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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Cronaca e Attualità

Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Redazione
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PERUGIA – L’avvocato non si occupa solo di reati penali e di beghe civili o amministrative. Spesso la toga è un ‘passaporto’ per aiutare gli ultimi, gli indifesi, gli utenti deboli. Nel mondo sempre più globalizzato coloro che scappano dal proprio Paese per migliorare la propria condizione economica, per fuggire dalla guerra e dalla violenza, sono ai margini della società e hanno bisogno di aiuto. Francesco Di Pietro è un avvocato che ha dedicato la sua professionalità a queste persone (è anche antropologo, filosofo, oratore).

Quando e perché hai deciso che volevi fare l’avvocato?

«Credo sia stato in occasione della pratica forense. Subito dopo la laurea non avevo ancora deciso il mio futuro professionale. Durante il periodo di praticantato, vedendo l’applicazione concreta di quanto in precedenza studiato sui libri all’Università, ho appreso la vera funzione del diritto. E cioè l’essere uno strumento creato dall’uomo a favore dell’uomo. Il diritto, se finalizzato alla giustizia, può migliorare la vita dei singoli individui e della collettività. Durante la pratica ho, inoltre, conosciuto delle splendide persone che fanno parte del nostro Foro. Ulteriore motivo per diventare avvocato».

Perché ti dedichi agli stranieri e alle problematiche che riguardano la richiesta d’asilo o di protezione?

«Ho iniziato ad interessarmi a tale settore, il diritto degli stranieri, a causa della tesi di laurea sui reati previsti dal testo unico immigrazione. Ho poi continuato con lo studiare gli aspetti giuslavoristici ed amministrativi riguardanti l’ingresso ed il soggiorno degli stranieri. La tutela dei migranti comporta la conoscenza di ogni ramo del diritto. Per esempio, circa alcune problematiche di assistenza e previdenza sociale, la soluzione del singolo caso richiede l’applicazione congiunta di norme e categorie giuridiche del diritto amministrativo, del diritto previdenziale e del diritto internazionale comunitario. E tale interazione tra diversi campi è un’ottima “palestra mentale”. Il diritto d’asilo, poi, si presta al “dialogo” tra diverse branche dello scibile. E, si badi, parlo di attività che avviene a fini pratici di difesa e non come mero esercizio intellettuale. Discipline come l’antropologia (o alcune di più recente creazione quale l’etnopsichiatria), sempre confinate negli ambiti accademici, oggi fanno ingresso nei tribunali. Mi spiego meglio con un esempio. Abbiamo di recente seguito alcuni casi di richiedenti asilo nigeriane (in accoglienza presso la onlus “Cidis” di Perugia) vittime di mutilazioni genitali femminili. Motivo quindi di status di rifugiato (persecuzione per motivi di genere). Dopo un percorso di mediazione culturale, sono state redatte dettagliate relazioni dalle antropologhe della “Fondazione Celli di antropologia medica” di Perugia; relazioni poi prodotte in giudizio. L’antropologia fa, quindi, ingresso nelle aule di giustizia. La tutela dei richiedenti asilo richiede una sinergia tra l’avvocato ed altre professionalità, volta ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato. Tali “esperienze umbre” di agire congiunto in tema di persecuzione per motivi di genere, sono state di recente da noi riportate nel convegno europeo del network “End Fgm” sulle mutilazioni genitali femminili, svoltosi a Bruxelles giorno 8 novembre, e sono state molto apprezzate dai partecipanti. Quindi, in tema di asilo, il diritto si apre al dialogo con altre discipline, prima da esso distanti: l’antropologia, l’etnopsichiatria, la geopolitica. Su un piano tecnico giuridico, tutto ciò è motivo di stimolo intellettuale. Si stanno costruendo esperienze sino ad ora sconosciute. I primi avvocati ad occuparsi di diritto dell’immigrazione in Italia mi raccontavano che si sentivano come dei pionieri davanti ad una prateria. Senza contare che quanto appreso sul campo è fonte privilegiata per elaborare proposte di modifica normativa o per invitare un determinato ufficio amministrativo verso una determinata prassi (cd. “moral suasion”). Per esempio, di recente siamo intervenuti per il rifiuto di alcuni comuni umbri a procedere con l’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo. Di questi giorni è, invece, un intervento contro la pretesa di alcuni uffici amministrativi di non accettare foto tessera ritraenti donne con il hijab (il velo islamico)».

Alcuni casi di cui ti sei occupato e le relative sentenze o provvedimenti sono diventati dei casi di scuola e stanno orientando altre decisioni, mi puoi raccontare qualcosa?

«Da più di 25 anni è presente in Italia l’Associazione Studi Giuridici Immigrazione, che riunisce avvocati, docenti, operatori, tutti accomunati dal comune interesse per il diritto degli stranieri. Le attività di “moral suasion” di cui dicevo sono state svolte proprio dall’ASGI. Tra colleghi appartenenti all’ASGI c’è un continuo e costante scambio di informazioni e di opinioni. Anche di precedenti giurisprudenziali. Quindi la decisione favorevole del Tribunale di Perugia potrà essere di ausilio per corroborare un ricorso presentato presso altro Tribunale e viceversa. Ultimamente ho avuto modo di apprezzare alcune locali pronunce in merito alla protezione umanitaria dei richiedenti asilo. Andando al passato, sono state pubblicate nelle riviste giuridiche alcune decisioni del nostro Tribunale in tema di discriminazione nell’accesso al pubblico impiego ed alle prestazioni di previdenza sociale; in tema di ricongiungimento familiare; in tema di carta di soggiorno».

La Carta di Roma indica anche la corretta terminologia da usare in base ai casi, ma il giornalista sa solo a posteriori se lo straniero giunto in Italia è un migrante economico, un profugo, un richiedente asilo. Come ci si dovrebbe regolare per stare alla norma?

«Il 3 febbraio 2016 è entrato in vigore il Testo Unico dei doveri del giornalista, e la “Carta di Roma” è confluita nello stesso. L’articolo 7 del Testo Unico impone al giornalista di utilizzare nei confronti delle persone straniere termini giuridicamente appropriati, anche seguendo il glossario allegato. Chi fa ingresso in Italia per motivi di protezione internazionale (ad esempio, sui barconi che vediamo nei Tg) ha lo status giuridico di richiedente asilo. Ed il giornalista deve prendere atto di ciò. Il giudizio circa il riconoscimento o meno dell’asilo spetterà dopo alla commissione territoriale (ed eventualmente al giudice). Non può certo essere dato a priori dal giornalista che scrive un servizio sugli sbarchi. Come fa a dire che si è in presenza di un migrante economico e non di un rifugiato? Oltretutto, la distinzione è molto sottile. Come qualifichiamo, per esempio, i cd. “climate refugees”, cioè coloro che fuggono da disastri ambientali, quali inquinamento, siccità, inondazioni? Oppure pensiamo ad un migrante che, sulle prime, racconta un mero problema di debiti e di povertà nel suo Paese; ma, ad una analisi più approfondita, emerge che ciò è dovuto alla sua appartenenza ad un determinato gruppo sociale. Questi è un rifugiato e non un migrante economico. Senza contare le molteplici situazioni di vulnerabilità che sono presupposto di protezione umanitaria (forma di protezione supplementare rispetto all’asilo). In sintesi, vi sono variegate situazioni ed ognuna ha una sua precisa qualificazione giuridica (richiedente asilo, rifugiato, minore non accompagnato, vittima di tratta, ecc.). Il giornalista deve usare il termine giuridico appropriato. Come ASGI, collaboriamo con i giornalisti dell’associazione “Carta di Roma” per i corsi di formazione deontologica. Abbiamo anche supervisionato il glossario. Il tema della scelta delle parole appropriate nella narrazione giornalistica del fenomeno migratorio e’ molto importante. Già la Cassazione con la famosa “sentenza decalogo” (n. 5259 del 1984) aveva chiarito il concetto di “forma civile” della notizia. Nello specifico del tema immigrazione, la cura delle parole serve per evitare quello che Gustavo Zagrebelsky chiama il passaggio da un campo all’altro. Usare la parola “clandestino” anziché “rifugiato” comporta una trasformazione in termini negativi di un concetto. Il tutto modificando un unico termine».

Semplifico estremizzando: Non tutti gli stranieri sono criminali, ma molti arrestati per reati predatori o contro il patrimonio sono stranieri. Hai dei dati che confutano o confermano un’ipotesi così estrema?

«Partendo, appunto, dai dati sulla delittuosità della popolazione immigrata, è pacifico che gli stranieri non delinquono più degli italiani. I dati più recenti sono contenuti nel dossier immigrazione 2016 del Centro studi e ricerche “Idos”. Guardiamo le denunce per delitti con autore noto (sono appena un quinto del totale, ma sono ovviamente quelle per cui è possibile sapere se il reo sia italiano o straniero). Tra il 2004 ed il 2014 sono aumentate del 40,1% quelle contro rei italiani (nonostante la popolazione italiana sia diminuita da 56.060.218 a 55.781.175). Sono aumentate, invece, in misura più contenuta (34,3%) le denunce contro rei stranieri (e si badi che in tale lasso di tempo la popolazione straniera è raddoppiata: da 2.402.157 a 5.014.437). Nel 2014, sul totale delle denunce con autore noto, gli stranieri erano il 31,4%. Per quanto riguarda i reati contro il patrimonio, di cui parli, ed esattamente le denunce per furto, esse costituiscono la maggior parte delle denunce contro italiani (9,3%) e contro stranieri (20,1%). Parlando di furto, le denunce contro stranieri sono il doppio rispetto a quelle contro italiani. Se invece guardiamo ad altri reati come le rapine, l’incidenza è quasi identica: 2% per gli italiani; 2,9% per gli stranieri. Nelle denunce per truffe e frodi informatiche sono prevalenti gli italiani (8,7%). Il contrario avviene per le denunce per ricettazione (5,8% per gli stranieri contro il 2,7% per gli italiani). Ripeto: si tratta di dati riguardanti le denunce contro autori noti, che sono appena un quinto del totale delle denunce. Come osserva Valeria Ferraris (docente di sociologia della devianza), si è di fronte a dati lontani dal rappresentare la realtà oggettiva e l’universo della delittuosità, e su cui non si può sviluppare riflessioni, né tanto meno giungere a conclusioni. La parzialità dei dati sugli autori noti impone di evitare col procedere a letture che inevitabilmente saranno altrettanto parziali e fuorvianti. E che rischiano di essere asservite ad una stigmatizzazione criminale degli immigrati. Tanto ci sarebbe anche da dire sull’effetto criminogenetico dell’attuale normativa sull’Immigrazione, che favorisce la perdita del permesso di soggiorno e la caduta nell’irregolarità. Ma non mi spingo oltre in un campo che appartiene alla sociologia più che al diritto. Rinvio agli scritti di Marzio Barbagli e, principalmente, al saggio “Immigrazione e criminalità” di Valeria Ferraris».

In un periodo di crisi come quello che sta vivendo la società italiana, quando si grida alla discriminazione degli stranieri o al “prima gli italiani”, non ti sembra di assistere ad una guerra tra poveri, dove la ragione sta un po’ da tutte le parti, ma lo Stato non riesce a mettere ordine?

«È una domanda interessante la cui risposta è complessa. Provo ad articolarla su tre livelli Un primo livello di natura giuridica. Il testo unico immigrazione stabilisce per lo straniero comunque presente in Italia (anche irregolare) il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona umana. Lo straniero regolarmente soggiornante in Italia gode degli stessi diritti civili attribuiti al cittadino italiano. Ogni forma di esclusione o restrizione costituirà una vietata discriminazione. Pensiamo, per esempio, all’accesso a misure di sicurezza sociale: esiste parità di posizione tra italiani e stranieri. In termini di diritto positivo e di giustizia sostanziale, stranieri e italiani hanno parità di diritti. E lo Stato deve garantire tale parità. Immanuel Kant, in “Per la pace perpetua”, scrive: “Fiat justitia, pereat mundus” (sia fatta giustizia, dovesse anche perire il mondo intero). Spostiamoci su un livello di natura socio economica. Secondo il presidente dell’Inps, Tito Boeri, gli stranieri non sono affatto un costo previdenziale. Ogni anno contribuiscono per 5 miliardi al sistema di protezione sociale perché versano 8 miliardi di contributi e ricevono 3 miliardi in prestazioni previdenziali o assistenziali. Contributi previdenziali di cui non godranno, perché vanno poi via dall’Italia senza chiedere o poter chiedere la pensione. Un altro elemento su un piano più “spicciolo” attinente l’accoglienza dei richiedenti asilo. I fondi che il Ministero dell’Interno eroga agli enti gestori sono soldi che rimangono sul territorio sotto forma di canoni di locazione immobile, retribuzione operatori dell’accoglienza ed interpreti, spese per abbigliamento e per vitto. L’accoglienza è una risorsa di breve periodo. E può esserla anche nel lungo periodo. E su tale ultimo punto avanzo una terza risposta, frutto di osservazionevdi alcune buone prassi di accoglienza. I diversi soggetti deboli non devono essere visti come se fossero in concorrenza tra di loro per l’accesso a forme (sempre più scarse) di welfare. Il che vale non solo nel binomio italiano / straniero. Ma anche tra soggetti deboli in genere. Diversamente dalla “guerra tra poveri”, dovrebbe avvenire una unione delle diverse forme di vulnerabilità al fine di una reciproca tutela. Mi spiego con un esempio. Pensiamo ad un rifugiato che ha finito il periodo di accoglienza e che è alla ricerca di una casa e di un lavoro. È un soggetto debole. Pensiamo ai tanti borghi italiani abbandonati causa emigrazione italiana degli anni passati ed in cui sono rimasti i soli anziani. Anche tali anziani, soli e pieni di bisogni, sono soggetti deboli. Avviciniamo le due forme di debolezza. Portiamo i primi, i rifugiati senza un tetto, a vivere accanto ai secondi, gli anziani soli in un paese abbandonato e pieno di case disabitate. Da tale avvicinamento vi sarà il reciproco soddisfacimento di diversi bisogni. Non si tratta di idee personali, ma di concrete esperienze che stanno avvenendo principalmente in Calabria, sulla scia di quanto inizialmente avvenuto a Riace. È oggetto di attenzione e di studio, negli ultimi mesi, da parte dei media esteri (Al Jazeera, National Geographic) quanto fatto a Camini, un piccolo borgo in provincia di Reggio Calabria. In Calabria esiste inoltre una precisa legge regionale volta ad un connubio tra accoglienza dei migranti e recupero dei centri rurali. Esperienze simili potrebbero avvenire anche in Umbria con l’altrettanto interessante legge regionale sul recupero delle terre incolte ed abbandonate. Una osservazione conclusiva sulla locuzione “guerra tra poveri”. È l’Occidente “civilizzato” ad avere creato le cause delle migrazioni forzate: guerre, persecuzioni, inquinamento, desertificazione. Siamo noi occidentali ad appoggiare governi dittatoriali e sanguinari, ad esportare armi nei teatri di guerra, ad inquinare aria e fiumi con le nostre imprese estrattive. A creare quindi le cause delle migrazioni. Abbiamo sempre depredato un continente pieno di risorse quale l’Africa. Abbiamo costruito le nostre felicità sulle infelicita (o meglio sullo sfruttamento) altrui. Siamo felici di ricevere in regalo per Natale costosi smartphone. Ma dietro l’alta tecnologia c’è la bassa umanità dello sfruttamento di minori nell’estrazione di coltan nelle miniere in Congo. Mi viene in mente il dialogo de “I fratelli Karamazov” (F. Dostoevskij) dove Ivan Karamazov (nel capitolo “La leggenda del Grande Inquisitore”) afferma che finanche la sola lacrima di un bimbo innocente e’ prezzo troppo alto da pagare perfino per l’armonia universale. Non riesco a vedere una “guerra” tra un povero italiano ed un povero proveniente dal Delta del Niger, quando il secondo fugge da situazioni di miseria create anche dall’Italia».

Una domanda personale: sei uno dei tanti calabresi che ha lasciato la sua terra, perché è così difficile vivere e lavorare al Sud?

«Penso che il calabrese abbia nel suo DNA la voglia di migrare e di andare per altri lidi. Forse qualcosa lasciataci dagli antichi greci, grandi navigatori: è come se fossimo tutti un po’ Odisseo. Non sempre però si lascia il luogo natìo per costrizioni lavorative o sociali, ma a volte anche per il desiderio di cambiare vita e di fare esperienze. La letteratura è piena di storie di viaggi alla ricerca del luogo ideale in cui vivere (Kallipolis per Platone; l’isola di Utopia per Tommaso Moro; la Città del Sole per Tommaso Campanella). Il calabrese, l’italiano, l’uomo in genere continueranno sempre a cercare, a viaggiare, a migrare. In un lontano futuro, anche verso altri pianeti. Il saggista Valerio Calzolaio, nel libro “Ecoprofughi”, scrive che, poiché la Terra ha (solo) altri cinque miliardi di anni di vita, il destino dell’uomo sarà migrare verso altri pianeti o estinguersi».