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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Perugia Cronaca e Attualità

Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Redazione
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PERUGIA – Calciatore, poi avvocato con il pallino della tecnologia. Massimo Brazzi, toga perugina, spazia tra molteplici interessi, ma ha come faro professionale la giustizia e la tutela dell’assistito, senza compromessi e condizionamenti.

Perché e quando hai scelto di diventare avvocato?
«Quando ero piccolo sognavo di diventare un calciatore e fino all’età di diciassette anni ho giocato nelle giovanili di una squadra locale. Poi, dopo aver conseguito il diploma di maturità, il dubbio del percorso universitario da scegliere si è risolto in un lampo dopo aver visto il film “Codice d’onore” che narra la storia di un processo penale contro due marines statunitensi accusati di aver ucciso un commilitone. Un processo “scomodo” in cui risultano coinvolti i superiori gerarchici e la scelta di un giovane avvocato della marina americana di nome Kaffee – con la fama di “patteggiatore” – che viene comandato a comporre il collegio di difesa dei due marines innanzi alla corte marziale, pare finalizzata a chiudere in fretta un’indagine imbarazzante e ricca di implicazioni. Ma il giovane Kaffee (interpretato da Tom Cruise) rinuncia alla sua indole di “patteggiatore”, riuscendo a scagionare i due assistiti accusati ingiustamente. E’ proprio lo spirito combattivo del giovane avvocato del film che ha suscitato in me il desiderio di iscrivermi a giurisprudenza per diventare avvocato e difendere i diritti delle persone, senza compromessi e condizionamenti».
Gli inizi, com’è stato?
«All’inizio non è stato facile perché un giovane avvocato deve guadagnarsi, giorno per giorno, la fiducia dei suoi assistiti. Il mercato dei servizi legali è inflazionato di professionisti ed il valore aggiunto per acquisire o mantenere un cliente è la correttezza nel rapporto con l’assistito e la competenza nello svolgimento dell’incarico. Oggi non è più come una volta quando i codici rimanevano immutati per lustri e la giurisprudenza della cassazione era un solido formante interpretativo. Il terzo millennio è caratterizzato da un’ipertrofia normativa difficile da gestire e le soluzioni della cassazione non sono univoche. La differenza la fa l’avvocato preparato, curioso, che non smette di studiare, anche dopo anni di professione, perché non ci sono certezze».
I primi processi importanti
«Premetto che tutti i processi sono “importanti”: non solo quelli che fanno clamore, perché l’avvocato svolge un servizio costituzionalmente garantito di assistenza e tutela dei diritti delle persone. Posso citare i processi che all’inizio della professione mi hanno impegnato maggiormente perché ricchi di implicazioni umane. Ho quindi difeso: a) una giovanissima ragazza straniera senza lavoro, accusata di alterazione di stato civile, che, per disperazione, ha ceduto il neonato ad una coppia amicale – in cura al centro antisterilità di Perugia – per crescerlo ed accudirlo nel migliore dei modi, continuando però a rimanere in contatto con il bambino; b) i familiari di un operaio che ha perso la vita il primo giorno di lavoro in un cantiere edile; c) la madre di tre bambini che per una “vecchia” sentenza di condanna rischiava di essere espulsa dal territorio insieme ai figli minori, nati a Perugia ed inseriti in percorsi scolastici con profitto: in questo caso le sezioni unite della cassazione hanno privilegiato il superiore interesse dei minori».
Nel tempo ti sei specializzato in diritto penale e in particolare sui reati via web e le problematiche legate ad internet, a Perugia com’è la situazione?
«Ho avuto la fortuna di collaborare con la cattedra di informatica giuridica presso la Facoltà di Giurisprudenza di Perugia quando insegnava il compianto Prof. Renato Borruso, autentico pioniere della materia nel panorama nazionale. Oggi è molto frequente nelle aule di giustizia dibattere sul tema della “prova digitale”, che rileva non solo per accertare i cc.dd. “reati informatici”, ma anche i reati comuni. Faccio un esempio: a volte per acquisire la prova di un reato fiscale è necessario analizzare i documenti informatici contenuti nel computer dell’azienda. Oggi siamo tutti immersi nell’ambiente digitale, tutti noi possediamo uno smartphone connesso alla rete, un tablet, un computer, e quindi le occasioni di commettere reati informatici sono cresciute a livello esponenziale. Anche a Perugia, come nel resto del Paese, c’è stato un sensibile aumento delle condotte criminose nel web sempre molto insidiose e difficili da dimostrare».
In tale settore sei anche responsabile dell’Ordine e prima ancora della Camera penale, si è complicata la vita dell’avvocato con la telematica?
«Io ho sempre pensato che l’informatica sia servente rispetto all’attività professionale: è un mero strumento di lavoro e come tale deve agevolare gli adempimenti quotidiani dell’avvocato. Ogni rivoluzione culturale ha i suoi fans e i suoi detrattori, ma credo che ormai la strada sia tracciata e indietro non si torna. L’introduzione della telematica nel processo civile ha sicuramente agevolato il deposito degli atti perché l’avvocato non si reca più in cancelleria e non è più costretto a file interminabili; le notifiche a mezzo posta elettronica certificata hanno ridotto i costi degli adempimenti e gli accessi all’Ufficio Notifiche. Ovviamente non è tutto oro quello che luccica: le criticità del processo telematico ci sono e non poche, ma facendo un’analisi “costi/benefici” credo che la bilancia penda dalla parte dei benefici. Nel settore penale la telematica sta iniziando a decollare ora per le notifiche degli atti ai difensori delle parti ed a Perugia è stato siglato un accordo con il Tribunale per il deposito di alcuni atti tramite posta elettronica certificata».
Spesso ti sei trovato al centro di casi mediatici, qual è il rapporto tra giustizia e media?
«Personalmente sono convinto che i processi si debbano celebrare nelle aule del Tribunale. Non può essere sottaciuto però il ruolo “fisiologico” della stampa di informare i cittadini sui fatti di cronaca e di dare risalto a quei casi che, senza la ribalta mediatica, non avrebbero la giusta considerazione. Purtroppo si assiste, invece, ai fenomeni distorsivi dei talk show televisivi di cronaca nera, autentici reality, che diseducano l’opinione pubblica sul fatto oggetto di indagine e rischiano di incidere sull’esito del processo. Lo sa che ci sono dei corsi di formazione per avvocati per difendersi dai processi mediatici?».
Verità fattuale, verità giudiziaria e racconto giudiziario, tre modi di vedere lo stesso fatto?
«Mi sento di escludere che siano tre modi di vedere lo stesso fatto. La verità fattuale è per sua natura ontologica inconoscibile, trattandosi di un fatto già accaduto e come tale irripetibile; la verità giudiziaria o processuale è la ricostruzione a posteriori della verità fattuale attraverso le regole ben scandite dal codice di procedura penale e come tale è una verità approssimativa che “accarezza” la verità fattuale senza mai toccarla; il racconto giudiziario è la rappresentazione della formazione della verità nell’aula di giustizia che viene influenzata dalle radici del narratore (pessimista, scettico, comico, grottesco o tragico). Senza cadere nel pessimismo, dobbiamo accontentarci della verità giudiziaria».

 

Un paio di battute sul tuo libro sulla difesa nella fase precautelare?
«Cinque anni fa mi proposero di scrivere un testo sull’arresto in flagranza ed il fermo con la Casa Editrice Giuffrè dopo aver tenuto una lezione al corso per difensori d’ufficio. Quest’anno ho pubblicato la seconda edizione del volume che offre un inquadramento pratico delle misure precautelari, aggiornato alle ultimissime novità legislative e giurisprudenziali. Il volume è stato ideato come ausilio pratico per assistere, con sicurezza e senza patemi d’animo, un arrestato o un fermato nell’udienza di convalida della misura restrittiva della libertà personale».

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