuno può ritrovarvi echi mistici o citazioni mitologiche.

Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita?

Non essendo riconosciuta in Italia una funzione ufficiale del poeta, la poesia per me è come la caccia per il cittadino che la pratica. Percorsi in terreni non quotidiani ed accidentati alla ricerca di quello che oltre essere preda è risultato di una passione necessaria e solo simbolicamente cibo. Mi piacerebbe però accennare al mio metodo di scrittura. È dal mio terzo libro (Exergo) che non scrivo più su carta, ma direttamente su smartphone, cancellando di conseguentemente pentimenti, correzioni e varianti. Oggi poi utilizzo gli spazi riservatimi da Facebook. Attorno ad un iniziale verso (guai se lo dimentico) organizzo la ricerca di un’immagine significativa, capace non solo di esaltare la mia tensione lirica, ma di suggerirmi ulteriori approfondimenti in corso d’opera. Per questo le mie poesie mantengono un certo non so che di discorsività o di ellitticità.

Che autori ti piacciono e ti ispirano?

Curiosamente da ragazzo ebbi modo di leggere soprattutto poesie dialettali: Cesare Pascarella e non Trilussa, piuttosto che Carlo Porta in milanese. Non me ne ricordo niente, piacevano a mia madre. Forse oggi direi Franco Loi e Pagliarani, ma andiamo per ordine: al tempo del liceo i quattro grandi del Novecento: Saba, Montale, Ungaretti e Quasimodo, che poi ho messo in secondo ordine, per intima consonanza, a favore di Guidogozzano (sic!): in fondo Totò Merumeni c’est moi. Tra le italiane Antonia Pozzi, Patrizia Cavalli, non la pazza dei Navigli. E a caso: Dickinson, Baudelaire, Gibran, Hikmet, la Achmatova, la Cvetaeva, Evtushenko, Adonis, Omar Khayyam, l’Haiku giapponese, Omero, i lirici greci, Szymborka, Neruda, ma quello del Canto General de Chile, Edgar Lee Master, Giosuè Carducci, di cui auspico una rivalutazione. Dante Alighieri, non inteso scolasticamente, ma mediato e meditato da Vittorio Sermonti. Franco Fortini e tanti altri che non ricordare è vergogna. Ma una cosa è certa non amo uno sperimentalismo eccessivo. Troppi i romanzi da citare. Direi i russi ed i francesi dell’Ottocento, Joseph Conrad ed il libro del cuore, almeno il mio: Il Maestro e Margerita di Michail A. Bulgakov, letto ben cinque volte.

Progetti futuri?

Vorrei vivere nel migliore dei modi ed il più tranquillamente possibile. Scrivendo poesia? Non è importante. Milioni, anzi miliardi di persone hanno problemi ben più intriganti con i quali intrattenersi. In un tempo in cui il futuro è oscuro e minaccioso, il contrario di due secoli fa, mi sembra già tanto garantirsi un presente decente. Ed un amico per non impazzire.