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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Perugia Cronaca e Attualità

Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Redazione
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PERUGIA – Avvocato per passione e missione. La tv e i grandi palcoscenici sono venuti dopo, quando ha messo la sua professionalità al servizio della ‘famiglia’ e dei bisogni dei bambini. Simone Pillon, avvocato bresciano, trapiantato in Umbria per amore, racconta la sua esperienza con i media.

Come e perché hai scelto di fare l’avvocato?

«Quando ero all’università volevo fare il magistrato requirente, sull’onda delle gesta eroiche di Falcone e Borsellino. Poi, durante il servizio militare negli Alpini, ho potuto conoscere l’inesorabile macchina della burocrazia dello Stato, e ho deciso che non avrei fatto parte di quel meccanismo. Mi sono perciò appassionato alla vita di Giuseppe Tovini, avvocato, politico, e nonostante questo dichiarato beato dalla Chiesa. Ho, pertanto, deciso di imitarne il profilo, e ho sentito la chiamata a fare l’avvocato con lo stesso spirito dei cavalieri medievali, per proteggere il piccolo contro il grande, il debole contro il forte. Ecco perché la mia attività si svolge essenzialmente nelle materie del diritto penale e del diritto di famiglia. In entrambe le materie si trovano situazioni di grande fragilità e delicatezza, che necessitano di grande preparazione e nel contempo di grande sensibilità per poter essere gestite al meglio, nell’interesse non solo delle parti ma anche dei minori».

Come sei arrivato a Perugia?

«Dopo il matrimonio mia moglie – che è di Perugia – si è trasferita con me a Brescia, dove avevo il mio studio legale. Dopo un anno e mezzo dal trasferimento però ha cominciato a soffrire molto per la mancanza della sua Umbria. Il clima e la gente a Brescia sono tosti,e chi non c’è nato fa fatica ad abituarsi. “Gens rudis sed avida conoscientiae” diceva san Gaudenzio dei Bresciani. Così abbiamo deciso di pregare e chiedere una illuminazione sulle decisioni da prendere. Non era facile perché a Perugia io non conoscevo nessuno,e chiudere uno studio ben avviato a Brescia per trasferirsi in una provincia con il doppio degli avvocati e un quarto della popolazione era una sfida davvero grande. La parola è stata “esci dalla tua terra e va dove ti mostrerò”. Ho capito che Qualcuno mi chiedeva di sacrificare le mie sicurezze per accettare una sfida più grande. E così è stato. Oggi, dopo 12 anni, devo dire che quella scelta è stata benedetta. Qui a Perugia ho trovato il centuplo in amici, parenti, e la pienezza anche professionale. Non certo per merito mio. Io cerco solo di fare le cose al meglio che posso, ma non è sempre detto che ciò corrisponda al meglio in assoluto».

Ti sei occupato di tanti casi che sono finiti sotto l’occhio dei giornalisti, quale rapporto hai con i media in qualità di avvocato?

«Credo che i media abbiano oggi una grande responsabilità specialmente quando si occupano di questioni penali. È facilissimo distruggere la credibilità e la reputazione di una persona con un articolo che parli di capi di indagine, ed è poi molto difficile ricostruirla dopo l’assoluzione. Sarebbe bello che fosse sempre dato spazio – nelle notizie che si occupano di indagini – al principio della presunzione di innocenza. Quel che a volte accade – e che non condivido – è la celebrazione di processi penali in edicola o nei programmi televisivi di varietà. Il processo penale ha una sua dignità, una sua forma, un suo grandissimo simbolismo. È la massima espressione della giustizia umana, in cui un nostro simile è giudicato da altri simili. La stampa dovrebbe accostarsi a questo rito con grande rispetto. Il mio personale rapporto con i giornalisti di cronaca giudiziaria è molto buono, ho sempre condiviso le informazioni che ero autorizzato a divulgare e devo dire che nel circondario perugino ho trovato una buona professionalità».

Diritto alla difesa e diritto all’informazione, sono diritti concorrenti?

«Contemperare e bilanciare questi due diritti costituzionalmente garantiti è un difficile lavoro di cui devono essere guida le norme deontologiche. Sia i giornalisti sia gli avvocati rispondono a precise norme di correttezza professionale e credo che solo attenendosi scrupolosamente ai rispettivi codici e al buon senso. Se prevalesse il diritto all’informazione sarebbero schiacciati i diritti delle parti, ma se prevalesse il diritto alla difesa si troverebbero compromessi i diritti dell’opinione pubblica. Troppe volte abbiamo visto atti pubblicati dai giornali prima ancora che i difensori ne venissero a conoscenza, e questo è intollerabile. Credo che davanti al sacrosanto diritto di difesa di ciascuno di noi, il diritto all’informazione debba accettare una compressione, almeno fino alla sentenza definitiva».

Tu stesso sei diventato protagonista sui media con la vicenda degli opuscoli gender o sulla sessualità ed omosessualità nelle scuole, cosa ne pensi?

«C’è un procedimento penale in corso e in quella sede, in pubblica udienza, farò valere le mie credo ottime ragioni. Sarò lietissimo se la stampa e i media vorranno seguire da vicino il dibattimento».

Il tuo rapporto con i media è cambiato da quando ti occupi di famiglia, di figli, di gender, omessualità, ci puoi raccontare questa esperienza?

«Sono persuaso che i media abbiano la funzione di raccontare la realtà. Da troppo tempo, invece, sembra che i padroni dei media abbiano deciso di condizionare la realtà stessa, plasmandola a loro piacimento. È lecito a tutti esprimere le proprie opinioni, ma voler forzare i fatti o peggio tacere alcuni fatti e costruirne o amplificarne artatamente altri per giovare a una ideologia è a mio avviso gravemente scorretto. Il caso della ‘Brexit’, ovvero le elezioni americane oppure più semplicemente la costante distorsione delle parole del Santo Padre operata dai media sono esempi plastici di quello che sto affermando. Il prezzo che i media stanno già pagando per questo “tradimento della realtà” è una perdita catastrofica di attendibilità e – conseguentemente – di vendite. I tg, la carta stampata e le trasmissioni radiofoniche ufficiali sono, ormai, considerati inattendibili da molti di noi, e le informazioni vengono ormai ricavate da altri canali peer to peer. Il vecchio “passaparola” sta tornando in auge. Da anni giro l’Italia per mettere in guardia le famiglie dal tentativo ideologico di destrutturazione della comunità familiare, ordito e finanziato da immense lobbies che in Italia hanno trovato la loro succursale nel precedente e nell’attuale governo. Quello che ho scoperto è che le persone ormai si informano direttamente, e che ritengono molto più attendibile ciò che vien detto loro di persona rispetto a ciò che i potenti strombazzano dai loro tg e dintorni. Prova provata di questo trend è la cocente sconfitta di Renzi al referendum di dicembre, nonostante tutti, e dico tutti, i media fossero ai suoi piedi. Mi piacerebbe molto che i media tornassero a raccontare la bellezza della famiglia, e non ne parlassero solo per definirla luogo di violenza. Mi rendo conto che una donna che uccide i figli, o un compagno che uccide la ex compagna siano notizie importanti, ma credo sarebbe altrettanto importante raccontare che a fronte di un caso come questo, ci sono milioni di famiglie che ogni giorno si prendono cura dei loro bambini, dei loro anziani; ci sono milioni di mariti che amano le loro mogli. Ci sono milioni di figli, anche disabili che vengono accolti e sostenuti dalla loro mamma e dal loro papà».

La teoria gender esiste o no? Sui media c’è molta confusione in questo caso.

«La confusione è voluta. Gli epigoni della teoria gender sono anche gli stessi che si danno molto da fare per nasconderla sotto il tappeto. Il gender è la semplice parola dietro cui si nasconde la più gigantesca operazione di decostruzione dell’identità umana e sociale. Togliere ai bambini la loro stessa identità convincendoli che non esistano né maschio né femmina è condannarli a diventare eterni infelici, privi di certezze, privi di autostima e incapaci di relazione donativa. Vedete amici, l’universo stesso si regge sulla capacità di dare la vita per l’altro. La nuvola si scioglie per dare la pioggia. Il sole brucia per scaldare la terra. Il seme muore per dare la spiga. Solo avendo piena contezza della propria identità e della propria natura è possibile giungere al punto di donare sé stessi all’altro. Ma per fare questo è necessario avere assunto in sé la piena e naturale uni-dualità dell’essere umano, maschile e femminile. I nostri corpi con le loro caratteristiche sessuate ci parlano di capacità di donarsi all’altro. Ogni sposo e ogni sposa sa perfettamente quanto questo sia difficile, ma nel contempo meraviglioso. Ogni genitore sa perfettamente che la missione di essere mamma o papà comporta il sacrificio della propria vita per i figli. Amare è dare la vita, non pretenderla. Il gender propone, invece, una sostanziale inversione di questa prospettiva. Amare diventa prendere l’altro, indipendentemente dal suo corpo, prendere il proprio stesso corpo e adattarlo alle proprie mutevoli sensazioni psichiche. Divorziare dalla realtà per entrare in un mondo di fantasie tanto egoistiche quanto ossessive. Dobbiamo e possiamo fermare tutto questo insieme, ma per farlo sono indispensabili le nostre famiglie. Famiglie in cui – con tutti i limiti e gli errori – i papà e le mamme crescono i loro figli. Famiglie in cui gli anziani vengono riaccolti dai loro familiari. Famiglie in cui – certo – si insegna il rispetto per tutti, ma in primo luogo in cui si insegna il rispetto per la verità. Con carità».

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