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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Redazione
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PERUGIA – La toga sulle spalle, a discutere davanti ai giudici di Corte d’assise, e poi davanti ad una selva di microfoni e telecamere. Una scena che l’avvocato Valter Biscotti ha vissuto molto volte, sia come difensore dell’imputato sia come rappresentante legale della parte offesa.

Da studente universitario ad avvocato “mediatico”, come hai iniziato?

«Sono avvocato da 28 anni e mi sono diviso sempre tra diritto industriale, dai tempi dell’università, e penale. Ricordo che iniziai con un paio di processi con due maestri come Stelio Zaganelli e Fabio Dean. Poi arrivò l’occasione di partecipare al processo Pecorelli, con la difesa di Calò. Sono stati cinque anni molto intensi, una settimana al mese di udienza, una sorta di master universitario sul campo con professionisti del calibro di Coppi, Naso, Oliviero, Taormina e magistrati come Cardella, Cannevale e Orzella».

Nel tempo sono arrivati altri processi importanti.

«Ho iniziato ad occuparmi di casi di omicidio, come quello di un ragazzo che aveva ucciso la madre o di un anziano che aveva assassinato la moglie. Entrambi furono assolti per incapacità. Il grande salto nel mondo dei media è arrivato con la difesa di Rudy e il processo Mez. Anche se qualche anno prima avevo iniziato ad occuparmi del delitto del soprintendente Emanuele Petri da parte delle nuove Br e avevo partecipato anche al procedimento per l’omicidio di Massimo D’Antona. Si è trattato dei primi delitti delle Br dopo tanti anni durante i quali si riteneva di aver sgominato i terroristi. Assisto ancora oggi i familiari degli uomini della scorta di Aldo Moro, trucidati in via Fani. Sono stato anche difensore di parte civile per la strage di piazza della Loggia. Tutti casi impegnativi che hanno avuto grande risalto su giornali e televisioni. Il processo a Rudy guede, però, è stato un evento mondiale e molto impegnativo. Ricordo che in occasione dell’udienza del riesame avevano montato delle torri per poter trasmettere i servizi. I giornalisti che hanno seguito il caso penso che siano stati, almeno presenti una volta, oltre 200».

Quale rapporto tra giustizia e media, tra avvocati e giornalisti?

«Devi essere capace di trattare con la stampa, perché i media hanno una rilevanza enorme nel processo, soprattutto quando si tratta di un procedimenti indiziario. In certi casi la sovraesposizione mediatica del caso può danneggiare lo svolgimento del processo e le parti coinvolte. L’avvocato, quindi, visto che è chiamato in gioco, deve giocare, nel rispetto delle regole professionali, ma deve saper usare il circo mediatico anche per bilanciare i vari elementi dell’inchiesta giudiziaria. Il “no comment” davanti ai giornalisti è un danno per il cliente. L’avvocato deve saper reagire alle notizie che provengono dalla controparte del difensore dell’imputato. La disparità di potere è rilevante, quindi a volte, bisogna impressionare l’opinione pubblica. Purtroppo mi è capitato che un magistrato si sia lasciato impressionare e abbia avuto paura di prendere decisioni conformi alle risultanze processuali».

Verità processuale e verità dei fatti, le sentenze rispecchiano l’evento?

«No. Alcuni esempi? Il caso Parolisi. È ingiusto perché le risultanze processuali non rispecchiano il tenore delle sentenze. Il caso Rudy lascia ancora tanti dubbi e ombre su quanto sia avvenuto in via della Pergola. Il caso di Sarah Scazzi è stato molto importante e seguito, forse il più mediatico, con ogni canale e ogni trasmissione che ogni settimana dedicava uno spazio. Eppure di omicidi simili ce ne sono stati tanti e ce ne sono in Italia. Dalla sentenza sappiamo tante cose, ma non emerge la verità piena, come è avvenuto l’omicidio, la dinamica resta un mistero».

Troppa visibilità danneggia il lavoro dell’avvocato?

«In casi come quelli nominati occorrono nervi saldi e e una serie di collaboratori per tutti i fronti e per controllare ogni aspetto del procedimento. Bisogna scegliere i migliori consulenti. E bisogna saper rispondere a tutti. Qualche anno fa c’erano solo “Un giorno in pretura” e “Chi l’ha visto?”, adesso ci sono almeno cinque programmi nazionali e decine di siti che fanno cronaca nera. La visibilità porta anche ad essere fermato da estranei nei posti più impensati in giro per l’Italia, tipo in autogrill, e mi dicono: Salutami Parolisi, oppure dì a Concetta, la mamma di Sarah Scazzi, che le sono vicino».

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