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Digitale e letteratura, le due vite dello scrittore umbertidese Nicola Mariuccini

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Digitale e letteratura, le due vite dello scrittore umbertidese Nicola Mariuccini

Redazione cultura
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Nicola Mariuccini

di Marcella Cecconi

PERUGIA – Nicola Mariuccini è nato a Umbertide nel 1966. Per mestiere si occupa di servizi digitali, ma fin da ragazzino ha mostrato una passione sconfinata per la letteratura e ama ripetere: “Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto” (Jorge Louis Borges).  La prigione di Cristallo è la sua prima opera letteraria (Futura Edizioni, 2015). Nel 2017 è prevista l’uscita di un nuovo romanzo dal titolo “Nighthawks – I falchi della notte”, per Castelvecchi Editore.

Nicola “La prigione di cristallo” si articola su un doppio binario narrativo in cui la tragedia di una Nazione fa da cornice a una storia di violenza domestica. Come nasce l’idea di questo libro?

«Avevo piena consapevolezza degli aspetti e degli effetti della violenza fisica sulle donne; aver ascoltato qualche storia di violenza psicologica e manipolazione mi ha tuttavia disvelato un mondo fatto di prevaricazione, abusi e maltrattamenti che non ritenevo fossero possibili da parte di persone che dicono di amare. Ho pensato che la letteratura potesse essere il modo più incisivo per spiegare le dinamiche di potere e sopraffazione che si possono generare tra le mura domestiche, e per fare questo ho immaginato una trama, a partire dalle storie che avevo ascoltato, traslandola su  un piano storico e geografico diverso. Ho un rapporto molto intimo con la Grecia che è la mia seconda patria ed è una terra di cui conosco la lingua, le tradizioni e la cultura; insomma un posto di cui poter parlare come se fosse casa mia senza le scivolosità letterarie che derivano dall’esserlo.»

In quarta di copertina troviamo una dedica importante: le parole di Statis Panagulis, fratello di Alekos. Qual è il tuo rapporto con la Grecia e con il suo popolo?

«Nei giorni di novembre del 2014, mentre ricorreva l’anniversario della strage del Politecnico, sentivo su di me la pressione che l’Europa stava imponendo alla mia Grecia; pensavo agli amici, li sentivo al telefono, ascoltavo le storie amare e senza speranza di un paese in rovina economica, ma non per questo senza dignità. Ho mandato il mio libro a Statis, il fratello di Alekos Panagoulis, che, nella sua dedica al libro, ha voluto usare un paragone forte fra la giunta dei colonnelli dell’epoca e quella dei banchieri di oggi, sottolineando il modo in cui l’Europa viene vissuta dai greci.»

La dittatura dei colonnelli e la dittatura economica sono due facce della violenza perpetrata ai danni del popolo greco: qual è la tua lettura del momento storico contingente?

«La vicenda greca è il paradigma di una Europa che ha più a cuore l’interesse dei banchieri che quello dei popoli.  In questi due anni Tsipras, con un atteggiamento forse spregiudicato, è riuscito a invertire la caduta libera del PIL greco, rompendo l’isolamento del paese. Il suo consenso è certamente calato, anche perché ha stimolato sogni eccessivi stante la drammaticità della situazione, ma io credo che la strada sia quella giusta: saper dosare concretezza speranza, sacrifici e sogni.»

La tua cifra stilistica è molto particolare: la “Prigione di cristallo” è un lungo ed interminabile dialogo fra i diversi personaggi. Perché questa scelta?

«Ero consapevole che i temi della violenza domestica, combinati con quelli dell’oppressione della dittatura dei colonnelli, avrebbero costituito un carico emotivo molto pesante. Avevo bisogno di uno stile letterario snello, agile, che inducesse il lettore ad affrontare le pagine senza rischiare di precipitare in situazioni narrative melense, oppure “orribili”. Per questo ho utilizzato il dialogo, e l’ho fatto in modo assoluto, azzerando completamente la voce narrante.»

Infatti “La prigione di cristallo” sembra quasi una pièce teatrale.

«Sul tema del mio stile letterario, se cioè esso rimandi più al teatro oppure al cinema, hanno dibattuto uno storico e un professore di letteratura, durante una delle presentazioni. Rispetto al teatro mancano le note di scena, e infatti la pagina letteraria de “La prigione di Cristallo” si fa carico di tratteggiare, attraverso i dialoghi e lo scambio di battute, sia i personaggi che le ambientazioni. Questa caratteristica, secondo qualcuno, la fa assomigliare al cinema, il cui linguaggio – come sosteneva Umberto Eco – sarebbe maggiormente capace di svelare la coscienza dei personaggi.»

Secondo te invece? Cinema o teatro?

«Non so, forse sono solo un fumettista che non sa disegnare e racconta con le parole tutto quello che vede e immagina.»

Il richiamo al libro della Fallaci è, in qualche modo, inevitabile; qual è il suo ruolo nel tuo lavoro: è un’eco lontana, un’immagine di sottofondo, o una fonte di ispirazione?

«“Un uomo” è stato un libro importante della mia adolescenza; ero impressionato dalla violenza, ma anche dalla furbizia, perpetrata dagli aguzzini nei confronti della figura eroica di Alekos Panagulis, la cui grandezza evidenziava di rimando le loro bassezze. Forse, più o meno inconsciamente, la scelta inconsueta di un registro narrativo “dialogico” è stata influenzata dal fatto che la Fallaci, una delle penne più efficaci della letteratura italiana, abbia descritto lo stesso periodo storico. Penso che, alla fine, i due stili letterari siano così diversi da mettermi al riparo da paragoni impropri.»

Nel libro parli di una Perugia che fu e che ora non è più. Come immagini, invece, la nostra città nel futuro?

«Kostas, uno dei protagonisti, si è laureato a Perugia negli anni sessanta. Questo mi ha dato modo di raccontare episodi di vita cittadina vista dagli occhi di uno studente straniero, e insieme di rintracciare i tratti identitari di una città che riusciva a essere familiare con i suoi cittadini e ospitale con gli stranieri. Ciò anche in virtù di una dimensione internazionale conferitale dall’Università per Stranieri e dalla Marcia della Pace. La dimensione cittadina, forse un po’ provinciale, la faceva sentire sicura di ciò che era e di ciò che aveva, le dava la padronanza di un “ cittadino” che oggi si è smarrito ed è stato sostituito dalla paura, dall’ansia di non sapere più cosa si è e cosa si deve fare.»

Tu sei stato un personaggio pubblico e fai ancora parte della “politica dei politici”, tanto per citare il libro della Fallaci, quella fatta all’interno dei partiti e delle istituzioni. Qual è il tuo impegno attuale nel panorama politico regionale?

«Fra le cose memorabili fatte dalla Fallaci c’è una bellissima intervista a un grande personaggio della politica italiana, ovvero Sandro Pertini. A un certo punto il Presidente dice: “Oh, la politica io l’ho sempre vista come una missione da assolvere nell’interesse del popolo, al servizio di una fede. L’ho scelta come una fede, come un lavoro”. Ecco, io non ho fatto della politica un lavoro, ma ho sempre cercato di richiamarmi a quel tipo di impegno, si parva licet. Oggi sono responsabile del dipartimento “Saperi e innovazione” del PD Umbria, un ruolo questo che mi dà modo di seguire e confrontarmi con i fermenti, anche giovanili, del mondo editoriale e letterario, musicale e teatrale.»

Tornando al tuo libro, l’analisi psicologica dell’universo femminile appare molto approfondita. Di quali fonti e strumenti di indagine ti sei avvalso per scrivere “La prigione di cristallo”?

«Ho ascoltato le storie che mi sono state raccontate, ho cercato di riprodurre la stessa freddezza di tono, distaccato, esterno, con cui mi venivano riportate. Kostas, l’avvocato, dice a Vichy che sembra un cronista di nera mentre narra le cose terribili che ha dovuto subire, una specie di impasto fra straniamento e assuefazione. Solo nel finale Vichy riesce a tornare la brillante e appassionata oratrice che era al tempo dell’università, giocandosi tutto il futuro nell’arringa finale.»

A breve uscirà il tuo secondo romanzo. Di cosa tratta?

«Si chiama Nighthawks, come il celebre quadro di Hopper. È la storia di un barman che riceve le confessioni alcoliche di cinque nottambuli, veri e propri cacciatori di prede femminili. Ma c’è una “bella addormentata” che di colpo si sveglia e cambia il corso delle cose.»

Cosa fai quando non scrivi?

«Mi occupo di servizi digitali per la Pubblica Amministrazione che è il mio lavoro; poi leggo, suono, ascolto il jazz, e organizzo eventi poetici con l’associazione  Casapoesia

Se tu fossi un verbo saresti…

«Imperfetto! Se invece volevi un infinito allora “immaginare”.»

Regalaci una frase del tuo nuovo libro.

«…..»