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Giovanni Pannacci: “Ho amato quei libri che, a fine lettura, non mi facevano sentire in pace con me stesso”

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Giovanni Pannacci: “Ho amato quei libri che, a fine lettura, non mi facevano sentire in pace con me stesso”

Redazione cultura
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Giovanni Pannacci
di Marcella Cecconi
PERUGIA – Giovanni Pannacci è nato a Città di Castello e, dopo aver frequentato il liceo classico della sua città si è trasferito a Perugia, dove si è laureato in Lettere con indirizzo antropologico. Al momento insegna Lingua italiana presso il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti di Perugia e la sua vita si divide fra l’Umbria e Rimini. Come scrittore ha pubblicato diversi libri, fra cui la biografia in forma di intervista a Paolo Poli “Siamo tutte delle gran bugiarde” e il romanzo “La canzone del bambino scomparso”. Ha curato varie antologie e suoi racconti sono stati pubblicati anche all’estero. L’ultimo romanzo è uscito nel 2016 per l’editore Fernandel e si chiama “L’ultima menzogna”.
Giovanni, una delle ultime volte che ci siamo incontrati eravamo compagni di teatro; ora io sono una tua lettrice. Cos’è successo nel frattempo, quando sei diventato scrittore?
“Da che mi ricordo ho sempre scritto, anche se mi sono sottoposto a un lungo apprendistato prima di decidermi a cercare un editore. In questo senso il lavoro teatrale è stato fondamentale. Il percorso che abbiamo fatto, come ben sai, è avvenuto con attori e formatori che provenivano dal così detto “terzo teatro” e, in particolare, dalla scuola di Jerzy Grotowski.
I training fisici, il lavoro drammaturgico sui testi, lo scavo interiore per costruire i personaggi sono stati una scuola di scrittura formidabile per me. Niente è andato sprecato, tutto è confluito in modo estremamente naturale dalla scena alla pagina scritta. Il teatro mi interessa ancora moltissimo, ma da autore, non da attore”.
Il tuo lavoro più recente si intitola ‘L’ultima menzogna’. Nel testo uno dei personaggi dice: “Forse voglio capire come fate voi scrittori a far combaciare la vita e l’immaginazione, a levigare così bene le giunture tra vero e falso, tra presente e passato…”. Quanta e quale realtà è presente in questo romanzo, e come si combina con la ‘menzogna’?
“La menzogna di cui parlo nel romanzo non è altro che la realtà raccontata attraverso la finzione letteraria, dunque una ricostruzione, una messa in scena, per tornare al teatro. Ma perché sia credibile, perché il lettore ci creda, i trucchi non si devono vedere, la tecnica deve sparire e lasciare il posto al così detto effetto realtà, che è un artificio, appunto, ancorché usato per simulare la vita ordinaria”.
Più avanti dici: “Le cose esistono perché le vediamo. Ma il modo in cui quelli come noi vedono il mondo, dipende dai libri che abbiamo letto e che ci hanno influenzato”. Nella prima parte del romanzo sono citati libri, nomi di autori, e la ‘scrittura’ diviene essa stessa un personaggio della storia. Quali sono i libri che hanno maggiormente influenzatola tua vita e perché?
“I libri, ma anche il cinema, mi hanno aiutato – spesso più degli incontri con persone reali – a comprendere il mondo e me stesso. Raramente, in gioventù, ho lasciato che qualcuno mi consigliasse libri da leggere. Al contrario di Nikel, il protagonista del mio romanzo, io non ho avuto maestri. I libri me li sono sempre trovati da solo, spesso inciampandoci. Ho amato quei libri che, a fine lettura, non mi facevano sentire ‘a posto’, mi disturbavano, mi inquietavano, mi facevano intravedere zone oscure di me stesso. La mia vita interiore, la mia fantasia, hanno sempre lavorato in modo furibondo. I libri sono stati il carburante”.
Infatti in un altro punto del libro scrivi: “Un romanzo ti colpisce quando fa risuonare da qualche parte sensazioni che sono già dentro di te, risvegliandole, in qualche strano modo”. Come scegli gli argomenti dei tuoi romanzi?
“Non posso scrivere di argomenti che non mi coinvolgano nel profondo. Riesco a raccontare solo storie di cui, in un modo o nell’altro, ho sperimentato gli aspetti emotivi. Del resto, come posso pensare di coinvolgere i lettori se io per primo non vengo preso al laccio da quello che scrivo? Osservo il mondo e osservo me stesso e quando scorgo qualcosa che mi turba, mi infastidisce, non mi rende tranquillo, è lì che in genere costruisco la mia storia”.
‘L’altro’ tuo lavoro consiste nell’insegnare la lingua italiana agli stranieri, e, di fatto, diversi personaggi del tuo romanzo sono immigrati. Nella criticità dei tempi, qual è il tuo pensiero in merito al multiculturalismo e all’immigrazione?
“Sono stanco delle strumentalizzazioni ideologiche e, soprattutto, dei luoghi comuni di cui i migranti vengono fatti oggetto. Ciò a cui oggi assistiamo è il frutto di sciagurate scelte geopolitiche vecchie di decenni, ma sbagliamo se pensiamo alle migrazioni come a un evento contingente. I popoli si muovono da milioni di anni, certo l’imperialismo, le guerre, l’affermarsi del sistema capitalistico occidentale hanno imposto una drammatica accelerazione alle migrazioni di massa. La cosa più triste è assistere passivamente alla morte in mare di migliaia di uomini, donne e bambini e constatare l’inettitudine dell’Europa nel gestire questo vero e proprio genocidio. Quanto al multiculturalismo – quello vero, concreto, pratico – dovranno passare almeno un paio di secoli perché in Italia non ci siano più distinzioni fra cittadini e tutti abbiano pari opportunità. Sogno una società in cui poter avere una commercialista italiana di origine siriana, un dentista italiano di origine senegalese, una preside italiana di origine ucraina e così via. Ma temo che questo potranno vederlo i nipoti dei miei nipoti”.
Cosa fai quando non scrivi?
“Se non scrivo o non sono a scuola macino chilometri con il mio personal trainer, ovvero col mio cane Larry. Camminiamo lungo il Tevere se sono in Umbria o lungo mare se sono a Rimini. Vedo poche persone, gli amici e le amiche di un tempo sono ormai ostaggio di figli, partner, impegni familiari. Quindi nel tempo libero preferisco i libri e i film. Però mi piacciono molto anche i centri commerciali, hanno su di me un effetto vagamente euforizzante, così ogni tanto fingo di aver bisogno di cose inutili e vado lì a stordirmi un po’”.
Qual è il tuo prossimo progetto letterario? Ci puoi dare un’anticipazione?
“Mi piacerebbe raccontare le cose dal punto di vista di una protagonista femminile, finora non l’ho mai fatto. Il tema del radicalismo islamico mi inquieta molto, quindi probabilmente prima o poi finirò per occuparmene”.
Ancora una domanda da ‘L’ultima menzogna’: “I lettori ormai sono uno sparuto gruppo di folli, un’innocua società segreta ignorata da tutti”. Qual è il rapporto con il tuo pubblico?
“È una delle cose che amo di più. In questi ultimi dieci anni le persone più interessanti le ho conosciute grazie ai libri. La scrittura per me è sostanzialmente questo: creare un legame, una relazione di empatia con chi ti legge. Mi sembra sempre un mezzo miracolo che degli sconosciuti decidano di uscire di casa per venire a sentire me che parlo del mio libro. Per questo dico che i lettori sono dei folli, ma nel senso bello, degli illuminati che con ostinazione mantengono vivo un rito ormai quasi arcaico: leggere romanzi”.
E con gli editori?
“Spesso scherzando (ma neanche tanto) dico che per uno scrittore il rapporto con l’editore è simile a una relazione sentimentale. In passato ho sofferto perché mi sono sentito poco amato e molto trascurato. Oggi, per fortuna, ho trovato un buon equilibrio e ho una vita editoriale felice”.
Gli scrittori scartano sempre delle frasi dai propri romanzi, ma queste talvolta sopravvivono e continuano ad essere presenti in qualche remoto file della nostra mente. Regalaci una frase ‘buttata’.
“Vi regalo il primo titolo del romanzo, che poi è stato cambiato in fase di editing.
È una citazione da Cesare Pavese, che rappresenta molto bene il mio modo di intendere la letteratura: L’arte di credere alle menzogne”
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