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Festival delle Nazioni, in San Domenico trionfano le sorelle Labèque

Escono vittoriose dal confronto le Labèque e si concedono, come bis, una 'pappa' minimalista di Glass

di Stefano ragni

CITTA’ DI CASTELLO -Sorelle Labèque  e pubblico del san Domenico in tripudio per un festival delle Nazioni che reagisce con orgoglio al terremoto e si raccoglie fiducioso per un appuntamento ammaliante. Dalla fiaba alla saga le due delicate, ma esplosive sorelline onorano la Francia come paese ospite, ma si fanno ammirare anche per la semplicità e la signorilità con cui porgono il proprio magistero semplicemente mondiale. Sfoggiando oltretutto una combinazione di vestiti in bianco e nero che è eleganza e allusività alla tastiera del pianoforte. I due Steinway di Fabbrini hanno ruggito nella Sagra della Primavera di Stravinskij, ma hanno anche distillato dolcezze floreali nei due primi numeri della serata, i raveliani Ma Mère l’Oye e Raspodia Spagnola.

Quattro mani per il primo e spazialità dei due pianoforti per il secondo. Magicamente accarezzata per le fiabe di La Fontaine, la tastiera si è poi spazializzata per le alchimie timbriche della Rapsodia, un ‘sogno’ di Spagna, se vogliamo, ma anche un polittico elettrizzante che fa gorgogliare le corde di ritmi scintillanti, conservando, al disotto dell’incalzare dei ritmi di danza, quella attonita distanza dall’emozione che è la caratteristica delle preziosità raveliane. Terreno prediletto dalla sorelline, che sotto le sembianze di una accattivante dolcezza non riescono a celare quel pizzico di acidità da prime della classe. Con ascoltatori ormai soggiogati si entra nella seconda parte della serata con la storica enunciazione del tema dalla Sacra della Primavera. Se il pianoforte non rende ragione dei timbri strumentali e ricorda la sua originaria funzione di progetto tematico e percorso espositivo per la successiva stesura orchestrale, come si usava nelle migliori classi di composizione di fine Ottocento, è pur vero che la Sagra vive di ritmi. Ce lo ricorda la insuperabile esegesi di Boulez che vedeva nel capolavoro stravinskiano una polistruttura che si accresce progressivamente delle proprie intuizioni iniziali, in un perfetto processo di entropia. Ma qui, sui ritmi, vale la aggressiva percussività di cui sono capaci le apparentemente tenere sorelline, impegnate in una scansione implacabile di aggregazioni metriche, strapazzate ed esaltate nella loro brutale aggressività. Escono vittoriose dal confronto le Labèque e si concedono, come bis, una ‘pappa’ minimalista di Glass. Dopo tanta complessità è un regalo per se stesse e per il pubblico. Che ripaga con ovazioni.

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