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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Perugia Cronaca e Attualità

Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Redazione
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PERUGIA – Giustizia e diritto erano scritti nei cromosomi. Semmai la scelta era tra giudice e avvocato. La passione per romanzi gialli e investigazione hanno fatto il resto: avvocato. Annalisa Rosi Cappellani non ha scelto di seguire le orme del padre (magistrato, azionista, ufficiale del Regio esercito, membro del Cnl e fondatore del Centro internazionale magistrati), ma si trova ugualmente a svolgere i propri compiti nelle aule di giustizia.

Perché e quando hai scelto di diventare avvocato?

«Sono nata tra magistrati, avvocati e notai, non ho scelto giurisprudenza, fa parte dei miei cromosomi. Da generazioni i miei antenati si sono alternati in tali professioni. Diciamo, come mai ho scelto di fare l’avvocato penalista, come mio nonno e non il magistrato come mio padre? Inizio dal secondo punto. Chi sono io per giudicare se un essere umano sia colpevole o innocente? Non ho tali manie di onnipotenza. Sin da piccola ho avuto la passione per l’investigazione, leggevo gialli in continuazione e, durante l’università, collaborai per un paio di anni con una agenzia di investigazioni. Appena laureata iniziai pratica forense presso un noto studio civilistico perugino, una noia mortale, per me. Allora mi iscrissi alla Università la Sapienza di Roma alla facoltà di Psicologia con indirizzo criminologico-giuridico. Le lezioni venivano spesso rinviate per mancanza di studenti, l’argomento non interessava. Un avvocato penalista dovrebbe obbligatoriamente frequentare un corso di psicologia giuridica. La giurisprudenza e la psicologia sono inscindibili e, soprattutto, i magistrati dovrebbero approfondire questa materia».

Gli inizi, come sono stati?

«In questa acqua stagnante finalmente cambiò la mia vita, venne introdotto il nuovo codice di procedura penale. L’interrogatorio divenne diretto, “alla americana”, anche se restiamo noi la culla del diritto. Era finita quella monotonia asfittica di prima, in cui l’avvocato poneva le domande al presidente, che a sua volta le poneva stancamente e senza un cenno di vita al teste. Finalmente c’era vita nell’aula penale. Mi buttai a capofitto nel settore, dando la mia disponibilità a colleghi più anziani e alle forze dell’ordine 24 ore su 24. Acquistai anche uno dei primi cellulari, che rimaneva sempre acceso».

I primi processi importanti?

«Uno dei primi casi fu la difesa di un uomo che aveva violentato una donna.

In aula i colleghi mi chiedevano: “Ma tu sei per la parte offesa” ed io “No, per il presunto violentatore”. Questa circostanza mi indusse a pensare, in quanto donna, se fosse giusto difendere un soggetto accusato di essere un violentatore. Per eliminare ogni dubbio telefonai all’avvocato che più aveva esperienza circa queste problematiche, Augusta Lagostena Bassi, grande amica di famiglia. Tina, così la chiamavo, mi disse: “… la difesa è un diritto costituzionale e quell’uomo deve essere difeso, non puoi farti degli scrupoli morali, quelli sono afferenti ad un altro aspetto che eventualmente affronterai in privato con la tua coscienza. Non esiste il buono e il cattivo nella professione ma solo l’individuo da difendere, se hai questi dubbi ti do un consiglio, cambia lavoro…”. Per fortuna eccomi ancora qui».

Spesso ti sei trovata al centro di casi mediatici, qual è il rapporto tra giustizia e media?

«Un caso giudiziario con vastissima risonanza mediatica fu quello di un broker finanziario accusato di aver truffato un intero paese e zone limitrofe: si parlava all’epoca di decine di milioni di euro. Il mio cliente uscì dopo un mese e mezzo di carcere per andare agli arresti domiciliari in un convento. Era il primo caso in Italia di tale misura restrittiva “mistica”. Quando si separò dalla coniuge, ancora in misura custodiale, la mattina dell’udienza c’erano tutte le testate italiane ed inviati di tutte le tv, un frastornante delirio mediatico. Io, per evitare al cliente l’assalto dei giornalisti, lo feci passare da un ingresso secondario dove ad aspettarci c’era un solo fotografo molto molesto, che io presi a colpi di borsa, ovviamente da lavoro, per allontanarlo. Fui braccata per mesi a causa di tal processo. Una cosa sfinente, lo ammetto, e anche un po’ inquietante, ma le questioni che mi preoccuparono di più furono legate ai colleghi che mi telefonavano mendicando una co-difesa. Fu questo l’aspetto più morboso della vicenda. In fondo, i giornalisti facevano quello che hanno sempre fatto: cercavano di appagare la sete di notizie sulla “giustizia”, che il popolo reclama».

Verità fattuale, verità giudiziaria e racconto giornalistico, tre modi di vedere lo stesso fatto?

«Iniziamo dal racconto giornalistico. Tutto dipende dall’avvocato. Il giornalista deve essere gestito, guidato, non devi dargli in pasto elementi che possano ritorcersi o renderti ridicolo, non devi magnificarti. Sei solo un avvocato che con i media ha un rapporto molto importante da svolgere, la salvaguardia del cliente anticipatamente processato e condannato fuori dell’aula. Devi placare la sete dei giornalisti sempre più aggressivi ed invadenti. Non tutti, ma molti, ultimamente. Il segreto per me è non esporsi mai, o molto raramente in tv, l’avvocato lo fa solo per appagare il suo narcisismo. Io, invece, tutelo prima di tutto il cliente in quanto persona. Diverso è il discorso con carta stampata e i giornali online: in tale ambito tutto è mitigato e rientra in un’ottica più umana. Sarà che io penso prima di tutto alla sofferenza che c’è dietro ad un reato, anche il più efferato. L’aspetto umano è in effetti determinante: in quel momento il tuo assistito ha solo te come punto di riferimento. E non puoi venderlo, solo per apparire in televisione. La verità fattuale e la verità giudiziaria costituiranno sempre dei misteri, perché l’avvocato tutta la verità la saprà davvero solo in rari casi. Il cliente si vergogna, cela particolari, sminuisce, si chiude in un mondo tutto suo, spesso inaccessibile».

Quanto è difficile essere donne e avvocate?

«Se ti dedichi al penale non è facile conciliare l’essere donna con il contesto in cui ti muovi per esercitare la professione. Non ho mai avuto problemi con i magistrati ed ho incontrato giudici sempre rispettosi del ruolo svolto, sia il legale uomo o donna. Solo un giudice mi fece arrabbiare: chiamava tutti i colleghi di sesso maschile avvocato, mentre per le donne usava il termine signora. Durante un processo io incominciai a rivolgermi a lui appellandolo signore. Lui si alterò ed io molto di più, tanto che un avvocato, non lo chiamo collega, perché non posso paragonarmi neanche ora a distanza di anni alla sua bravura ed esperienza, mi portò fuori dall’aula con grande senso di protezione. Qualche problema c’è stato con le forze dell’ordine, categoria in cui domina tuttora una radicata mentalità maschilista e goliardica. E ciò accadeva soprattutto prima dell’ingresso delle donne nell’Arma dei Carabinieri. È veramente difficile essere autorevole e simpatica confrontandosi con una mentalità del genere. Devi capire dove fermarti: non sei un avvocato per loro, sei una donna. Punto. Purtroppo, ancora, molto spesso, ti chiamano signora e questo fa veramente imbestialire. L’importante, a mio modesto avviso, è la correttezza. Rispettare gli altri, ma al contempo farsi rispettare, con fermezza ed educazione. Mantenere i ruoli separati senza timore e, soprattutto una cosa, essere sempre onesti».

Quale sarà il ruolo dell’avvocato nei prossimi anni, schiacciato tra la crisi e un rapporto con la magistratura e il potere legislativo sempre più problematico?

«Personalmente, non mi occupo solo diritto. Disegno, infatti, da sempre gioielleria classica. Scrivo poesie e mi piace fotografare qualsiasi cosa. In effetti è molto importante sgomberare il capo ogni tanto da tanta pesantezza. E serve ad affrontare il lavoro con più fermezza. Un’ultima cosa, non chiamatemi avvocata: io sono un avvocato!».

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