CARICAMENTO

Scrivi per cercare

Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Perugia Cronaca e Attualità Extra

Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Redazione
Condividi

PERUGIA – Una vita in toga tra Perugia e gli States, frequentando prestigiose università del mondo anglosassone e sperimentando il diritto in varie forme. Fino alla scoperta della mediazione. Per la rubrica degli avvocati “Perry Mason” abbiamo intervistato Raffaella Maria Pileri, legale del foro di Perugia. Un avvocato “quasi per caso”, ma con grinta da vendere (come tutte le donne, d’altronde, costrette a correre sempre più degli uomini).
Perché e quando hai scelto di diventare avvocato?

«A dire la verità dopo la laurea il mio obiettivo non era esercitare la professione. Mi sono laureata con una tesi in Diritto Internazionale Pubblico sul Principio del non intervento negli affari interni degli Stati (tema anche oggi di grande attualità per i suoi collegamenti sul diritto all’autodeterminazione dei popoli e la tutela dei diritti dell’uomo). La mia aspirazione era la carriera diplomatica o lavorare in ambito internazionale. La passione per la professione è arrivata dopo, quando – contestualmente agli studi di preparazione ai concorsi – ho intrapreso la pratica forense, grazie al mio dominus (l’avvocato Fernando Mucci), che mi ha trasmesso il suo entusiasmo e i suoi preziosi insegnamenti».

Gli inizi, com’è stato?

«Entusiasmante sotto il profilo dei casi di cui mi sono occupata, in collaborazione con lo studio in cui lavoravo. Difficile perché in questa professione c’è sempre tanto da imparare e all’inizio tutti abbiamo sofferto della “sindrome da foglio bianco”. Ancor più difficile perché essere giovane avvocato donna era, ed è tuttora, “penalizzante” di fronte ai pregiudizi che ancora innegabilmente circondano una professione maschile, non solo per tradizione ma anche per l’impegno che comporta, come testimoniano tutte le statistiche sulla sperequazione reddituale tra uomini e donne avvocato in Italia, a parità di esperienza professionale. Per non parlare delle problematiche che insorgono dopo la maternità. È una professione che, ancora oggi, si concilia con gli impegni familiari a costo di grandi sacrifici, specie se si sceglie come nel mio caso di condurre studi e aggiornamento professionale all’estero, dove ho studiato Contrattualistica internazionale, negoziazione e mediazione presso prestigiose facoltà di legge dal King’s College di Londra sino alla famosa Università di Harvard».

I primi processi importanti?

«Il mio primo processo importante è quello che mi ha riportato verso quella che era la mia aspirazione internazionale. Ero diventata avvocato da poco più di due mesi e, anche grazie alla mia approfondita conoscenza dell’inglese, un giovane americano, figlio di un miliardario della California, mi ha nominato suo difensore di fiducia nel procedimento di estradizione internazionale in Italia di cui era oggetto. È stata una esperienza professionale ed umana indimenticabile. Un caso che coinvolgeva aspetti e principi di diritto penale e processuale internazionale, principi costituzionali che hanno richiesto un lunghissimo lavoro di comparazione delle legislazioni, italiana e straniera, applicabili. Conclusosi con una delle rare pronunce italiane di diniego della estradizione a fronte di richieste dell’autorità americane. Mi sono sentita come il giovane avvocato protagonista de “L’uomo della pioggia” di J. Grisham. E gli aneddoti da raccontare sono talmente tanti che ci si potrebbe scrivere un libro!. Uno degli aspetti più stimolanti – e che amo di più di questa professione (oltre al “sapore della vittoria” che poche professioni ti danno la possibilità di provare) – è che ti può dare la possibilità di conoscere l’animo umano attraverso le storie delle persone affatto particolari che incontri nel corso della tua esperienza professionale. Personalmente lavorando in ambito internazionale, soprattutto con inglesi ed americani, ho avuto la fortuna di conoscere artisti, intellettuali e scrittori (uno mi ha persino reso personaggio di un suo libro!), da tante parti del mondo, venendo a contatto con culture diverse che mi hanno arricchito sia a livello personale che professionale, portandomi ad approfondire la legislazione e la cultura giuridica soprattutto degli ordinamenti anglosassoni».

Nel tempo ti sei specializzata sulla mediazione con corsi anche all’estero, perché e come vedi la situazione in Italia?

«Durante un Corso di alta formazione per la negoziazione di contratti internazionali, presso la Hamline University School of Law, nel 2008, ho cominciato ad occuparmi di arbitrato e mediazione delle controversie internazionali. Dopo aver fatto uno stage presso uno dei Centri di Mediazione più importanti degli Stati Uniti (per intenderci quello che si è occupato delle mediazioni in materia di risarcimento danni a seguito del crollo delle Torri Gemelle) ho capito, per averlo visto con i miei occhi, le enormi potenzialità di una procedura alternativa al giudizio, quale è la mediazione, se condotta da un Mediatore di grandi capacità e professionalità. Al mio ritorno, nel 2010, conquistata da quella esperienza illuminante, insieme alla mia socia di sempre nel lavoro e nella vita (l’avvocato Ida Pileri) e ad altri colleghi, che condividono lo stesso entusiasmo e passione per la Mediazione, abbiamo fondato a Perugia InMediazione ADR per la risoluzione delle controversie civili e commerciali. All’inizio la resistenza e la diffidenza, specie degli operatori giuridici, verso questo strumento alternativo (al giudizio) di risoluzione delle controversie, è stata piu’ culturale e di mentalità che di valutazione critica dell’utilità della Mediazione, considerata superflua. Oggi la situazione è decisamente cambiata, non solo nei numeri, ma soprattutto nell’atteggiamento di avvocati, giudici e cittadini che mostrano sempre più un approccio collaborativo e di fiducia nei confronti della procedura e dei mediatori professionisti che la gestiscono».

A che punto siamo su questo fronte? Le leggi bastano o si preferisce andare in aula?

«Le leggi bastano e avanzano. La differenza sta nella corretta applicazione delle stesse e nella celere risposta di giustizia. Purtroppo oggi, a causa del patologico congestionamento delle aule di giustizia e della contrazione delle risorse, la risposta arriva, come è noto a tutti, troppo tardi per poter essere soddisfacente anche per chi ne esce vittorioso. La Mediazione ha anche lo scopo di far capire a chi si trova coinvolto in una controversia, se e quanto risponda ai propri interessi scegliere di andare in giudizio o se possa essere maggiormente soddisfacente per i propri bisogni una soluzione concordata in tempi brevi».

C’è bisogno di un cambiamento culturale in Italia su questo tema?

«Homo homini lupus. Per dirla con Hobbes, l’essere umano è per natura litigioso. Anche negli Stati Uniti ci sono voluti decine di anni perché si arrivasse alla piena accettazione degli strumenti ADR e della Mediazione. Il cambiamento è insito nel trascorrere del tempo. Gli strumenti di gestione dei conflitti devono adattarsi ai mutamenti della società abbandonando il concetto statalista della Giustizia e del ricorso al Giudice a tutti i costi».

Recentemente hai fatto un post su una testimonianza presso una corte Usa, ci puoi raccontare, pur nel rispetto della privacy, di cosa si trattava e com’è andata?

«Si trattava di un caso di sottrazione internazionale di minori, trattenuti negli Stati Uniti dalla madre contro la volontà del padre. I bambini hanno potuto riabbracciare il padre dopo due anni di battaglie giudiziarie in Italia e negli Stati Uniti grazie alla procedura internazionale prevista dalla Convenzione dell’Aja. È stata una bellissima esperienza che mi ha permesso ancora una volta di mettere a confronto la nostra esperienza giudiziaria con quella di un altro Stato. Anche in questo caso, sul fronte della celerità devo tristemente ammettere che l’Italia resta perdente».

Spesso ti sei trovata al centro di casi mediatici, qual è il rapporto tra giustizia e media?

«L’informazione è fondamentale, ma non amo il clamore che suscita e soprattutto la dannosa corsa di tutti al protagonismo mediatico che può provocare effetti collaterali disastrosi, sia sull’esito delle indagini e dei processi sia sul rischio di tragiche emulazioni».

Verità fattuale, verità giudiziaria e racconto giornalistico, tre modi di vedere lo stesso fatto?

«Verità fattuale e giudiziaria: l’esperienza professionale insegna che non sempre, anzi quasi mai, coincidono. Del resto le ricostruzioni storiche nei processi spesso vengono alterate da ricordi fallaci di testimoni sentiti a distanza di troppi anni. Più della cronaca giudiziaria ordinaria, i racconti giornalistici mi entusiasmano soprattutto quando approfondiscono ed esaminano i grandi casi giudiziari irrisolti della storia del nostro Paese».

Tags:

Ti Potrebbe anche Piacere