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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Redazione
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Il sogno di indossare la toga e di diventare avvocato è nato da bambino. E non si è fermato davanti alle difficoltà di studiare lontano da casa e inserirsi in una ‘piazza’ difficile come quella di Perugia. L’avvocato Vincenzo Bochicchio, però, ce l’ha fatta, specializzandosi nella difesa degli stranieri alle prese con la legge italiana. E questo è il suo racconto.

Perché e quando hai scelto di diventare avvocato?

«Decisi che sarei diventato avvocato penalista da bambino. Ero totalmente affascinato, infatti, da un nostro lontano parente che era un avvocato penalista e sognavo di diventare come lui. Quel sogno ha illuminato il mio tragitto negli anni che seguirono».

Gli inizi, com’è stato?

«Credo che l’inizio della carriera da avvocato sia difficile per tutti, forse un po’ più difficoltoso per coloro che come me sono soli, perché fuori sede e senza il sostegno od il conforto della famiglia. Consiglio, tuttavia, ai colleghi più giovani di darsi un sogno e di trascorrere tutto il resto del tempo a crederci».

I primi processi importanti?

«I miei primi processi furono e rimarranno forse i più importanti della mia carriera per il carico emozionale con cui li ho vissuti. L’importanza di quelle vicende giudiziarie, infatti, era nell’intensità del mio impegno e nel tormento delle mie paure di non essere all’altezza del compito professionale che mi attendeva. Ricordo con dolcezza quelle emozioni e con simpatia anche quegli assistiti, colpevoli o innocenti che fossero».

Nel tempo ti sei specializzato sugli stranieri, a Perugia com’è la situazione?

«Mi specializzai sugli stranieri, perché la ritenevo un tipo di clientela ‘meritocratica’. Scherzi a parte, la situazione della città di Perugia nell’ultimo ventennio non credo sia cambiata molto: da studente universitario, infatti, abitai per un paio di anni nel palazzo del Mc Donald in via Mario Angeloni e ricordo che la piazza del Bacio di Fontivegge era già un luogo ove si spacciava droga alla luce del sole. Credo che nell’epoca in cui viviamo dovremo abituarci alla presenza di stranieri più o meno irregolari: ne arrivano circa 160mila all’anno e per un motivo o per l’altro la maggior parte di loro finiranno per rimanere in Italia. Ritengo, tuttavia, che limitarsi ad attribuire esclusivamente a loro la responsabilità del degrado e della diffusione delle sostanze stupefacenti e in città sia un atteggiamento ipocrita. Occorrerebbe puntare il faro su chi le acquista sostanze stupefacenti piuttosto che su chi le vende. L’uso esclusivamente personale di sostanze stupefacenti, infatti, non è reato, ma, a mio avviso, resta un’istigazione a commetterlo».

Tra i tanti procedimenti di cui ti sei occupato ce ne sono alcuni, tipo le varie Termopili, che hanno fatto scuola sia sul versante delle indagini sia in tribunale, che esperienza è stata?

«L’esperienza di quel tipo di procedimenti penali mi ha dato occasione di riscontrare la preparazione, il sacrificio e la abnegazione degli inquirenti. Le riforme legislative che si sono succedute nel tempo in materia di sostanze stupefacenti, infatti, avevano, a mio avviso, il fine di scongiurare il sovraffollamento carcerario ed hanno reso il cosiddetto ‘spaccio da strada’ meno grave di quello che era in precedenza. Gli inquirenti, quindi, per carcere anche di venire incontro al malcontento della cittadinanza di Perugia, si sono dovuti adeguare ed hanno dovuto sviluppare tecniche di indagine molto più complesse rendendo a noi avvocati più difficoltosa l’attività professionale nelle aule del Tribunale».

Spesso ti sei trovato al centro di casi mediatici, qual è il rapporto tra giustizia e media?

«Il rapporto tra giustizia e media lo sintetizzerei così: i giudici hanno l’obiettivo di rispettare la legge come interpretata negli anni dalla Corte di Cassazione, mentre i giornalisti hanno l’obiettivo di ricercare la notizia più interessante. Spesso il rispetto del dettato normativo da parte di un giudice diventa una notizia clamorosa. Il problema sorge quando l’opinione pubblica si limita a recepire la notizia senza approfondirne le ragioni».

Verità fattuale, verità giudiziaria e racconto giornalistico, tre modi di vedere lo stesso fatto?

«Ricordo sempre una frase che il giudice Paolo Borsellino pronunciò durante un incontro con gli studenti credo di una scuola media di Palermo: ‘Se un politico viene assolto dall’accusa di essere un mafioso, non significa che quel politico non sia mafioso, ma che noi non siamo stati sufficientemente bravi a dimostrarlo’. Questa la differenza tra verità storica e verità processuale. Il racconto giornalistico, a mio modesto avviso, aggiunge ad entrambe un po’ di fantasia».

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