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Guera e caro-prezzi frenano la ripresa dell’Umbria, ma scende la disoccupazone

Dalla pandemia alla guerra: l’Umbria tra segnali di ripresa e instabilità globale" è il titolo del rapporto trimestrale dell'Aur presentato stamattina

PERUGIA – “Dalla relazione economica e sociale che l’Aur ci ha presentato questa mattina, dobbiamo trarre spunti di riflessione e di azione per accompagnare l’Umbria in un cammino sempre più marcato di crescita”. La presidente della Regione Donatella Tesei ha così commentato il nuovo lavoro dell’Agenzia Umbria Ricerche dal titolo “Dalla pandemia alla guerra: l’Umbria tra segnali di ripresa e instabilità globale”, che è stato illustrato giovedì mattina nel Salone d’Onore di Palazzo Donini dall’amministratore Unico dell’Agenzia Alessandro Campi e dai responsabili della di ricerca Elisabetta Tondini e Mauro Casavecchia.

Il quadro

Il quadro che emerge  è quello di una regione che ha visto scendere la disoccupazione ma che adesso deve affrontare una crisi causata dalle conseguenze economiche della guerra e che inevitabilmente frenerà la ripresa. Il conflitto in corso – è stato sottolineato – genererà una correzione della variazione del Pil dovuta sia alla minore domanda estera, sia alla minore domanda nazionale, sia anche alla riduzione dei consumi interni alla regione. Una simulazione degli effetti della guerra, attraverso un modello di equilibrio economico generale evidenziato nel Rapporto, stima che l’impatto dello shock composto da domanda e offerta costerà al sistema Umbria almeno lo 0,7% in termini di minore Pil annuo. L’analisi, infatti, mette al centro delle riflessioni il posizionamento dell’Umbria nel quadro congiunturale, caratterizzato però dall’irrompere di una crisi bellica internazionale che, ha spiegato Casavecchia, “sta fortemente condizionando le prospettive di rilancio dell’economia, mettendo a rischio la fragile ripresa”.

Per l’Umbria l’incidenza dei costi energetici sul totale dei costi di produzione si stima che passerà dal 4,8% del periodo pre-pandemico all’8,3% dell’anno in corso, per un aumento del 73% (a fronte del 77% nazionale). Per il settore metallurgico, quello più energivoro, si prevede che tale incidenza sarà più che doppia. La crisi in corso, pur correndo trasversalmente tra i settori, è prima di tutto una crisi dell’industria L’Umbria – ricorda il rapporto – acquista da Russia, Bielorussia e Ucraina oltre 57 milioni di euro di merci: per il 95% si tratta di prodotti manifatturieri, e costituiscono l’1,9% delle merci che questo settore importa complessivamente dal mondo.

La situazione occupazionale

Il  report dell’Aur sottolinea che negli ultimi due anni (fra il 2019 ed 2021) l’Umbria ha perso 7000 persone in età lavorativa: “Soprattutto fra le donne – sottolinea Todini – sono aumentate le forze di lavoro “potenziali”, coloro cioè che non si attivano per cercare lavoro”.

Un altro dato è l’aumento, fra le cessazioni del lavoro, le dimissioni (24.000), soprattutto fra i tempi indeterminati. A determinare le dimissioni, secondo la ricerca dell’Aur sono state soprattutto quattro cause: l’abitudine allo smart-working, la ricerca di occasioni migliori, sia dal punto di vista professionale che economico, un forte burn-out e paradossalmente le nuove opportunità fornite dalla ripresa dell’economia. Ancora una volta si è dimostrata inefficace la politica di ricerca del lavoro per i percettori di reddito di cittadinanza.

Le possibili criticità per le produzioni umbre

La crisi in corso, pur correndo trasversalmente tra i settori, è prima di tutto una crisi dell’industria, più che dei servizi, e in questo la regione si trova un po’ più svantaggiata dell’Italia visto che l’industria in senso stretto pesa per il 20,8% del valore aggiunto regionale (19,7% in Italia).

La produzione manifatturiera umbra è fortemente dipendente dai collegamenti con le economie esterne, soprattutto delle altre regioni italiane: le risorse manifatturiere disponibili, destinate cioè ai settori produttivi o al soddisfacimento della domanda finale, solo per la metà sono costituite dall’output prodotto entro la regione, in quanto l’altra metà è importata dall’esterno (due terzi dalle altre regioni e un terzo dal resto del mondo). Ma c’è dell’altro: la forte concentrazione nei segmenti intermedi della filiera produttiva rende il microcosmo manifatturiero umbro particolarmente vulnerabile in quanto parte integrante di un sistema di relazioni produttive e commerciali globali fortemente interconnesse, al punto tale che interruzioni forzate di singoli anelli della catena di fornitura possono mettere a repentaglio il funzionamento dell’intero sistema.

La metallurgia è probabilmente il settore su cui si stanno concentrando le maggiori criticità, perché agli aumenti dei prezzi d’acquisto dell’acciaio si aggiungono le difficoltà di approvvigionamento. Si tratta di un settore relativamente più presente in Umbria rispetto alla media nazionale (3,2% il valore aggiunto generato contro il 2,6% italiano), che spicca tra l’altro per la maggiore dipendenza approvvigionativa dall’esterno (insieme al comparto della moda): le risorse intermedie che servono alla sua produzione sono per il 78% acquistate da fuori regione (il 51% dalle altre regioni d’Italia e il 27% dall’estero). Al contrario, la più alta specializzazione nelle costruzioni potrebbe costituire, pur con tutti i rincari e le difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e dei semilavorati, una sorta di settore “cuscinetto”, vista la forte ripresa del comparto edile in atto, trainata dagli incentivi governativi, che sarà ancor più sollecitata dagli interventi collegati alla realizzazione del PNRR.

Unione per reagire

Per Tesei, tuttavia, l’Umbria ha elementi importanti “per reggere questo impatto negativo che arriva da fattori che coinvolgono tutto il mondo”. “Lo può fare – ha evidenziato – anche attraverso i grandi investimenti pubblici che saranno fatti grazie al Pnrr e al piano delle infrastrutture che ci vede destinatari di 4 miliardi di euro, con l’obiettivo di mantenere il Pil regionale in linea con la media del Paese e di continuare così le buone performance degli ultimi due anni”. “Ma lo faremo anche – ha aggiunto – sostenendo le imprese e cercando di arrivare ad avere lavoro qualificato per i giovani, accompagnando anche tutti quei percorsi molto importanti per la formazione e l’orientamento. Lo faremo pure attraverso le nostre partecipate, come con l’Ater, visto che abbiamo in programma investimenti per circa 300 milioni di euro nei prossimi anni”.

Dimissioni volontarie dal lavoro

Crescono in Umbria le dimissioni dal lavoro, con un fenomeno soprattutto maschile, ed anche le persone scoraggiate e demotivate, soprattutto donne, che non cercano lavoro. La pandemia anche in Umbria ha lasciato il segno, con alcuni fenomeni “che devono essere letti con attenzione”, come ha affermato la ricercatrice Aur Elisabetta Tondini durante l’illustrazione della nuova Relazione economica e sociale dell’Agenzia UmbriaRicerche. Mentre da un lato, come emerge dal rapporto, il lavoro è finalmente ripartito, con la ripresa del mercato “in Umbria più che altrove”, il riadattamento delle persone a una nuova normalità “sembra essere un processo più lento e più complicato, oltreché più complesso, e gli sviluppi delle vicende geopolitiche dell” oggi non stanno certo agevolando questo cammino”, ha spiegato Tondini.

Il mercato si è riattivato

Il mercato del lavoro, già a partire dal secondo semestre 2020, si è riattivato, tornando a esprimere manifestazioni fisiologiche dopo i fenomeni apparentemente contrastanti occorsi durante il lockdown (crollo dell’occupazione ma anche diminuzione della disoccupazione). Il 2021 è stato per l’Umbria un anno di crescita degli occupati che a fine anno hanno toccato quota 356.600. Nel 2021 le dimissioni dal lavoro in Umbria– quasi un terzo delle cessazioni totali – sono aumentate rispetto al 2019 del 20% (12% in Italia). Isolando i soli tempi indeterminati, nel 2021 le dimissioni hanno finito per costituire il 73% delle cessazioni (il 69% in Italia), con una crescita rispetto al 2019 pari al 18% (12% in Italia). Un fenomeno che, secondo la ricercatrice Aur, “sottende altro come la ricerca di condizioni economiche più favorevoli, ed in Umbria uno dei motivi principali sembra questo vedendo anche il livello basso di retribuzioni del mercato del lavoro, di 10 punti al di sotto della media nazionale”. Continuano poi a calare in Umbria le persone in cerca di lavoro: si tratta di persone che hanno interrotto la ricerca attiva o momentaneamente impossibilitate a lavorare. Crescono tuttavia le difficoltà dei laureati: la percentuale di disoccupati con titolo di studio terziario nel 2021 ha superato il 21%, il dato più elevato tra tutte le regioni.

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