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Libri, ‘Ferro su ferro’: Andrea Guizzardi presenta la sua opera

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Libri, ‘Ferro su ferro’: Andrea Guizzardi presenta la sua opera

Redazione cultura
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Parlaci della tua nuova opera, come nasce?

Il romanzo nasce dalla volontà di riflettere sui pericoli che si nascondono nell’incapacità dell’essere umano di superare e accettare la sconfitta, anche quella più cocente, dal momento che spesso tale atteggiamento diventa un tarlo in grado di sfociare nell’ossessione vera e propria, portatrice di conseguenze estremamente negative.
Il titolo del romanzo, infatti, oltre ad essere, in prima battuta, un palese riferimento alla cosiddetta parata di ferro nella scherma – causa della sconfitta del protagonista Guercioni nella finale olimpica di sciabola – ha una duplice valenza simbolica: da un lato, vuole rendere l’idea del pesante accumularsi di sensazioni e situazioni negative legate alle nostre ossessioni e, dall’altro, vuole tratteggiare la costruzione di un percorso verso una nuova consapevolezza.
Attilio Guercioni è il personaggio principale del romanzo. Parlaci un po’ di lui.

Attilio è uno schermidore dal buon rendimento, tesserato nel gruppo sportivo della Polizia di Stato, ma non ha le stigmate del fuoriclasse e del trascinatore, tant’è che persino il Presidente della Federscherma non ne ricorda bene il cognome. Ha l’occasione della vita con la finale olimpica di sciabola a Barcellona contro un avversario decisamente alla sua portata, ma perde all’ultima stoccata. Da quel momento non riesce più mentalmente a scendere dalla pedana catalana: le sue traversie con la Federazione e la sua incapacità di rapportarsi con il nuovo lavoro in Polizia altro non sono che le conseguenze di quella sconfitta non accettata e non elaborata. Attilio sarà così vittima della sua ossessione da trasfigurare pericolosamente la realtà.
Verrà, infatti, ferito in modo grave nel corso di una sparatoria e rimarrà per alcuni giorni in uno stato di coma profondo, durante il quale intraprenderà un viaggio onirico, che gli permetterà di liberarsi dalla prigione dell’ossessione sino a riprendere coscienza di sé.
Qual è il rapporto fra la scrittura e il resto della tua vita? Quanto c’è di autobiografico e di fantastico nei tuoi romanzi?

Ritengo che la scrittura sia una splendida forma di psicoterapia, grazie alla quale ci possiamo mettere davanti allo specchio e confrontarci sinceramente e senza filtri con noi stessi. Di conseguenza, nei miei due romanzi “Fuga dalla capanna” e “Ferro su ferro” il taglio esistenziale è sempre presente. Se in “Fuga dalla capanna” ho cercato di disseminare molto di me nei vari personaggi e non solo nel protagonista, in “Ferro su ferro”, invece, l’elemento autobiografico ha meno spazio, ma non per questo minore importanza, poiché è collocato nel momento in cui il protagonista capisce che deve liberarsi della sua ossessione.

Che scrittori ti piacciono e ti ispirano?

Tra i miei scrittori preferiti annovero sicuramente gli americani Philip Roth e Bernard Malamud per la capacità, seppur con stili diversi – più affabulatorio il primo e più diretto il secondo – di entrare anche con ironia nelle pieghe dei vari personaggi. Tra gli scrittori italiani, ritrovo questa dote in Ennio Flaiano, in Fruttero e Lucentini e in epoca contemporanea in alcuni romanzi di Alessandro Piperno e Piersandro Pallavicini. Non posso, da ultimo, dimenticare anche i grandi romanzieri francesi e russi dell’800, con una particolare preferenza per Goncarov, che con Oblomov ha scritto un capolavoro sulla pigrizia in cui ironia e tragedia si fondono magnificamente.

Progetti futuri?

Sto iniziando a lavorare su un terzo romanzo, di cui ho abbozzato una breve traccia e per il quale sto cercando di trovare il titolo più adatto.