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Gualdo Tadino, che fine ha fatto il progetto di rilancio della fascia appenninica?

Cronaca e Attualità Alta Umbria

Gualdo Tadino, che fine ha fatto il progetto di rilancio della fascia appenninica?

Redazione
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Gualdo Tadino

GUALDO TADINO – Che fine ha fatto l’imprenditrice che doveva risollevare l’economia della fascia appenninica? Chi sa qualcosa dell’industria che avrebbe paralizzato la Flaminia con i camion carichi di merce che andavano e venivano dal deposito merci?

Questa è la storia di un top manager che tanto top non era. Di una manager che raccontava di entrare e uscire dal ministero dell’economia e dello sviluppo a giorni alterni, di avere rapporti commerciali con il Monte dei Paschi di Siena, con la Nardi, Ntulin, con la Faber e che, ad un certo punto, ha deciso di mettersi in proprio e di creare la DMO, un’azienda che avrebbe dovuto produrre elettrodomestici di fascia altissima da vendere addirittura negli Emirati Arabi Uniti con tanto di finiture d’oro. Un’azienda che avrebbe avuto a cuore il destino dei propri operai, anzi degli addetti, tutta gente che era rimasta fuori dal mercato del lavoro dopo la chiusura della “A. Merloni” e non era rientrata nei progetti della JP. Un’azienda che ha preso contatti con la Ristopro, con la Shock e con la Solfer per produrre forni, piani cottura, cappe aspiranti, ma che è finita nella zona industriale di Padule in un piccolo capannone per sartoria.

Un’azienda che ha preso cataloghi commerciali da internet, ha modificato un po’ le immagini, ha cambiato nome ai prodotti (utilizzando i nomi delle addette che avrebbe confezionato quel forno o quel piano cottura, un gesto di attenzione verso i propri operai), ha stampato i cataloghi con il proprio nome e ha mandato in giro un commerciale a tentare di vendere. Peccato che l’azienda che voleva agire sul mercato senza dimenticare l’etica e l’attenzione verso le maestranze, ha assunto oltre 30 persone a dicembre del 2016, ma non ha mai pagato gli stipendi (certo la produzione non è mai partita e se gli operai stanno fermi tre mesi mica li posso pagare) e ha inviato cedolini e CUD che non erano neanche registrati presso gli enti di tutela dei lavoratori.

Cifre Alcuni dipendenti hanno lavorato, si sono mossi con le proprie vetture, sono andati in giro a cercare clienti, oppure realizzando servizi giornalistici. Senza ricevere alcunché, in qualche caso cifre irrisorie a copertura delle spese. Un’azienda che aveva avuto a che fare con la gestione del riscaldamento di una casa per anziani di Gualdo Tadino, ma poi non si era fatto più nulla. Un’azienda che ha preso in affitto un capannone da un imprenditore locale, ha fatto dei lavori non ha pagato l’affitto adducendo inadempienze da parte del padrone del magazzino e iniziando una lite legale. Un’azienda che aveva preso in affitto degli uffici a Nocera Umbra, ma ha dovuto lasciati dopo neanche quattro mesi per morosità delle utenze di riscaldamento, di affitto e di acqua.

Collaborazioni E poi ci sono le tante collaborazioni con aziende importanti che sono state annunciate, ma poi sono sparite nel tempo. Senza dimenticare quel capitolo della ex Faber presa in affitto dalla Franke, liberata dei materiali ferrosi che hanno preso altre strade e poi all’improvviso tutto è saltato e tutti sono spariti. Un top manager che aveva promesso almeno 200 assunzioni poi alla fine ne ha fatte 30, di persone che hanno lavorato per tre o quattro mesi senza ricevere neanche un soldo di stipendio, ma solo continue promesse: «lavoriamo, iniziamo, adesso partiamo». Per ritrovarsi, tutti, intorno a maggio, dopo sei mesi, licenziati senza neanche saperlo bisognava. Alcuni l’hanno scoperto tramite un accesso alla propria posizione all’Inps.

Un’azienda che ha fatto lavorare persone sulle ali di un sogno: quello del lavoro, della realizzazione di sé, ma che poi si è rivelato un ennesimo e tragico fuoco fatuo. Peccato che in molti vi avevano creduto, anzi sperato, aggrappandosi con le unghie e con la disperazione di chi ha perso tutto e vuole continuare a credere che qualcosa possa cambiare. E, forse, questo, sono il peccato e l’ingiustizia maggiore che il top manager ha commesso.