CARICAMENTO

Scrivi per cercare

Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Perugia Cronaca e Attualità

Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Redazione
Condividi

PERUGIA – La forza di una donna per difendere i diritti delle donne, ma a scanso di equivoci sessisti o di genere, la forza di una donna che sceglie di fare l’avvocatO (o avvocatA come preferisce) si sente nel difendere i propri clienti maschi o femmine che siano, colpevoli o innocenti. Antonietta Confalonieri è tutto questo, dalla Sardegna alle aule del tribunale di Perugia (o di altri tribunali italiani) fino alla corte di Strasburgo.
Perché e quando hai scelto di diventare avvocato?

«Da giovanissima ho avuto l’occasione di entrare in una c.d. “aula bunker” dove la Corte d’assise celebrava un “maxi processo” e dentro la gabbia degli imputati ho visto un ragazzo, un coetaneo, e ho pensato “magari è davvero innocente” e ci vuole un “tecnico” che lo “difenda”. Ho seguito il processo sino alla fine e ricordo la sentenza di assoluzione del giovane imputato e il lavoro del suo difensore. Dopo poco, nel 1990 a Parigi, mentre frequentavo l’Università La Sorbonne, ho appreso i contenuti della Convenzione Europea per la tutela dei diritti dell’Uomo e sono andata a vedere un’udienza avanti la Corte di Strasburgo. Lì ho deciso. Io “da grande” farò questo : sarò la voce ( e la mente) di chi vede violato il suo diritto (o i suoi diritti). Adesso sono “grande” e faccio questo : mi occupo di tutela dei diritti umani a tutto campo e preparo i ricorsi per la Corte di Strasburgo».

All’inizio com’è stato?

«L’inizio è stato “volli, fortissimamente volli”. Per fare l’avvocatO ho scelto di lasciare tutto e partire, per diventare una “donna in cOrriera”. Appena laureata ho vinto un dottorato di ricerca all’Università di Perugia e viaggiavo in continuazione (vento di maestrale permettendo, che se soffia l’aereo non parte). Ricordo perfettamente il momento in cui ho scelto di trasferirmi da Sassari a Perugia: una sera ho incontrato in aereo chi, informatosi della mia nascente carriera universitaria, mi ha invitato a interrompere la pratica legale. Ho preso il volo (solo andata) per inseguire la mia passione. Da allora ho svolto contemporaneamente la professione forense e l’attività di studio e di docenza a tutti i livelli; ritengo che la seconda sia complementare alla prima. L’insegnamento universitario e nelle Scuole Forensi mi ha consentito di contribuire alla crescita di tanti giovani, con l’obiettivo di evidenziare il lato etico e “seguir virtute e conoscenza”. Credo di aver sostenuto e alimentato la loro forza per realizzare loro sogni Oggi li vedo aggirarsi nel mondo del diritto, realizzati ed orgogliosi. Ormai, data l’ esperienza, sono convinta che “la consapevolezza della propria capacità consente di esprimere al meglio la propria conoscenza”. Dopo 25 anni preso il volo (di ritorno) a Sassari per amore perché non si vive di solo diritto. Ho scelto di fare l’avvocatO penalista, “un mestiere da uomo”; perciò ho celato alcuni aspetti femminili e ho privilegiato la conoscenza, studiando costantemente ed incessantemente. Solo adesso è arrivata la consapevolezza della forza della femminilità. Nei giorni scorsi nell’indicare come presentarmi nella locandina di un corso di specializzazione ho chiesto di scrivere ‘donna’ dopo il mio nome e poi i titoli professionali avvocato penalista, formatore professionista, dottore in scienze e tecniche psicologiche, counselor in comunicazione consapevole. In questo modo ho adottato quella soluzione che viene evidenziata da la presidente della Accademia della Crusca (aggiungere un sostantivo o articolo femminile piuttosto che declinare l’aggettivo), così la parola non è cacofonica (come ritiene chi mi dice che “avvocatA non si può sentire”) e l’attenzione viene attirata sul genere».

I primi processi importanti?

«Sono stata chiamata ad assumere la difesa di persone di ogni categoria (liberi professionisti, dipendenti statali o privati, artisti, colleghi, magistrati, medici, giovani e anziani) accusate di ogni tipo di reato, ma considero importante ogni processo in cui ho svolto la difesa perché per ogni accusato ed anche per ogni “vittima del reato” il processo è un peso, talvolta insostenibile. Ho seguito ogni vicenda processuale in tutti i gradi di giudizio però una volta finito, chiudo il fascicolo e archivio il ricordo. Val la pena di ricordare il primo processo perché ho dovuto scegliere : la data della discussione coincideva con la data del concorso per diventare funzionario della Commissione Europea . Ho scelto l’aula di giustizia …. e ho ascoltato ( a testa alta) la sentenza: assoluzione. Per un altro processo ho realizzato che era stato “importante” nel senso comune del termine quando ho riconosciuto il nome di uno degli imputati tra i protagonisti di uno dei libri di Saviano. Ho memorizzato due dettagli di questa vicenda processuale, ricostruita nell’aula di giustizia come la trama di un film dove ogni testimonianza raccontava e rappresentava scene incredibili: 1) in aula facevo il difensore, sono penalista, ma sono donna e questo “dettaglio” impediva inconsciamente all’imputato che rappresentavo di avere una totale fiducia: 2) nel giudizio di appello la sentenza è stata di assoluzione, perché , accolti i motivi di impugnazione, la prova è stata dichiarata inutilizzabile. Ecco, ho considerato la sentenza come un successo personale.
Nel tempo ti sei specializzata sui temi relativi alla violenza sulle donne, come sei arrivata a questo tema?
«La difesa della donna vittima credo sia insita nel mio DNA e il caso mi ha offerto l’opportunità di concretizzarla indossando la toga. Ricordo la prima volta in Corte d’Assise : rappresentavo la parte civile in un processo per riduzione in schiavitù di una giovane albanese, trafficata e venduta più volte, coartata e dominata con atti di violenza sessuale e raccolta sulla soglia del suicidio. L’imputato ha chiesto spiegazioni sul mio ruolo al suo difensore che ha sinteticamente risposto “lei chiede soldi”, “ah allora niente problema” è stato il commento del detenuto, successivamente condannato a 20 anni di reclusione e al risarcimento del danno anche a favore del Comune di Perugia. In realtà ho assunto nel processo un ruolo ben più importante. Ho imparato che la mia presenza consentiva alle donne, vittime di traffico di esseri umani e riduzione in schiavitù oltre che oggetto di efferate violenze, di sentirsi “difese” e di stare finalmente sullo stesso piano (così mi hanno spiegato) del loro aguzzino. D’altro canto, nel processo comparivano insieme alla città di Perugia, rappresentata dal sindaco. Erano donne accolte nel progetto di assistenza FreeWomen realizzato dal Comune di Perugia perciò avevo studiato e concretizzato anche l’azione civile per il risarcimento del danno materiale e all’immagine della città. Questo imputato, così come tutti gli altri, aveva la convinzione che la vittima non si sarebbe presentata a testimoniare contro di lui. Al contrario, l’assistenza legale (oltre che quella del progetto di accoglienza) è riuscita a garantire la presenza del teste d’accusa. Nei primi processi, grazie alla professionalità della magistratura, è stato possibile attuare direttamente le norme europee (come la decisione quadro 2001 per la tutela della vittima e la Convenzione europea dei diritti umani) per celebrare un “giusto processo” con la protezione del teste, che ad esempio raccontava la sua storia dietro un paravento. Queste soluzioni, che per Perugia erano best practies giudiziarie, oggi sono norme cristallizzate nelle leggi più recenti. Nella mia funzione di difensore ho scelto come bussola il panorama normativo europeo (questa era la mia specializzazione universitaria) così che ho seguito e riportato nelle aule i vari passi compiuti a livello internazionale sino ad arrivare alla Convenzione di Instanbul per fermare la violenza di genere, ratificata dallo Stato italiano nel 2013. Ritengo che sul fronte della violenza di genere ho – in un certo qual senso – giocato in anticipo In questa prospettiva ho completato le mie conoscenze con nozioni di counseling e psicologia per metterle in pratica nella mia attività. Quando mi sono sentita dire “prima di lei, nessuno mi ha ascoltato così, grazie avvocato” ho realizzato che non avevo solo appagato la “mia sete di conoscenza”. Avere l’esperienza e il titolo di counselor insieme alla laurea in Scienze e tecniche psicologiche mi supportano nel valutare le situazioni e le vicende processuali in modo completo».
A che punto siamo su questo fronte? Le leggi bastano?
«Il sistema normativo è “ottimo e abbondante” dato che le norme interne vengono integrate e coordinate con quelle europee. E’ necessario, invece, puntare sulla prevenzione e sostenere la crescita personale e la preparazione professionale di tutti noi che viviamo in una società dove “portare rispetto” verso l’altro è ormai un atteggiamento raro. Il rispetto non sta scritto nei codici, ma di certo nei cromosomi del nostro dna. Il rispetto è quell’atteggiamento che nasce dalla consapevolezza del valore di qualcosa o di qualcuno, rectius dell’essere umano. Respectus è quel “respicere”, quel “guardare indietro” mentre si procede , mentre l’attenzione è tutta diretta in avanti; è quel momento di dubbio, di ricerca, di riflessione che porta a fermarsi un attimo. Ecco, quella spontanea volontà di voltarsi interiormente e di fermarsi davanti alla sacralità dell’essere umano».
La cronaca riporta sempre più spesso fatti di violenza, i reati sono in aumento o è solo più alta l’attenzione?
«Leggo la cronaca giornalistica e vivo la cronaca giudiziaria perciò esprimo una opinione personale frutto della esperienza, a prescindere dai dati delle statistiche. Ritengo che esista una maggiore attenzione insieme ad una nuova consapevolezza. La volontà del legislatore è diretta alla previsione di una punizione per condotte definite illecite ex novo in questo senso i reati sono in aumento e di conseguenza aumenta anche il numero dei processi celebrati. Ho la percezione che sia diventato più agevole riconoscere le forme di violenza psicologica e dunque contenerle, tuttavia gli atti di violenza fisica e quella sessuale sono nettamente accresciuti. In particolare, adesso mi colpisce la efferatezza dei recenti casi di uccisione di donne da parte del loro (ex)compagno di vita dove oltre che provocare la morte della donne si infierisce sul corpo con il fuoco. L’uso del fuoco è simbolico e la storia ne è testimone. Ho l’impressione che sia necessaria una opera di prevenzione più incisiva, una sorta di “educazione” a modificare i comportamenti. La cronaca giornalistica, narra utilizzando essa stessa forme e termini violenti, i fatti che accadono nella società in cui viviamo, che è una società di conflitti dove la violenza è presente in molti gesti della quotidianità, dove vige la legge del più forte che si afferma con atti di prevaricazione e sopraffazione. Ho visto pero che può accadere che l’alto livello di attenzione provochi effetti negativi».
C’è bisogno di un cambiamento culturale in Italia su questo tema?

«Ho imparato che “non c’è niente di costante, tranne il cambiamento”. Ritengo che il cambiamento culturale sia in corso, probabilmente è necessario sostenerlo ed indirizzarlo verso una evoluzione impedendo invece una involuzione. Probabilmente uno degli aspetti importanti sui quali intervenire con azioni preventive è quello della gestione della frustrazione e della rabbia che alimenta forme di violenza inaudite. La rabbia è una emozione naturale, esiste in tutti gli esseri umani sin dalla nascita. E’ importante elaborarla attraverso le tecniche di consapevolezza adeguate piuttosto che soffocarla. Già Freud ci ha dimostrato quali siano gli effetti negativi della repressione delle emozioni e ha evidenziato l’importanza della catarsi».
Spesso ti sei trovata al centro di casi mediatici, qual è il rapporto tra giustizia e media?

«Accade che i giornalisti si trovino esposti alle lusinghe del mercato che a volte prevalgono sui valore costituzionale del diritto di cronaca. Mi viene in mente la battuta di Al Pacino nel film “L’avvocato del diavolo”, quando il diavolo – dopo essersi trasformato in giornalista – convince l’avvocato a rilasciare l’intervista in televisione e poi sarcasticamente commenta “la vanità è il mio peccato preferito”. La vanità appartiene all’essere umano, in ogni sua estrazione sociale. Quando l’indice di ascolto, e di gradimento, che adesso si ricava anche dalle c.d. visualizzazioni e like vari sui social network incontra la vanità si crea una miscela esplosiva i cui effetti sono palesi ai nostri occhi».
Verità fattuale, verità giudiziaria e racconto giornalistico, tre modi di vedere lo steso fatto?

«Sono tre prospettive diverse, è come indossare 3 occhiali differenti pur guardando lo stesso punto. Il racconto giornalistico tende a privilegiare gli aspetti che “fanno notizia” perciò il fatto viene posto sotto riflettori che ne illuminano alcuni aspetti lasciandone in ombra altri. Il giudizio si svolge nel rispetto di regole processuali fissate per dare attuazione ai principi costituzionali perciò la ricostruzione del fatto avviene secondo binari ben fissati. Il fatto della realtà, infine, è percepito in modo soggettivo, ogni persona elabora la realtà a partire dalla propria percezione, quindi dalle informazioni che i suoi sensi sono in grado di fornirgli. Come riconosce la programmazione neurolinguistica, ciò che vive nella nostra testa, il contenuto delle nostre descrizioni (mappe) non è la realtà (il territorio)., così che si dice che la “mappa non è il territorio”. La verità, dunque, mi appare come una sorta di caleidoscopio attraverso il quale il mosaico che si guarda cambia forma e colore.
Da avvocato e psicologa hai insegnato agli avvocati, o aspiranti, come gestire lo stress, di cosa si tratta?

«Ho integrato l’esperienza nel mondo del diritto con la conoscenza di elementi di psicologia. Ho creato un training dedicato ai giovani denominato “esame d’avvocato : che stress”. Gli “aspiranti avvocato” condividono la convinzione che l’ ”esame da avvocato” sia solo una questione di C ….. alludendo alla cornucopia. Al contrario, dopo decenni di esperienza, sono convinta che per l’esame siano essenziali altre C: Conoscenza – Capacità – Consapevolezza. Il training è diretto all’apprendimento di strategie e tecniche per la redazione dei compiti scritti della prova d’esame e di tecniche per l’aumento dell’attenzione e della concentrazione e della riduzione dello stress provocato dalla esigenza di superare la prova. Le prime le ho elaborate nel corso di anni di docenza nelle Scuole professionali, le seconde le ho apprese nello studio della psicologia clinica (oggetto della tesi di laurea) e nel progetto Gaia (www.progettogaia.eu) riconosciuto dall’Unesco e dal MURST che contiene un protocollo di tecniche di Mindfulness psicosomatica. Dato che il feedback dei partecipanti è stato positivo sono pronta a riproporre il training».
Da Perugia sei tornata in Sardegna, com’è cambiata la tua vita?

«Sono ritornata in Sardegna per vivere nella mia cultura. Ho necessariamente ridimensionato il mio essere “donna in cOrriera” rinunciando a spostamenti di lungo raggio. Qui ho una “autonomia” massima di circa 250 km, limite oltre il quale finisco in mare. Ho difficoltà con le strade, non le riconosco e non so dove si trovano i luoghi. Quando si sento disorientata ricordo a me stessa che se non mi sono persa vivendo in giro per il mondo non mi perderò neanche nel mio habitat naturale. Non appena rientrata ho avuto modo di andare in Tribunale a Nuoro e da lì dovevo raggiungere il carcere. Non conoscendo la strada ho impostato il navigatore del telefono che ha scelto di darmi le istruzioni in inglese. Durante la strada guidavo e ridevo, trovando assurdo muovermi per Nuoro con una voce metallica che mi ha portato sino a Badu e Carrus (una carcere di massima sicurezza che fa parte della storia giudiziaria italiana) e davanti al portone ha concluso “this is your finaly destination”. La Sardegna è un’isola di origini antiche, è la terra dei giganti ritrovati a Mont’e Prama, una civiltà antecedente a quella dei nuraghi, tanto è vero che studi antropologici dimostrano che i “i sardi sono diversi” per la loro discendenza da nord piuttosto che dall’Africa; è la terra di Eleonora d’Arborea, la “giudichessa” che ha ordinato la prima importante opera di codificazione. Sassari è la città di giuristi, di politici, di ministri e di Presidenti della Repubblica; è la città della “Brigata Sassari” che quando sfila alla parata militare del 2 giugno riceve il reverente saluto di tutto il parterre all’inno di “Ajo, Dimonios, avanti forza paris. Andiamo, Diavoli, avanti forza insieme”. Ajo, è ora di un nuovo inizio».

Tags:

Ti Potrebbe anche Piacere

Prossimo