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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Redazione
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PERUGIA – Avvocato, giornalista, scrittore. Nicola Mucci trova il tempo per andare in tribunale, scrivere del Grifo su “Vecchia Guardia” e scrivere bei libri (per chi se li fosse persi consiglio di correre in libreria e cercare “Una vita da libraio” e “La squadra che arrivò a Wembley”).

Perché e quando hai scelto di diventare avvocato?

«Ho continuato la tradizione di famiglia, per così dire, dal momento che anche mio padre è avvocato. Il mio grande sogno, per la verità, è sempre stato quello di diventare giornalista. Scrivere è sempre stata, ed è tuttora, la mia grande passione. Così, durante gli anni universitari, ho collaborato con alcuni giornali locali, occupandomi soprattutto di sport e, in seguito, di cronaca giudiziaria. Una volta laureato, ho dovuto scegliere. Ho provato l’esame alla scuola della RAI ma, nel frattempo, ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie. Volevo mettere su famiglia e restare a vivere a Perugia, ma la carriera giornalistica mi avrebbe portato probabilmente lontano dalla mia città e avrebbe comportato altre scelte di vita. Così, ho deciso di tentare l’esame da avvocato: è andato bene al primo tentativo e mi sono ritrovato con il codice in mano e la prospettiva di intraprendere la professione legale».

Gli inizi, come sono stati?

«Nonostante sia figlio d’arte, non semplici come si potrebbe immaginare. Innanzitutto, non è stato facile rinunciare al grande sogno, come dicevo, di diventare giornalista. Un sogno che coltivavo dalle scuole medie. Mi sono dovuto confrontare con la realtà che, volente o nolente, alla fine avevo scelto. Ho dovuto imparare un nuovo linguaggio, entrare in una mentalità che non conoscevo, assumere responsabilità che sembravano più grandi di me. Ho cercato di fare un passo alla volta, crescendo non solo come professionista ma anche, anzi soprattutto, come uomo. E questo non è mai facile».

I primi processi importanti?

«Nessun processo da prima pagina, se è questo che intendi. Credo che, soprattutto oggi, fare l’avvocato sia rendere un servizio alla collettività, che può essere anche quello di occuparsi di una violazione del codice della strada oppure risolvere il problema burocratico di un amico con la pubblica amministrazione. Questo servizio, cioè, impone di farsi carico dei piccoli o grandi problemi che possono presentarsi nella vita di ognuno. Non credo – per rispondere alla tua domanda – che esistano processi importanti e altri meno. Riformulerei la domanda, se me lo permetti. Esistono processi da prima pagina e altri no, questo sì, processi che attirano le attenzioni dell’opinione pubblica e altri meno. Ma per ogni persona il suo problema resta il più importante».

Di cosa ti occupi in prevalenza?

«Diritto civile, materia che, per ironia della sorte, non ho amato molto durante gli anni universitari. Ultimamente, violazioni del codice della strada, risarcimenti conseguenti a sinistri stradali, ricorsi per amministrazioni di sostegno, tanto per fare qualche esempio. Questioni in cui spesso sono le sfumature, i particolari a fare la differenza… e a toglierti il sonno».

Oltre che avvocato sei anche giornalista, qual è il rapporto tra giustizia e giornalismo?

«Non è facile esprimere un parere su una questione quanto mai spinosa e dibattuta. Il rapporto si gioca tutto sui limiti con cui la libertà di informazione deve continuamente confrontarsi. Limiti come quello del rispetto della privacy, della necessità di verificare la verità della notizia e che questa sia di interesse pubblico, oltre che della continenza nella sua esposizione. Sono limiti necessari, il cui rispetto non impedisce di esercitare il diritto di informazione ma, al contrario, consente di fare del buon giornalismo».

Verità fattuale, verità giudiziaria e racconto giornalistico, tre modi di vedere lo stesso fatto?

«Sì, anche se, in un mondo ideale, sarebbe auspicabile che queste tre verità coincidessero. Ma questo non sempre avviene. Diventa essenziale, infatti, la prospettiva da cui si guarda la realtà. In un giudizio, entrano in gioco aspetti che per l’andamento dei fatti sono trascurabili e, invece, in un processo possono diventare determinanti e, magari, persino, cambiarne l’esito. Basti pensare, ad esempio, alla tardività di una notifica. Può servire per farsi annullare una sanzione per violazione del codice della strada, ma il fatto di aver violato il codice resta. La realtà dei fatti, cioè, non cambia. Quella giudiziaria, invece, sì. Il racconto giornalistico dovrebbe fotografare entrambi gli aspetti, ma non sempre succede. Dipende dove si vuole porre l’accento, quale aspetto si vuole sottolineare».

Avvocato, giornalista e scrittore, quale ruolo preferisci?

«L’avvocato resta il mio lavoro, mentre il giornalismo un mondo che continua ad affascinarmi e per il quale nutrirò sempre una grande passione. Lo scrittore mi piacerebbe che fosse il futuro. Sono contento e onorato dei 25 lettori, come direbbe Manzoni, che apprezzano i miei lavori, in cui metto tutto me stesso. Quale preferisco di questi ruoli? Impossibile scinderli perché fanno tutti parte di me, in un modo o nell’altro».

Il tuo ultimo lavoro è stato selezionato per il Bancarellino, di cosa parla questo romanzo?

«Si intitola “La squadra che arrivò a Wembley”, edito da Morlacchi. È il mio terzo lavoro e il primo a raggiungere la prestigiosa vetrina del Bancarellino, selezionato per il “Progetto Lettura 2017”, e che ho avuto il piacere di regalare anche al famoso Beppe Severgnini, incontrato a Perugia in occasione dell’ultimo Festival del Giornalismo. Per me, è stata una grande emozione. Il libro racconta l’avventura di un gruppo di ragazzi che, dal campetto sotto casa, riesce a scalare tutti i gradini della piramide calcistica fino a raggiungere il palcoscenico più prestigioso. Quello di Wembley, appunto. Una favola che parla di sport, ma soprattutto di amicizia e dell’importanza di sognare. Senza dimenticare, però, che i sogni, anche i più belli, alla fine vanno messi a confronto con la realtà. Alla fine, come ha detto Totti nel suo bellissimo discorso d’addio al calcio, arriva per tutti il tempo di togliersi la maglietta e appendere gli scarpini al chiodo, e diventare grandi».