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Gest ed Ecoimpianti, resta l’interdittiva antimafia

Cronaca e Attualità

Gest ed Ecoimpianti, resta l’interdittiva antimafia

Redazione
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La cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario del Tar dell'Umbria

PERUGIA – Gest ed Ecoimpianti rimangono bloccati dalle pastoie prefettizie. Il Tribunale amministrativo regionale ha respinto il ricorso presentato dalla due aziende, assistite dagli avvocati Angelo Clarizia, Michele Bromuri, Francesca Sbrana, Paolo Clarizia, Damiano Lipani, contro la Prefettura di Perugia e l’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Le aziende chiedevano l’annullamento «della nota del 6 novembre 2015, prot. 0071005, del Prefetto di Perugia con la quale è stato trasmesso il provvedimento interdittivo nei confronti della Gest s.r.l. oltre che di quest’ultimo provvedimento interdittivo n. 70680 adottato dalla medesima Prefettura sempre in data 6 novembre 2015», della «nota del 26 ottobre 2015, prot. 0068062, del Prefetto di Perugia con la quale è stato trasmesso il provvedimento interdittivo nei confronti della Gesenu S.p.A. e di quest’ultimo provvedimento lnterdittivo n. 67705 adottato in pari data», dei verbali «del Gruppo Provinciale Interforze della Prefettura di Perugia dell’11 settembre 2015, del 25 settembre 2015 e del 5 ottobre 2015, ivi comprese le risultanze dei rapporti informativi citati nella impugnata interdittiva antimafia della Prefettura di Perugia, e di ogni altro atto presupposto, connesso e/o consequenziale», della «nota del 16 novembre 2015. prot. n. 73634 della Prefettura di Perugia con la quale è stata rigettata l’istanza di autotutela avanzata da Gesenu S.p.A.» e del «provvedimento del 16 novembre 2015, prot. n. 73639 con il quale è stata negata l’iscrizione nelle white list inoltrata da Gesenu S.p.A.».

Secondo i legali delle società ricorrenti, titolari della concessione per il servizio pubblico locale di gestione integrata dei rifiuti urbani in Umbria, sono soci di minoranza del consorzio (comprensivo di Gesenu, Trasimeno servizi, SIA ed Ecocave), e che i provvedimenti del prefetto di Perugia (l’interdittiva antimafia) riguardavano direttamente la società di maggioranza. Il prefetto avrebbe sbagliato ad estendere «le ragioni che hanno indotto l’amministrazione ad adottare una interdizione antimafia per Gesenu» anche per la controllata Gest e Ecoimpianti. Per le due società, inoltre, non ci sarebbe «attualità del rischio di condizionamento dell’attività di impresa da parte di consorterie criminali» e «irrilevanti sarebbero le circostanze su cui si fonda l’atto impugnato riguardo alla presenza di nove dipendenti nella sede siciliana con precedenti penali o misure di prevenzione». Dipendenti assunti in Sicilia, con uno scambio assunzione-appalto, e poi licenziati. Nessun interesse avrebbero le due società nella «gestione di una discarica di una società mista, la Tirrenoambiente S.p.a. (di cui Gesenu detiene una partecipazione di minoranza, pari al 10 per cento del capitale sociale) si tratterebbe di vicende che vedono del tutto estranea la Gesenu, la quale non ha mai potuto incidere sulla gestione della società, di cui ormai da tempo cerca di dismettere le azioni in proprio possesso» e in buona parte degli affari della famiglia Cerroni (ex titolari di Gesenu). Con l’emanazione di un’interdittiva antimafia, infine, il prefetto avrebbe «omesso ogni valutazione in ordine alla gravità della situazione della società, adottando l’intervento più lesivo».

Per i giudici amministrativi il provvedimento di interdittiva di Gesenu è la base di partenza per qualsiasi pronuncia. E su tale provvedimento il Tar «ha avuto modo di pronunciarsi questa stessa sezione con sentenza 7 aprile 2016, n. 327. Decisione dalla quale non si ha motivo di discostarsi e che si riporta per quanto di specifico interesse in questa sede: “1.- Con il primo e centrale motivo di ricorso si censura l’interdittiva antimafia, di cui al provvedimento prefettizio del 26 ottobre 2015, nell’assunto che si basi su una serie di dati, comunicati dalla Prefettura di Catania, inconferenti, e comunque inidonei ad evidenziare un rischio attuale di infiltrazione mafiosa, ovvero di condizionamento criminale nell’attività di impresa della Gesenu. Il motivo non appare meritevole di positiva valutazione, e va dunque disatteso». Secondo i giudici l’interdittiva «costituisce, secondo il costante indirizzo giurisprudenziale, una misura preventiva volta a colpire l’azione della criminalità organizzata, precludendole di avere rapporti contrattuali con l’Amministrazione; trattandosi di misura a carattere preventivo, essa prescinde dall’accertamento di singole responsabilità penali nei confronti dei soggetti che, nell’esercizio di attività imprenditoriali, hanno rapporti con l’Amministrazione e si fonda sugli accertamenti compiuti dai diversi organi di polizia e analizzati, per la loro rilevanza, dal Prefetto territorialmente competente, la cui valutazione costituisce espressione di ampia discrezionalità che può essere assoggettata al sindacato del giudice amministrativo solo sotto il profilo della sua logicità, in relazione alla rilevanza dei fatti accertati». Nel caso in questione «emerge anzitutto la presenza di dipendenti della Gesenu in Sicilia con precedenti penali od assoggettati a misure di prevenzione; parte ricorrente assume che rilevi la presenza di soli sei dipendenti, peraltro non in grado di incidere, per la loro posizione, sulla gestione dell’azienda, collegati ad una cosca mafiosa e comunque “acquisiti” dalla società per effetto del “cambio appalto”». Ciclo dei rifiuti, appalti, personale con precedenti penali e legato a clan malavitosi, diventano più di un sospetto per i giudici amministrativi. Altri elementi di rischio sono «rinvenibili negli altri elementi indicati nell’interdittiva impugnata, tra cui il procedimento penale, svolgentesi a Viterbo … ed il procedimento penale dinanzi agli uffici giudiziari di Perugia a carico di amministratori e dirigenti della Gesenu per la gestione della discarica di Pietramelina, e dunque per il trattamento dei rifiuti».

E siccome «il fondamento di razionalità dell’interdittiva antimafia è quello di realizzare la massima anticipazione della soglia di tutela di interessi pubblici primari e ciò comporta che è sufficiente a giustificazione della sua adozione un quadro indiziario che lasci presumere od induca a ritenere “non improbabile” il rischio di coinvolgimento associativo con la criminalità organizzata da parte dell’impresa che è destinataria del provvedimento», i giudici amministrativi hanno confermato tutti gli atti oggetto del ricorso e rigettato lo stesso.

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