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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Redazione
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PERUGIA – Nicodemo Gentile si definisce, orgogliosamente, un avvocato di strada. Perché la sua carriera professionale è iniziata assistendo le persone delle comunità straniere a Perugia, dall’Africa all’Est Europa, al Sud America e al Sud Est Asiatico. Ed è poi proseguita fino al palcoscenico della giustizia mediatica. Una necessità per chi svolge la professione di avvocato rispetto ai fatti di cronaca nera.

Come è iniziata la carriera mediatica?

«Prima del caso Meredith e la difesa di Rudy Guede, tra l’altro anche a lui sono arrivato per caso, perché assistevo la comunità ivoriana di Perugia e il padre del giovane mi chiese aiuto, in città esplose il caso dell’imam di Ponte Felcino e della moschea come centro di addestramento per terroristi. Un caso complesso e lungo. Quello fu il mio battesimo televisivo con un’intervista al Tg5. Anche in questo caso mi occupavo di stranieri, ancora adesso presto la mia opera a tutela dei diritti degli immigrati, orientandoli nella legislazione italiana che li riguarda».

Il delitto di Meredith e i processi seguenti sono stati una palestra professionale e di vita?

«È stato, sicuramente, un processo molto complesso e difficile. Era anche il primo procedimento per omicidio che affrontavo. Non possiamo negare, inoltre, che l’interesse mediatico di questo caso non ha eguali in Italia se non per Cogne e il delitto Scazzi. L’attenzione dei media è stata una ulteriore difficoltà, anche in considerazione della presenza di centinaia di giornalisti da tutto il mondo. È stato, però, un’esperienza unica sul piano umano e professionale. L’avvocato è difensore di regole e di uomini e l’impegno è continuo. Una volta che Rudy Guede è stato estradato in Italia, andavo a trovarlo tutti i giorni in carcere».

Cosa rimane di quell’esperienza?

«Si è trattato di un’esperienza difficile e formativa, come detto, ma che ha permesso di sperimentare il processo a 360 gradi, confrontandomi con colleghi di esperienza e di spessore e con magistrati altamente qualificati. Il processo è stato una palestra unica e irripetibile che consiglierei a tutti i penalisti. Quanto al rapporto con i media, credo che ormai sia imprescindibile trattare con i giornalisti. Vorrei ricordare che nel caso Kercher alcuni testimoni sono stati trovati proprio dai giornalisti».

Dal delitto Mez non ti sei più fermato.

«Il caso di Perugia mi ha dato molta visibilità e da questa sono arrivati il caso del trans Brenda, implicato nella vicenda dell’ex governatore Marrazzo, poi la vicenda del delitto dell’Olgiata con l’arresto dell’assassino, il filippino maggiordomo della vittima, l’omicidio di Sarah Scazzi e poi il caso Parolisi. Adesso mi occupo, come difensore di parte civile, del delitto di Teresa e Trifone a Pordenone, come difensore di parte civile per i genitori di Roberta Ragusa, poi il caso di padre Gratien ad Arezzo e, infine, l’assistenza al padre di Sara Di Pietrantonio, bruciata dall’ex a Roma».

Da difensore dell’imputato a quello di parte civile, quali differenze?

«Il processo mediatico è molto più difficile quando difendi un indagato o un imputato, perché devi difendere il cliente anche da se stesso e da quello che dice, magari quando è libero. Una volta che sei indagato o imputato tutto quello che dici non può essere utilizzato, ma quello che hai dichiarato nelle interviste può entrare nelle indagini a pieno titolo. Parolisi è stato attacato pe bersagliato per quanto detto prima dell’arresto. Le sue afermazioni lo hanno danneggiato, creando un’immagine negativa e piena di pregiudizi. In ogni caso come difensore non puoi far finta che i media non esistano, perché spesso viaggiano di pari passo con le indagini, a volte anticipandole anche. Il penalista deve fare i conti con giornalisti e mezzi di comunicazione. Grandi professionisti come Coppi e Taormina vanno in tv, rilasciano interviste e lo fanno per difendere i propri assistiti. La telecamera può creare soggezione, ma spesso per un avvocato è un dovere difendere il proprio cliente davanti alla tv».

Televisione, tribunale, carte, prove, quante verità?

«Le sentenze sono la verità processuale, ma a volte non sono la verità che cercano i familiari della vittima, spesso non rispecchiano il desiderio di giustizia. La verità processuale sull’omicidio di Meredith ha fagocitato quella reale: chi ha ucciso Mez? Perché è stata uccisa? Non abbiamo avuto risposta a queste domande. Nel delitto di Sarah Scazzi abbiamo il movente e l’occultamento, ma la dinamica è rimasta oscura. Nelle sentenze rimangono oscuri tanti segmenti, a volte per sempre».

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