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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Redazione
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PERUGIA – L’avvocatura è una missione, faticosa, ma ricca di soddisfazioni. C’è chi scopre questa vocazione nel tempo e studiando, chi si lancia sin dalla scuola nella difesa dei diritti. Una professione appannaggio, storicamente, degli uomini, può contare su un nutrito numero di avvocate. Anche se tuttora per una donna è un po’ più difficile entrare in questo mondo, dovendo conciliare spesso il ruolo di professionista e di madre, oppure nel dover affrontare il linguaggio (avvocato o avvocata?), nei proventi (nelle statistiche le donne guadagnano meno) e nella specializzazione professionale). Giuliana Astarita racconta la sua esperienza e la sua professione con un occhio molto femminile e molto attento al particolare delle vicende umane che gli avvocati devono dipanare.

Perché e quando hai scelto di diventare avvocato?

«Non riesco a dare una risposta precisa. Credo durante il liceo o meglio, sapevo che persona speravo di diventare da grande e ho poi scoperto che essere avvocata mi avrebbe consentito di provare ad essere quel tipo di persona. Sin dalle scuole medie “abbracciavo” certe cause, ovviamente legate alla scuola e dirette ad affermare i miei diritti e quelli dei miei compagni. Al liceo la situazione è degenerata … insomma non mi tiravo mai indietro e non avevo paura ad espormi. Spesso mi sentivo dire dai professori e dai miei amici che avrei dovuto fare l’avvocato. Il punto è che sono sempre stata portata all’ascolto e poco avvezza al giudizio. L’iscrizione a giurisprudenza venne da sé. Era il periodo di ‘Mani Pulite’ e mio padre favorì molto la mia scelta, perché una laurea in giurisprudenza avrebbe aperto mille strade: in verità la strada a cui pensava era la magistratura».

Gli inizi, come sono stati?

«Complicati. Una volta laureata mio padre suggerì di iscrivermi ad un corso per prepararmi al concorso in magistratura, ma non era proprio nelle mie corde. Dissi a mio padre che avrei voluto fare anche la pratica forense e andai all’Ordine per conoscere avvocati interessati a prendere una praticante. Sono stata fortunata: il mio dominus mi ha lanciato nell’arena e mi ha fatto lavorare molto. Quando frequentavo il corso per preparami al concorso in magistratura, in realtà, abbozzavo atti e pareri per lo studio dove facevo pratica. È tutto durato due mesi e poi mi sono totalmente dedicata alla pratica, non senza discutere animatamente con mio padre. Preso il titolo ho continuato per diversi anni a collaborare presso lo studio dove avevo fatta la praticata forense e le responsabilità aumentavano finché non ho deciso di percorrere la professione in reale autonomia, assumendone pienamente i rischi; mi sentivo pronta».

I primi processi importanti?

«Importanti tutti e tutti complicati. Tutti importanti perché riguardano la vita delle persone, i loro affetti più cari, la famiglia, i figli, tutte vicende dove il sentimento prevale sulla ragione. Tutti complicati perché il diritto delle relazioni familiari risponde con difficoltà a detta componente e le carenze della macchina giustizia, in queste vicende, non lasciano scampo perché la vita delle persone intanto scorre, quello che è oggi non era ieri e non sarà domani e la giustizia, quando arriva, è comunque in ritardo. Sono tuttavia tre i casi che mi restano nel cuore. Il primo riguarda una giovane donna straniera, sposata con un uomo italiano molto più grande di lei e con una bimba di tre anni. Venne da me perché non capiva per quale ragione stesse per “perdere” la figliola nel corso della separazione, molto conflittuale. Ricordo che era pendente un ricorso di separazione “consensuale” ed un procedimento de potestate in suo pregiudizio presso il Tribunale per i Minorenni, promosso dal coniuge, padre della bambina. È stata la mia prima volta al Tribunale per i Minorenni; quella giovane donna stava subendo un procedimento che metteva a rischio il suo ruolo di mamma, senza l’assistenza tecnica di un avvocato. Per fortuna tutto si aggiustò; la figliola è cresciuta e dopo aver passato qualche anno con il padre, oggi vive serenamente con la mamma. Un altro caso che mi ha appassionato molto riguarda sempre una giovane donna straniera, madre di due gemellini con problemi di salute avuti da una relazione con un uomo italiano molto più grande di lei. Si discuteva in un primo momento del collocamento dei figlioli e poi, intervenuto il decesso del padre, ci siamo trovate a discutere della sua capacità genitoriale, messa in discussione dalla zia paterna che voleva i nipoti con sé. Una vicenda umanamente e giuridicamente molto complessa, che mi ha fatto riflettere molto sui pregi e sulle carenze della normativa, anche processuale, esistente in materia di famiglia e filiazione. Poi ci sono stati i padri. Ricordo un giovane padre privato della presenza quotidiana della figliola di appena due anni per scelta unilaterale della mamma che, senza condividere alcunché con lui, si era trasferita con la bambina in un’altra città. Forse sono riuscita ad arginare i danni e a garantire una presenza piena del padre alla sua bimba, ma se oggi quel padre ha un rapporto straordinario con la figlia, nonostante la distanza, è tutto merito suo».

Nel tempo ti sei specializzata in materia minorile e violenza sulle donne, a Perugia com’è la situazione?

«Grave, come del resto in tutto il nostro bel Paese. La violenza di genere è diffusa e trasversale, spesso sommersa e la violenza assistita dai minori è sottovalutata. Non si conosce, per questo non la si riconosce. La nostra società è tristemente infarcita di stereotipi di genere, culla matrice della violenza. E la violenza fa paura, a tutti, al punto da volerla negare come emergenza sociale, relegandola a fatti privati sui quali non si può né si deve intervenire. Spesso mi trovo a confrontarmi con donne e uomini, di ogni età, estrazione sociale e livello culturale, che di fronte ai casi di violenza contro le donne offrono riflessioni di questo tipo “si ma …. anche le donne sono terribili, quando si separano mettono in ginocchio l’uomo, gli levano i soldi, la casa ed i figli”. Nulla di più sbagliato. La violenza di genere nella coppia, ovvero la violenza domestica, non ha nulla a che fare con i fisiologici litigi di coppia e rappresenta, piuttosto, la negazione di ogni possibilità di sano conflitto. Chi tratta il tema della violenza contro le donne non nega che ci possano essere dei conflitti familiari che possono mortificare il ruolo dell’ex compagno e padre o della ex compagna e madre, ma la violenza di genere nelle relazioni affettive esiste e confondere i piani significa giustificarla, finanche negarla».

Spesso ti sei trovata al centro di casi mediatici, qual è il rapporto tra giustizia e media?

«Non credo di essere stata spesso al centro di casi mediatici. Mi è capitato di trattare vicende di interesse per la collettività locale e, per questo, di essere nominata dai media locali. Guardo tuttavia al rapporto con i mezzi di informazione con un certo “timore” perché le mie dichiarazioni potrebbero essere fraintese e danneggiare chi ha riposto fiducia in me. Non vi è dubbio, tuttavia, che l’informazione, soprattutto su quei temi a me più cari, è utile e, direi, se corretta anche nelle forme, fondamentale per fare cultura e indebolire quegli stereotipi cui prima accennavo».

Verità fattuale, verità giudiziaria e racconto giornalistico, tre modi di vedere lo stesso fatto?

«Penso che ci sia il fatto oggettivo, uno e unico, senza colori. Sta poi agli operatori della giustizia e dell’informazione rappresentarlo con i toni e le sfumature che ritengono».

Quanto è difficile essere donne e avvocate?

«Credo che sia difficile per tutti, donne e uomini, gestire il lavoro con gli impegni familiari. Posso dire che nel mio piccolo mondo sono fortunata perché mio marito ed io siamo parimenti impegnati, dentro e fuori casa. È tuttavia indubbio che ci sono delle professioni, come la mia, tradizionalmente maschili. È un fatto che si traduce nel linguaggio, nei proventi e nella specializzazione professionale, per cui è più facile che una donna avvocata si occupi di diritto delle relazioni familiari che non di diritto societario. Posso solo dire che diversi anni fa, all’inizio della mia professione, ero in Tribunale con un praticante, collaboratore di studio; io fui appellata “signorina” e lui “avvocato”… per non parlare di quel cliente che quando mi vide in stato di gravidanza mi disse che preferiva farsi seguire nella separazione da un altro collega, temendo che non l’avrei potuto assistere perché prossima alla maternità … che soddisfazione, poi, vederlo tornare da me per la modifica delle condizioni di separazione ed il successivo divorzio!».

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