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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

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Giustizia, i ‘Perry Mason’ dell’Umbria: i grandi casi mediatici visti e raccontati dagli avvocati

Redazione
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PERUGIA – Il terremoto politico e giudiziario che passa sotto il nome di ‘Mani pulite’ portò con sé anche il boom di iscrizioni a giurisprudenza e al mito della carriera in magistratura. In quegli anni, però, c’è stato anche chi ha voluto intraprendere la carriera forense dalla parte della difesa, con il desiderio di indossare la toga da avvocato. Massimo Rolla, avvocato perugino, racconta la sua scelta, gli inizi, i casi importanti e la sua grande passione per la pallavolo, da giocatore ad arbitro.

Perché e quando hai scelto di diventare avvocato?

«È stata una scelta che ho maturato durante la mia carriera universitaria; erano gli anni di “Mani Pulite”, del grande terremoto politico; iniziare la carriera in magistratura a quell’epoca era un “must”; io invece mi sentivo più portato per l’avvocatura ed in particolare ero molto attratto dal Diritto penale. Le mie scelte sono state sempre precise e forse, anche incoscienti; non ho mai provato l’esame in magistratura perché come detto, non ero interessato, mi sono laureato in Diritto Penale, ho svolto la mia pratica forense con una nota penalista, ho superato l’esame di abilitazione al primo tentativo, insomma mi sono subito “gettato” su quello che credevo sarebbe stato il “mio percorso” ed ora, guardandomi indietro, posso dire di aver fatto le scelte giuste».

Gli inizi, come sono stati?

«Terribili! Per i primi due anni è stato un calvario, ho anche pensato di lascia perdere e buttarmi su altro; poi piano piano con caparbietà e forza di volontà sono riuscito a emergere, trovare clienti e, grazie anche ai primi risultati positivi, ad ingranare. Molti pensano che fare l’avvocato sia semplice, che si abbia molto tempo libero che si guadagni facilmente … niente di più sbagliato … quante volte mi sono svegliato nel cuore della notte a pensare e rimuginare a quello che dovevo fare la mattina successiva, alle dichiarazioni rese da persone informate sui fatti durante le indagini preliminari, ad andare a studio la notte fonda per preparare le discussioni o addirittura a non tornare a casa ed addormentarmi sulla scrivania con accanto il faldone del processo piuttosto che mia moglie! È una vita dura, a volte forse troppo; dobbiamo pensare a risolvere i problemi degli altri e, qualche volta, ad accantonare i nostri, ma non la cambierei mai per nulla al mondo».

I primi processi importanti?

«Non mi potrò mai scordare del mio primo incarico importante, quello di una donna accusata di infanticidio. Un caso stranissimo; lei, italiana, molto corpulenta, di estrazione sociale medio-bassa, non si era accorta di essere rimasta incinta dopo un rapporto sessuale; aveva portato avanti la gravidanza senza accorgersi di nulla; sembra impossibile ma è stato cosi. La prima domanda che uno si fa in questi casi è: ma il ciclo? non si era accerta di non averlo? Nulla,: durante questi mesi aveva avuto delle piccole perdite e le aveva attribuite al suo normale ciclo quanto un giorno, quasi all’ottavo mese viene colpita da un forte mal di pancia. I genitori chiamano il medico di famiglia il quale, appena arrivato, visita la ragazza ed attribuisce questo mal di pancia a qualche cosa che ha mangiato, non accorgendosi anche lui del fatto che fosse incinta. Continuando i dolori, decide in autonomia di salire su un autobus, il giorno dopo, ed arrivare in ospedale; i medici capiscono subito che la situazione è grave e che lei è in piena setticemia; la portano subito in sala operatoria. Il bambino, che comunque aveva gravi malformazioni, era morto da tempo, lei si salva per il rotto della cuffia. La ragazza non è andata a processo ed è stata chiesta l’archiviazione; sono riuscito a dimostrare, grazie anche ad una consulenza di parte, assieme al consulente del pm, che il feto, purtroppo, era morto prima di venire alla luce e che lei non aveva compiuto alcun tipo di atto o manovra idonea a provocarne la morte. Un caso tremendo e particolare».

Nel tempo ti sei specializzato in diritto penale e ti sei trovato al centro di casi mediatici, in particolare uno che ha riguardato una famiglia di imprenditori umbri e un caso di maltrattamenti a scuola, qual è il rapporto tra giustizia e media?

«È una domanda difficile. Credo che vi siano due aspetti fondamentali da prendere in considerazione; il primo è quello del diritto all’informazione, il secondo è quello del rapporto tra operatori del diritto ed informazione.
Quanto al primo aspetto ritengo che non vi siano dubbi sul fatto che il diritto all’informazione in democrazia sia inviolabile ma, soprattutto negli ultimi anni, i mass media hanno trasformato le inchieste, in veri e propri processi mediatici senza magari avere le opportune informazioni oppure distorcendole magari per ottenere maggior audience. Tutto questo ha fatto crescere nei cittadini l’opinione che i processi in realtà non si svolgano in aule di tribunale ma in televisione o sulle testate giornalistiche. Come detto ritengo sacrosanto il diritto all’informazione ma purchè sia un’informazione sana, e perdonami il gioco di parole “informata”. Molto spesso si prendono le notizie e si mettono li, senza magari minimamente verificarle, non curandosi del fatto che dietro vi sono persone, famiglie, indagini che ancora devono essere chiuse, difese che devono essere approntate e gettare una notizia mirando allo scoop molto spesso può compromettere alcune o tutte quelle situazioni. Quanto al secondo aspetto ritengo che debbano essere sempre rispettati sia da una parte che dall’altra, gli aspetti deontologici che molto spesso vengono, diciamo, accantonati; si badi, il mio è ovviamente, un discorso generale».

Verità fattuale, verità giudiziaria e racconto giornalistico, tre modi di vedere lo stesso fatto?

«Sono tre modi “difformi” di vedere lo stesso fatto. La verità fattuale è la verità in senso assoluto e riguarda, appunto, la realtà di un fatto; la verità giudiziaria sappiamo essere diversa … le carte processuali ed i procedimenti penali che ne scaturiscono, non sempre portano a “giuste condanne”; abbiamo appunto casi lampanti di errori giudiziari commessi negli anni; il caso Tortora da esempio, ma anche il caso Barillà che aprì la strada al riconoscimento del danno esistenziale da errore giudiziario; solo per citarne due, ma si sono scritti libri per quanti ve ne siano stati. Il racconto giornalistico … è come tu stesso dici … racconto e come tale deve essere fruibile, semplice e d’impatto per tutti gli utenti finali».

Altra tua grande passione è lo sport, sia come portiere della compagine degli avvocati perugini sia come arbitro federale di pallavolo, ci racconti questo tuo lato?

«Premetto, essere uno dei portieri dello Ius Perusia ( siamo in tanti non solo io..), intitolato all’amico scomparso Andrea Castellini, è motivo di orgoglio ed è sempre un grande divertimento giocare assieme ai colleghi in giro per le varie regioni d’Italia ed in Europa ma oramai, alla mia età, sto cedendo il passo ben volentieri! Il mio hobby vero, che svolgo con passione, divertimento, ma anche enorme sacrificio è l’arbitro di Pallavolo oramai dal 1995. Ho iniziato quasi per scherzo; avevo appena smesso di giocare per via di vari acciacchi ed infortuni patiti nel corso del tempo ed un giorno un mio amico, già arbitro in serie C all’epoca, mi disse: “ma perché non diventi arbitro?”. Io che da giocatore ero un noto “mangia arbitri”, passare dall’altra parte e salire sul seggiolone? No … ma poi spinto dalla curiosità provai … la prova mi piacque tanto che nel 2001 fui promosso in serie B e nel 2010 in serie A. Attualmente dirigo gare in A1 Femminile ed in A2 maschile con soddisfazione ed anche riconoscimento. Certo con l’andare del tempo le cose iniziano ad essere sempre più complicate, il lavoro, la famiglia; molto spesso sono costretto a partire il sabato mattina per tornare la domenica sera dovendo arbitrare a livello nazionale, ma fortunatamente, riesco a conciliare tutto grazie anche alla mia famiglia che non mi ha mai fatto mancare il suo apporto (anche perché mia moglie mi ha conosciuti già arbitro!). Come dico sempre, fino a quando mi divertirò e sarò utile alla Federazione, continuerò la mia carriera che comunque ha come limite il 50esimo anno di età».

L'arbitro Massimo Rolla

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