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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Perugia Cronaca e Attualità

Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Redazione
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PERUGIA – La scelta di studiare legge inseguendo le emozioni di “Mani pulite”. Poi l’incontro con la realtà del tribunale, del carcere e il confronto con i clienti. Maria Santucci racconta cosa significa essere un avvocato, tra difficoltà e soddisfazioni professionali e umane.

Perché e quando hai scelto di diventare avvocato?

«Ho scelto di diventare avvocato piuttosto presto, già alle superiori (liceo classico) avevo le idee chiare sulla facoltà da intraprendere: giurisprudenza appunto. Quelli erano gli anni di “Mani pulite”, con molti ideali nell’aria…».

Gli inizi, come sono stati?

«Posso dire di aver fatto una variegata e formativa gavetta, a largo spettro, aprendo subito la partita Iva da semplice patrocinatore legale e puntando molto sulla sperimentazione in vari rami giuridici: dapprima il civile, poi il penale, iscrivendomi alle liste per la difesa d’ufficio, passando per l’amministrativo ed approdando, infine, alla tutela dei consumatori. Proprio in quest’ultimo ambito, infatti, sono la presidente umbra di Konsumer Italia, una giovane, ma già conosciuta associazione dei consumatori. Certo è che l’inizio di una simile attività in proprio e soprattutto creata dal nulla non può definirsi senz’altro semplice, comportando tutta una serie di problematiche, costi etc… a maggior ragione in questo momento temporale così diverso dal passato».

I primi processi importanti?

«Fra i procedimenti “importanti” seguiti me ne piace ricordare uno fuori del mio consueto ambito: presso la Corte dei Conti, una esperienza unica che mi ha visto inserita in un pool di legali a difesa dei consiglieri comunali in materia di destinazione ed utilizzo dei BOC (importi provenienti dall’emissione di prestiti obbligazionari), conclusasi con sentenza favorevole».

Civile, penale, diritti dei consumatori, di cosa ti occupi in prevalenza?

«Vi è poi una bella esperienza presso il Tribunale dei minorenni, sezione penale, chiusasi con un non luogo a procedere per irrilevanza dei fatti. È senz’altro l’ambito penale quello nel quale si riesce ad avere maggior risonanza e, spesso, il più emotivamente coinvolgente. Ricordo bene la prima volta nella quale varcai la soglia della casa circondariale, esperienza anch’essa molto formativa, così come l’imbarazzo per i primi colloqui con alcuni imputati di spaccio di stupefacenti; o anche la dimensione umana di un professore di religione, improvvisatosi rapinatore di banca, messo in regime di isolamento per autotutela, il quale mi chiese di portare in carcere una Bibbia con la copertina morbida, essendogli stata tolta la sua con copertina rigida e quindi da ritenersi pericolosa. Senz’altro in molti casi l’apporto “psicologico” che il professionista si trova a dover fornire al proprio assistito si fonde con la professionalità prettamente giuridica».

Ti sei occupata diversi volte di casi che hanno rilevanza mediatica, qual è il rapporto tra giustizia e giornalismo?

«Nei casi di risonanza con i media, personalmente ritengo si debba mantenere sempre una certa discrezione, a tutela della privacy dell’assistito e nell’interesse primario dello svolgimento delle indagini. Ciò anche al fine di non trasformare in gossip qualcosa di molto più serio, che vede in ballo valori come la libertà di un essere umano».

Verità fattuale, verità giudiziaria e racconto giornalistico, tre modi di vedere lo stesso fatto?

«Accade spesso che verità fattuale, verità giudiziaria e racconto giornalistico si intreccino. Riguardo alla prima, quella fattuale, spesso rimane ignota allo stesso professionista, che amo definire un mero “tecnico del diritto”: avendo il compito di creare un apparato difensivo, basandosi sugli elementi a lui forniti e noti. Quanto alla verità giudiziaria dovrebbe essere certa e definitiva, ma è pur sempre una verità ricostruita dall’uomo, dunque a prova di errore, come qualunque altra attività umana. Vi è infine la versione giornalistica, la quale, spesso, sull’onda dell’opinione pubblica, è portata a divergere da quella giudiziaria. Certo è che una scia di mistero rimane sempre in sospeso, a dispetto di tutte le verità anzidette».

Qual è la più grande difficoltà per una donna nel fare l’avvocato?

«Per quanto riguarda le difficoltà per una donna nel fare l’avvocato, rischierei di ripetermi in luoghi comuni. In realtà, conciliare vita privata, famiglia in primis, e libera attività non è tutt’oggi semplice. Questo perché la società non garantisce le tutele e servizi minimi presenti in altri Paesi esteri. Ad esempio penso a garanzie per il periodo di maternità, o a strutture pubbliche per i primi anni del bambino. Ma solo questo argomento meriterebbe una intervista a parte».

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