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La ‘bellicosità’ perugina nei giochi medievali

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La ‘bellicosità’ perugina nei giochi medievali

Alessandro Minestrini
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di Arturo Tramontana

PERUGIA – I perugini erano bellicosi. Lo testimonia la storia (Braccio Fortebraccio, Niccolò Piccinino, Biordo Michelotti solo per ricordare alcuni condottieri). E le feste popolari ricordano quella bellicosità. Altre, invece, erano lo strumento per addestrarsi alla guerra. A Perugia si disputava la giostra di cavalieri ben prima che a Foligno. Oppure si dava la caccia al toro come a Montefalco. E il gioco del pallone trova eco nei versi di Leopardi.

La Sassaiola In occasione della festa di sant’Ercolano, il 1° marzo, era tradizione effettuare una processione al lume delle torce e dare inizio alla “Sassaiola”, durissimo scontro armato tra i giovani dei cinque rioni. Spesso ci scappava il morto. Oltre la rivalità delle porte cittadine, lo scontro serviva per l’addestramento delle milizie comunali, composte da cittadini che, in battaglia, combattevano sotto gli stendardi della propria porta (come ricorda Aldo Settia nel volume “Comuni in guerra”). Sassaiola, ludus battaliae, pugna, proelium lapidum, battagliola, persino ludus perusinus a dimostrazione della fama goduta in questa città, tanti e ancora di più, sono i nomi con cui, almeno dal XII secolo in avanti, molti giovani dei ceti popolari delle città dell’Italia centro settentrionale usavano identificare uno dei giochi di guerra che li vedevano protagonisti, il guadagnare il campo della squadra avversaria a furia di tirar sassi. La “pars superior” occupava una zona nel “campo di battaglia” (toponimo rimasto per indicare la via omonima) e la “pars inferior” inscenava la conquista. Si usavano armatura in ferro, cuoio cotto e imbottiture. Proibite le armi in ferro, la parte importante spettava ai lanciatori di pietre.

Caccia al toro Nella storia della città spicca anche la caccia al toro (una manifestazione molto simile alla corsa che si svolge a Pamplona per san Firmino). Le monache di Santa Mustiola di Chiusi erano obbligate a fornire un toro per la festa dei Santi il primo novembre e la Piazza Grande diventava un’arena con l’animale liberato in un recinto e inseguito dalle mute di cani. Al termine dello scontro, la carcassa veniva sezionata e la carne distribuita tra gli spettatori. Fu proibita nel 1790 come ricorda una targa nel chiostro di San Lorenzo.

Il Palio Il Palio si correva in Piazza Grande a Carnevale tra il XIII secolo e fino al 1500. Era una corsa di cavalli senza cavaliere, detti bàrberi. Il Comune assegnava dei premi ai proprietari dei cavalli: al terzo classificato andavano un canestro di pani e una porchetta, al secondo un falcone, al primo il palio, o bravium, cioè un drappo di velluto, di raso o di seta. L’ultima corsa del palio è attestata al 1538.

Il gioco dell’Anello Nel XIV secolo la Compagnia del Sasso organizzare, oltre la sassaiola, anche una giostra di cavalieri che tentavano di infilare con l’asta un anello a cavallo. Ad ogni cavaliere si attribuiva un punto se colpiva la parte bassa, due nella metà alta, tre botte se infila con la lancia l’anello.

L’Anquintana I cavalieri perugini, però, preferivano l’Anquintana, cioè la gara a punti che consisteva nel colpire la testa di un fantoccio, dotato di un braccio armato, capace di restituire il colpo.

Il gioco del pallone Lungo il percorso delle scale mobili sotto la Rocca Paolina restano le tracce del gioco del pallone. Si giocava in uno stadio di legno costituito da gradinate e palchetti dall’impresario Orazio Boccanera. Vi si disputò la prima partita di pallone il 6 luglio 1805 e vi si continuò per circa sessant’anni. Vi giocò anche Carlo Didimi, marchigiano, ispiratore del canto “A un vincitore del pallone” di Giacomo Leopardi.