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Festival delle Nazioni, Catherine Spaak per la musica di Debussy

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Festival delle Nazioni, Catherine Spaak per la musica di Debussy

Redazione cultura
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Catherine Spaak

di Stefano Ragni 

CITTA’ DI CASTELLOCatherine Spaak, un mito di sensualità e di bellezza in un San Domenico gremito di ospiti rotariani che si erano assicurati uno dei migliori spettacoli del Festival delle Nazioni. Un tutto Debussy da “divano orientale”, con la carezza di una musica tra le più raffinate del Novecento e la poeticità di una parola preziosa come quella di Pierre  Louÿs, immaginifico impostore di un ritrovamento archeologico mai avvenuto; perchè le Chanson di Bilitis, fatte passare per testi di un’antica etera greca, erano in realtà i suoi. Tentazioni saffiche, ambiguità erotiche, preziosità ellenistiche coinvolgono l’ascoltatore in un gioco di allusioni e di disvelamenti che sono tra le cose più interessanti del decadentismo francese. Ci cascò anche Debussy che nel 1898 musicò tre poesie di Bilitis, per poi, due anni dopo, allargare il ciclo destinandolo a una voce femminile e al pianoforte. La versione che Catherine Spaak ha offerto al pubblico del Festival è un pregevole adattamento di motivi originari allargati a una ensemble strumentale tintinnate di arcaica ellenicità; ben due arpe, e due flauti, come in un bassorilievo greco, come in una pittura vascolare. Abbiamo preso per buona questa versione perché i musicisti che l’hanno suonata erano di rilievo eccezionale, i flautisti Massimo Mercelli e Fulvio Fiorio, e le arpiste Nicoletta Sanzin e Tiziana Tornari. Avvolta da questi vapori sonori la ieratica attrice parigina ha recitato i sei testi poetici alternandosi con la musica: una dizione a fior di labbra, raccolta nella lucentezza della lingua francese, incomunicabile nella vibrazione interiore. Per completare una serata di alto spessore culturale gli strumentisti hanno suonato ancora Debussy. Mercelli il Sirinx, le due arpe un adattamento di Arabesque. Ad apertura di serata era collocata la Sonata per flauto arpa e viola, con l’inserimento di Olga Arzilli. Musica da delibare nel silenzio di una cripta più che in un’affollata spaziosa aula come quella dei padri predicatori. Capace comunque di un’acustica raccolta che ha svelato ancora una volta la delicatissima liturgia dello strumentismo debussiano, tutto un culto delle antiche “cose” francesi del Settecento.  Musica difficile, sfuggente, ambigua, degna di un “Sonate, que me veux tu?”.

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