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Interruzione volontaria della gravidanza farmacologica, la Regione cambia le regole: polemica

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Interruzione volontaria della gravidanza farmacologica, la Regione cambia le regole: polemica

Redazione politica
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Un test per la gravidanza
Un test per la gravidanza

PERUGIA – Su un tema molto delicato, come l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica,  la giunta regionale sceglie per l’abrogazione della delibera regionale approvata nel dicembre 2018, che dava indicazione agli ospedali umbri di organizzare con day hospital il servizio per la interruzione volontaria della gravidanza farmacologica. E subito si scatena la polemica.  Duro il giudizio della Cgil. “In pratica – affermano per la Cgil dell’Umbria Barbara Mischianti e Fabrizio Fratini – si nega alle donne la possibilità di scegliere il metodo meno invasivo per loro, imponendo un ricovero per 3 giorni e rendendo sempre più difficile il percorso per ottenere l’aborto farmacologico, il tutto con un evidente aggravio di costi per il sistema sanitario e per giunta andando ad intasare ulteriormente gli ospedali in epoca di Coronavirus. Riteniamo la scelta della Regione assolutamente sbagliata e penalizzante – concludono Mischianti e Fratini – e per questo la Cgil è pronta a mobilitarsi al fianco delle associazioni delle donne”.

Associazioni donne Molto duro anche il commento  dekle associazioni delle donne: “Si può cercare di raggiungere il paradiso in vario modo. Una modalità, secondo i leghisti della Regione Umbria, è quello di rendere difficile la vita delle donne, la loro libertà, la loro autodeterminazione. Così la maggioranza di destra del Consiglio regionale umbro ha abrogato la delibera regionale faticosamente ottenuta nel dicembre 2018, dopo 8 anni di insistenza e di lotte anche contro la recalcitrante giunta Marini. Si dava così indicazione agli ospedali umbri di organizzare con day hospital il servizio per la interruzione volontaria della gravidanza farmacologica, dando la possibilità alle donne che decidevano di interrompere la gravidanza, di poter scegliere, il metodo meno invasivo per loro, che meglio si adatta alle loro esigenze e farlo in modo accessibile. Invece, in Umbria non sarà più così”.

Scenario Le associazioni delle donne fanno poi un quadro generale: “In Francia l’Ivg farmacologica viene scelta dal 66% delle donne, in Svezia dal 95%, in Irlanda e Portogallo anche con alte e crescenti percentuali. In Italia (ultimi dati 2018 della sorveglianza IVG del Ministero Salute) solo dal 18%, in Umbria dal 5%. Perché? Come mai siamo così diverse? Perché una IVG medica per una donna, da noi è una corsa ad ostacoli: contro il tempo, la disinformazione e la mancanza di Servizi. Si era con difficoltà arrivati nel 2019 ad avere almeno un ospedale nella provincia di Perugia (Pantalla e poi dopo Covid, Umbertide) e due nella provincia di Terni (Orvieto e Narni), che mettessero in atto la procedura di Ivg farmacologica. Nei 2 ospedali più grandi, dedicati anche all’insegnamento universitario non è mai stato organizzato. A Terni si offrono alle donne solo 3 Ivg chirurgiche ogni settimana e 5 a Perugia, significa quindi che vi sono lunghi tempi di attesa per gli interventi chirurgici (in media 3 settimane), che con la Ivg farmacologica, senza sala operatoria e anestesia, si ridurrebbero molto. Questo faticoso piccolo avanzamento che ci faceva essere meno arretrati anche solo dal punto di vista scientifico, da ora viene messo in discussione. I dati su Ivg medica riportati dalla relazione del ministro, mostrano che nelle regioni in cui vi è obbligo di ricovero, nel 95% dei casi le donne firmano ed escono su loro responsabilità. Forse tutta questa protezione dalle donne, non è così richiesta!”. Insomma, la polemica è servita.

 

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