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Danza indiana, fra fascino e mistero: intervista a Rosella Fanelli

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Danza indiana, fra fascino e mistero: intervista a Rosella Fanelli

Redazione cultura
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di Marcella Cecconi

PERUGIA – Rosella Fanelli nasce a Viterbo da genitori lucani. Nel periodo giovanile trascorre diversi anni a Perugia, città dove studia e pratica lo Yoga. Successivamente si trasferisce in India per apprendere l’arte del Kathak. Attualmente vive in Italia, insegnando e promuovendo la conoscenza della danza classica indiana.

Rosella sei una ballerina, coreografa ed insegnante di danza kathak. Parlaci di questo stile di danza.

«La Danza Kathak fa parte del panorama coreutico classico dell’India del Nord. “Katha” vuol dire “storia” e Kathak è una danza che permette di narrare le storie attraverso la gestualità delle mani, i movimenti mimici del viso e degli occhi, le espressioni del volto, che scaturiscono dai sentimenti evocati da un particolare racconto. Il Ritmo funge da “ponte” tra il gesto danzato e il testo lirico, e permette al danzatore/attore di evocare nello spettatore lo stato d’animo o l’emozione riferita alla rappresentazione scenica in atto. Nella pratica di questo stile di danza vengono presi in considerazione i 9 Rasa (sentimenti umani), che permettono agli adepti di affinare la capacità di narrazione, ricca di espressività emotiva. I Kathaka erano cantastorie, storytellers di professione, che narravano racconti in un modo vivido e accattivante di fronte al pubblico dei villaggi rurali indiani. Le storie erano tratte dalla religione, dall’epica e dalla mitologia dell’antica India. In origine coloro che divulgavano il sapere e la conoscenza, come i bramhini, i bardi e i cantastorie Kathak, raggiungevano una forma di estasi attraverso i canti, il mimo e la danza.»

Sei nata in Italia una Nazione molto distante dal continente indiano, sia geograficamente che culturalmente. Quando e come è iniziata la tua passione per l’India?

«Fin da bambina ho provato attrazione per l’India, per i suoi colori, i paesaggi, il folklore, la spiritualità e la filosofia. Questa curiosità si è tradotta, successivamente, in un viaggio e un percorso attraverso la sua cultura. Per mezzo della danza sono entrata in contatto con l’India più antica. La danza, infatti, è una disciplina classica che risale alle prime fasi della civiltà indiana; in origine era eseguita da famiglie – caste – che la praticavano per professione, e successivamente è stata tramandata attraverso un lungo lignaggio di Maestri che l’hanno condotta sino ai giorni d’oggi. Per oltre 15 anni sono vissuta nella famiglia del mio Maestro per l’apprendimento pratico dell’arte coreutica Kathak, e ho seguito studi accademici presso due istituzioni governative, il Prayag Sanghit Samiti di Ahmedabad e il Bhatkhande College di Lucknow, ottenendo i titoli di “Pravin” e “ Nipun” con il massimo dei voti. Il percorso di studi e la successiva professione mi hanno portato alla conoscenza della lingua Hindi, lingua che ho approfondito presso la facoltà di Studi Orientali dell’Università La Sapienza di Roma, e che mi ha permesso di addentrarmi ancor più nella complessità della cultura indiana. È vero sono nata in Italia, una nazione molto distante, ma personalmente ho cercato di attuare un percorso di integrazione. Attualmente, attraverso il processo di globalizzazione, l’Oriente si sta approssimando alla nostra cultura; c’è una gran voglia di sperimentare, il consumismo è dilagante e intacca gli aspetti più tradizionali della società. Ma a differenza della Cina, che ha demolito il proprio retaggio, credo che l’India riuscirà ad essere meno distruttiva, o perlomeno lo spero. L’India si è affrancata da un passato retrogrado e coloniale, ed è diventata un paese emergente, in costante crescita, e molto orgoglioso del proprio ruolo nella scena internazionale. »

La danza è disciplina, dedizione, costanza. Qual è stato il tuo percorso formativo e chi sono stati i tuoi maestri?

«Il mio percorso è iniziato attraverso una ricerca spirituale che mi ha portato a conoscere ed approfondire lo Yoga. L’Incontro con il maestro Gyanander è stato fondamentale, grazie a lui ho imparato la disciplina del corpo per mezzo delle Asana, e gli otto paradigmi dell’Ashtanga Yoga di Patanjali. Con la pratica della Concentrazione (Dharana) e della Meditazione (Dhyana) si è accresciuto il potere volitivo di realizzare i miei sogni, fra i quali spiccava la Danza classica indiana, affascinante, complessa e austera. Ho sentito che il corpo aveva bisogno di esprimersi dinamicamente, per bilanciare la staticità della meditazione; attraverso la danza ho provato a manifestare, quasi in maniera catartica, le emozioni più profonde del mio essere. Posso affermare che la disciplina che occorre per praticare lo Yoga è la stessa che si mette in atto con la Danza indiana: un mondo fatto di regole estetiche, di codici gestuali e ritmi matematici. Il battito costante dei piedi che marcano il tempo, le piroette che tagliano lo spazio in cerchi concentrici alla ricerca di equilibrio, mi danno un senso di stabilità, di concentrazione, di controllo dello spazio, come se fossi radicata alla terra ma allo stesso tempo leggera, fluida e gioiosa! Ek, do, tin ciar: schemi, ritmi matematici, che danno vita ad un’infinità di combinazioni possibili degli elementi, a movimenti che giocano con la forza di gravità e creano un linguaggio spaziale contemporaneo e antico allo stesso tempo, dove si tenta di scoprire affinità e abolire le distanze tra terre e culture diverse. Il mio maestro di Danza si chiama Pandit Arjun Mishra e l’ho incontrato in India. È stato Gyanander ad accompagnarmi da lui. Secondo il pensiero hindù, le persone che incontriamo in questa vita sono connesse a quella precedente, e io sento che il mio legame con l’India è molto forte. Quando sono arrivata nella città di Lucknow era Luglio, il periodo dei monsoni. Pandit Arjun Mishra si recava nell’istituto di danza Kathak Kendra la mattina presto, per svolgere la sua pratica del Tatkar (destrezza ritmica affidata al lavoro dei piedi)  prima che arrivassero gli allievi. La prima volta che l’ho visto sono rimasta incantata dalla maestria e dal controllo del ritmo, dal modo con cui scandiva i battiti dei piedi, dalle caviglie avvolte da 150 Ghungroo che sostenevano sonoramente una velocità (Laya) che iniziava piano in Vilambit, per poi aumentare in Madhya e giungere ad una accelerazione finale in Drut: un Tatkar perfettamente bilanciato! Il maestro proveniva da una famiglia di musicisti di Benares. Come vuole la tradizione, aveva ereditato dal padre l’arte del Tabla, e successivamente era stato mandato a studiare danza a Calcutta in Guru Shishya Parampara dal Guru Pandit Ram Narayan Mishra, e a New Delhi da Padma Vibhushan Birju Maharaji. La “Guru Shishya Parampara” è un’antica forma tradizionale di apprendimento secondo la quale la trasmissione dell’arte e della conoscenza in generale passa da maestro a discepolo. In questo sistema si dice che è il discepolo che trova il maestro al momento più opportuno, e si abbandona a lui con fiducia e umiltà, spezzando le densità dell’ego. Quando avviene questo la mente diventa chiara e pronta a ricevere l’insegnamento e tutti i segreti dell’Arte. Attraverso questo severo sistema filosofico, la danza diventa una via di conoscenza del Sé, una disciplina che ti conduce all’equilibrio di corpo, mente e spirito.»

Noi abbiamo un’idea abbastanza precisa di come deve essere una scuola di danza, idea legata agli stereotipi e ai parametri occidentali. Come si studia, invece, in India?

«Attraverso la mia attività di insegnante, mi accorgo che molti individui non riescono a comprendere che la cultura e l’arte non si possono comprare! È necessaria pazienza, attesa, spirito di sacrificio, e un atteggiamento adeguato tipico dell’Oriente. Questa disciplina aiuta a sperimentare la cura di sé ed è un’ottima guida all’introspezione: mangiare e bruciare tutto in una sola volta non fa sedimentare nulla. Le persone amano sperimentare diverse attività tutte insieme, in maniera approssimativa e superficiale. In India, invece, l’attitudine è quella di fare una cosa per volta e portarla sino in fondo; è questo il mio approccio alla danza e all’insegnamento.»

Come già detto Kathak deriva dalla parola sanscrita katha che significa “storia”, e di fatto questa danza è essenzialmente narrativa. Che generi di temi vengono trattati e qual è il repertorio tradizionale?

«La Danza Kathak affronta tematiche che hanno origine nella sfera religiosa, mitologica, epica dell’antica India. In aggiunta lo stile Kathak è adattabile alla narrazione di storie contemporanee: temi come l’inquinamento, la donna, la pace, la ricerca dell’equilibrio interiore. Inoltre può incontrarsi con diversi stili di danza, tipo il Flamenco, il Jazz e altri, dando origine ad eventi artistici davvero interessanti e originali. Ritornando al repertorio tradizionale, una presentazione di Kathak inizia con una Vandana o Preghiera in lingua sanscrita (Sloka) per ringraziare i maestri, il pubblico, la divinità. Segue poi un gioco ritmico dei piedi ad una velocità chiamata Vilambit: il danzatore indossa numerosi campanelli (Ghungroo) e li fa suonare eseguendo complesse composizioni ritmiche inserite in un determinato Tala (ciclo ritmico), mentre un suono ripetitivo riprodotto da un Sarangi o da un Armonium (Lehra) lo accompagna facendo da bordone. Questo virtuosismo ritmico si chiama “Upaj” ed è svolto dal danzatore per mezzo dei propri piedi (Tatkar o Footwork), accompagnato dal Tablista. Il tempo (Laya) della musica è come l’andamento di un percorso estetico che partendo da lento si fa man mano più veloce. Si passa poi a Madhya Laya, la velocità di mezzo, l’andamento della pulsazione del cuore. Il danzatore esegue piccole composizioni ritmiche chiamate Amad, Tukda, Tihai, abbellite da innumerevoli volteggi detti Chakkar, le tipiche piroette dello stile Kathak. La Madhya Laya termina spesso con una Ladi, una lunga e complessa sequenza ritmica di Footwork, a cui segue un brano di Abhinaya, ovvero un racconto dove predomina l’espressività del danzatore. Si entra poi in Drut, la parte veloce, un’accelerazione delle Tukde, dei Chakkar, Paran, Tihai. Si eseguono anche Kavit, un particolare elemento coreografico a metà tra la narrazione e la composizione di puro ritmo.  Il Gat Bhav, invece, è una danza mimica che riproduce scene di vita quotidiana: prendere l’acqua dal pozzo, aprire uno scrigno di gioielli e indossarli, pettinarsi i capelli e truccarsi, oppure storie tratte da eventi epici, mitologici e religiosi. L’abilità del danzatore sta sia nel riprodurre l’essenza del personaggio o dell’eroe, sia nel riuscire a raccontare intere storie per mezzo di poche azioni. Il Kathak, generalmente, termina con una “conversazione” ritmica tra il danzatore e il tablista chiamata Jugalbandi, una sorta di botta e risposta che richiede particolare destrezza.»

Il kathak comporta una notevole mimica facciale e gestualità delle mani. Qual è il legame fra questo tipo di danza e il teatro?

«Il Kathak, e in generale la danza classica indiana, ha la stessa origine del Teatro e della Musica. Con un termine Sangeet, infatti si indica un’arte scenica in cui non vi è divisione tra Teatro, Danza e Musica. Il fondamento di ciò si trova nel “Natya Shastra” o “Natya Veda” (Conoscenza del teatro), testo sanscrito che definisce le regole di Danza, Teatro, Musica, Regia teatrale, Architettura, Arte dei costumi, Arte del make-up, Organizzazione delle Compagnie teatrali, Pubblico. L’opera è un grande trattato di Arti sceniche, attribuita a Bharata Muni, e scritta in un periodo ipotetico che va dal 200 A.C. al 200 D.C. Il Natya Shastra rappresenta il V Veda e spiega come l’Arte del Teatro, creata da Brahma, possa essere praticata da tutti.  Nel testo trova spazio anche la Danza indiana, le sue forme, i tipi di movimenti del corpo e il loro impatto sullo spettatore. L’Abhinaya è la parte “teatrale” della Danza e viene classificata in 4 tipi di recitazione: ANGIKA relativa ai movimenti del corpo, VACHIKA relativa alla parola, AHARYA al trucco, ornamenti, costume, e SATTVIKA relativa all’espressione delle emozioni attraverso lievi movimenti delle labbra, del viso, degli occhi, delle sopracciglia. Il traguardo finale di questo percorso estetico è il RASA. Per Rasa s’intende l’esperienza che vive lo spettatore quando assiste al Natya. Rasa significa Gusto: così come un piatto ben cucinato può essere gustato e individuato in funzione dei suoi ingredienti base, allo stesso modo la combinazione di “Bhava” (stati psicologici o sentimenti) nel Teatro/Danza riconduce a determinate esperienze percettive. Il Rasa è il fine ultimo di tutta l’Estetica indiana, è l’anima della poesia, è l’estasi che è possibile provare di fronte ad un’opera d’arte; lo studio della danza, del teatro, della musica, possono elevare l’uomo ad un livello più sottile, intimo e spirituale. Con la danza la Ruota dell’Estetica indiana sembra raggiungere il suo apice; mentre nelle altre arti, l’essere umano è il soggetto agente, nella danza il corpo diviene veicolo e mezzo di espressione artistica. La danza diventa allora perfetta sintesi di tutte le arti.»

Le danzatrici di kathak indossano una lunga fila di campanelli che vengono avvolti intorno alla caviglia e al polpaccio. Che funzione svolgono?

«I campanelli che usano i danzatori di Kathak si chiamano “Ghungroo”. Sono piccoli campanellini di bronzo o rame, intrecciati attraverso una corda in modo da formare una catenella. Ogni fila di Ghungroo si avvolge intorno a una caviglia ed è composta da un numero di campanelli che varia da 10 a 200. Il numero dipende dell’età di chi li indossa e dal livello artistico raggiunto. I Ghungroo non rappresentano un ornamento, ma servono a sostenere il ritmo e la sonorità del lavoro dei piedi, o footwork, del danzatore. Un maggior numero di campanelli produce un suono più forte; per un professionista ci vogliono almeno 100 Ghungroo per ogni caviglia, mentre per i bambini ne bastano 50.»

Tanti anni fa mio figlio vide una tua esibizione alla Saraswati House di Gianni Ricchizzi ad Assisi, ed esclamò: “Mamma guarda, una principessa!” Parlaci del rapporto fra danza kathak e femminilità.

«Cara Marcella, sì ricordo… Negli anni ’90 giravo l’Italia con i miei spettacoli, spesso accompagnata dal mio Maestro Arjun Mishra, e la Saraswati House dell’amico Gianni Ricchizzi era una delle mete fisse: un luogo modesto, simile agli Ashram che si trovano in India, impregnato di quella atmosfera rigorosa che riconduce alla Sadhana, alla disciplina della Riyaaz (l’allenamento) scandita da ore e ore di pratica e di studio. Generalmente la danza è connessa alla femminilità, ma implica anche un’analisi della componente maschile, ricollegandosi al concetto di Shiva-Shakti (energia del maschio e della femmina). A questo proposito mi viene in mente l’immagine di Shiva Nataraj, la famosa posa di Shiva con un piede alzato e l’altro a terra, quattro braccia, capelli al vento, ritratto mentre danza dentro un cerchio di fuoco per distruggere le forze del male: lui, in quel momento, è la sintesi perfetta di potere, forza, bellezza, eccellenza e amore.  Ecco, la danza Kathak ti porta a fare esperienza del maschile e del femminile quali parti tendenti ad un nucleo centrale: chi danza ha la grande opportunità di uscire dal Gender e sperimentare entrambi le polarità. Attraverso la danza si accede ad una dimensione rituale e sacra, in cui i movimenti del corpo permettono di prendere consapevolezza delle energie maschio-femmina presenti in ciascuno di noi, e simbolizzate dal vigore e dalla grazia quali facce di una stessa medaglia. Se Shiva è Signore della Danza e dello Yoga, Shakti è la sua sposa e la sua parte integrante!  Volendo approfondire il concetto di “femminile”, direi che il Kathak è un ottimo percorso psico-corporeo poiché permette di enfatizzare e toccare con mano aspetti quali la bellezza, la grazia, l’eleganza, la compassione, la delicatezza, la gentilezza che, uniti al coraggio, potenza, forza e vigore, consentono di raggiungere un perfetto equilibrio consapevole. Attraverso la danza il praticante studia e approfondisce i vari stadi psicologici della donna, ad esempio l’innamoramento, in una sorta di anatomia dei sentimenti: la fase iniziale, la gelosia, la paura dell’abbandono, l’ansia per l’attesa dell’amato, tutte situazioni che noi donne conosciamo bene.»

Rosella cos’è per te la Danza?

«Un linguaggio senza parole, uno spazio silenzioso, e soprattutto un mezzo di espressione perché esprimersi rappresenta una gioia enorme, la realizzazione di un sogno. La danza è attaccata alla pelle, al corpo, allo spirito. Chi danza mette in scena le proprie sensazioni interiori, rivelando la sua anima. I danzatori parlano poco, la danza è una disciplina (Sadhana) collegata alla profondità dell’essere umano, dove non ci sono parole ma solo sentimenti, emozioni, percezioni. È una forma artistica diversa da tutte le altre perché non utilizza oggetti o strumenti – come pennelli e colori ad esempio –, ma dipinge lo spazio con i propri movimenti, creando gesti e delicati ricami fatti di corpi, mani e braccia.»

Parlaci della ‘Scuola Kathak Italia’ e della tua esperienza al Conservatorio di Vicenza.

«La Scuola Kathak Italia è un mio progetto, ed è nato dall’esigenza di condividere l’arte della Danza Kathak. Di fatto è la prima scuola di questo genere presente nella nostra Nazione e offre attività formativa, divulgativa, di sperimentazione e ricerca: corsi, master, eventi, seminari, conferenze, performance, incontri dedicati alla cultura indiana, produzioni artistiche. L’approccio all’insegnamento è di tipo olistico e tende a sviluppare il talento e le potenzialità degli allievi, per mezzo della danza, delle arti e delle attività ad essa collegate. Si rivolge a bambini, adolescenti, adulti, ma anche a musicisti, danzatori professionisti, praticanti yoga, e a studenti di discipline orientali. Dal 2008 sono docente di Danza Kathak e Arte Scenica presso il Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza, all’interno del Corso Accademico “Musiche Tradizionali ad indirizzo Indologico”, un progetto nato nel 2001 grazie al Direttore Enrico Anselmi. Il corso si avvale della presenza di tredici docenti selezionati che insegnano i diversi aspetti della trazione musicale e coreutica dell’India: Sitar, Canto, Bansuri, Tabla, Kathak, Bharatnatyam, Musica d’Insieme, Arte Scenica,Sanscrito, Hindi, Indologia, Etnomusicologia, Teoria della Musica indiana. Gli studenti vengono ammessi tramite una selezione, e alla fine del Triennio Accademico conseguono il Diploma in Musiche Tradizionali a indirizzo Indologico. Per informazioni e dettagli vi invito a visitare il sito www.rosellafanelli.it e www.consvi.org»

Hai portato il Kathak all’interno della scuola primaria italiana. Quali sono le sue potenzialità educative?

«La danza mette i bambini a stretto contatto con il proprio corpo, facendo sperimentare le difficoltà, i limiti fisici, e le conquiste acquisite mano mano che si procede con l’apprendimento. Mi preme ricordare l’esperienza avvenuta presso l’Istituto Comprensivo Carmine di Viterbo, svoltosi circa 4 anni fa, con i bambini di II e III elementare. Durante la prima lezione ho parlato di danza, di India, di mitologia, e i bambini hanno reagito prontamente, mostrando interesse nei confronti di questa cultura e imparando delle parole in lingua Hindi, come i numeri o alcuni termini tecnici del Kathak. La Danza Indiana ti porta nel mondo della sacralità, della mitologia e della fiaba. Le sue storie ti trascinano in una dimensione visionaria e piena di suspense, dove Dèi e Demoni si combattono, gli animali si manifestano nella loro forma originale, gli eroi e le eroine si rincorrono in mezzo ai giardini al suono del flauto di Krishna che danza sopra le teste del cobra-mostro Kalya. In genere, durante le lezioni, vengono insegnate tecniche di danza, elementi di base intervallati a momenti di gioco, che portano a sperimentare le varie possibilità di movimento nello spazio. Il particolare aspetto narrativo di questa danza, fornisce strumenti per raccontare fiabe, episodi, poesie, per mezzo di semplici gesti delle mani ed espressioni del viso: ciò risulta divertente ed attraente, e i bambini riescono a far rivivere i personaggi dei loro sogni. Attraverso la danza si impara ad essere disciplinati, attenti e concentrati in modo spontaneo, sviluppando sicurezza e sensibilità artistica. Credo che inserire la danza nelle scuole elementari possa portare notevoli benefici in termini di autostima e benessere generale, dal momento che è proprio in questa fase che si forma la personalità. Al contrario, i bambini lasciati di fronte ai divertimenti virtuali non sperimentano la fatica e l’allenamento necessari ad ottenere un progresso, perdendo il senso della realtà.»

Rosella hai vissuto a Perugia e ancora frequenti l’Umbria per motivi professionali. Quali saranno i prossimi appuntamenti nella nostra regione?

«Conservo un bellissimo ricordo del periodo trascorso a Perugia, una città che ha fatto da cornice alla mia ricerca in ambito artistico e spirituale. Grazie all’Università per Stranieri, Perugia è sempre stata un centro multiculturale, aperta ed accogliente nei confronti di qualsiasi etnia: Africani, Siriani, Arabi, Indiani, Europei, si sono seduti allo stesso tavolo, hanno partecipato al medesimo evento, scambiandosi idee ed impressioni. La mia casa, ad esempio, era diventata un punto di riferimento per quanto concerne la cultura indiana, e posso affermare che quasi tutti gli studenti provenienti dall’India sono passati da me almeno una volta per un bere un Chai o gustare un pasto a base di Dal, Sabji, Chapati e Khir. Vorrei ricordare dei posti della città a me particolarmente cari. Uno di questi è Il Chicco Integrale, un centro dove ho lavorato come assistente-interprete del Maestro di Yoga Gyanander (che ho personalmente invitato a trasferirsi in Umbria), e il negozio Shanti di Arte indiana antica. Attraverso la danza, ho avuto il piacere di esibirmi in diversi luoghi della Regione fra cui: la Sala dei Notari a Perugia; il centro di musica indiana Sarawsati House di Assisi fondato dal Maestro Gianni Ricchizzi; i teatri di Orvieto e di Magione, con la produzione Kathak-Flamenco in collaborazione con la Fondazione Umbria Spettacolo e Balletto 90’; il teatro di Solomeo, con lo spettacolo Shiva-Shakti in collaborazione con la Fondazione Umbria Spettacolo; numerosi festival nelle maggiori città quali Spoleto, Spello e Todi. Da due anni, inoltre, ho avviato una collaborazione con il Conservatorio Francesco Morlacchi di Perugia, proponendo seminari di danza e di studio della musica indiana – in particolare la ritmica -, rivolti a studenti e a docenti, sia interni che esterni. Questo progetto nasce da un’iniziativa del docente M.° Francesco Piazza, concretizzatasi grazie all’appoggio del Direttore M.° Piero Caraba; colgo l’occasione per ringraziare entrambi, unitamente allo staff amministrativo e tecnico del Conservatorio. La loro professionalità e sensibilità artistica hanno contribuito in maniera determinante al successo del primo seminario, successo che ci auguriamo di replicare anche quest’anno. L’evento è fissato per i giorni 31 Marzo e 1 Aprile 2017, presso il Conservatorio di Perugia, ed è aperto a tutti, uomini, donne, studenti e appassionati di danza e musica indiana. Per informazioni potete consultare il sito del Conservatorio o scrivere una mail a: scuolakathakitalia@gmail.com, deathlessrose@yahoo.com»

Tutti noi abbiamo un pensiero o un verso poetico particolarmente caro da cui traiamo ispirazione. Qual è la tua frase guida?

«Ne ho due: “Chi scorge una differenza tra spirito e corpo non possiede né l’uno né l’altro” (Oscar Wilde), e “Danza come simbolo dello spettacolo della vita” (Martha Graham).»